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Sylvia Plath
di Silvia Carena

 

Sylvia Plath nasce il 27 ottobre 1932 a Jamaica Plain, un sobborgo di Boston. Il padre Otto Emil Plath, figlio di genitori tedeschi, si trasferì in America a sedici anni per diventare in seguito uno stimato entomologo; la madre, Aurelia Schober, apparteneva ad una famiglia austriaca emigrata nel Massachusetts, abituata in casa a parlare solo tedesco.

La carriera scolastica di Sylvia è assolutamente brillante e grazie ai suoi scritti, consegue molti premi. Uno di questi la conduce a New York ospite di un'importante rivista del tempo. La frenetica metropoli però ha su di lei effetti devastanti e mina il suo già fragile equilibrio psichico. Non è difficile trovare nella sensibilità della poetessa gli effetti negativi dell'impatto con la mondanità newyorkese: in quelle frequentazioni avvertiva il peso dell'ipocrisia della middle-class americana, spesso adagiata su di un facile atteggiamento progressista, e il rientro a casa era sempre accompagnato da gravi crisi. In quegli anni già si parla per Sylvia di cure psichiatriche, primi ricoveri in manicomio, tentati suicidi ed elettroshock.

La psicoterapia e gli elettroshock le consentono comunque di abbandonare presto la clinica e la sua vita riprende con l'Università, i corsi di poesia, la tesi di laurea su Dostoevskij e l'amore per il poeta inglese Ted Hughes, che sposa dopo qualche tempo. Per Sylvia Plath, educata ai valori della società americana, il successo è fondamentale e la nuova condizione di moglie è un ricatto continuo alla sua attività di scrittrice.

Inizialmente riesce a svolgere in modo perfetto le mansioni di casalinga e di moglie, senza che questo influisca sulla sua creatività, ma in seguito, con la nascita dei figli la sua vita comincia a trascinarsi su un binario monotono. La maternità, da gesto creativo, diventa fonte di frustrazione e causa di depressione, a cui si aggiungono i tradimenti del marito Ted.

Sylvia resta sola, senza soldi, nella casa di Londra, divisa tra il dover provvedere ai bambini, la necessita' di scrivere come una furibonda esigenza interna (e' questo breve periodo che la separa dalla morte il suo momento piu' dolente creativo), la nostalgia di Ted ("…..Ted e' a Soho, a pochi passi; e' piccolo come uno gnomo, se ne va sui tetti, le sue orme sulla neve…."), la depressione ("….tutti subiscono le conseguenze dei miei scatti d'ira, i cambiamenti d'umore, i momenti di depressione cupa e ottusa….. odio la debolezza in cui mi gettano le lacrime, odio la solitudine insediata nelle mie viscere, odio in me la donna che chiede e il mio stesso terrore….").

Scrive in questo breve periodo, tra il '62 e il '63, i suoi lavori piu' famosi, pubblicati in gran parte postumi: "The Bell Jar", uscito nel '63, poco dopo la morte; "Ariel", nel '65, forse la sua opera piu' struggente, scritta nei mesi precedenti il suicidio.

Scrive poi il romanzo "La campana di vetro", pubblicato nel 1963 con lo pseudonimo di Victoria Lewis, testimonianza del disperato bisogno di affermazione di una donna lacerata dal conflitto tra le proprie aspirazioni ed il ruolo impostole dalla società.

L'11 febbraio 1963 è passato solo un mese dalla pubblicazione del romanzo quando Sylvia prepara fette di pane imburrato per i figli, mette al sicuro i piccoli, sigilla porte e finestre con del nastro adesivo, scrive l'ultima poesia "Orlo", apre il gas, infila la testa nel forno e si toglie la vita.

Torturata dalla sua ansia di vivere e di esprimersi, che contraddiceva il ruolo tradizionale di moglie e madre, lacerata dal conflitto dall'essere per sé e l'essere per gli altri, la trentenne Sylvia Plath lascia un'infinità di poesie violente e disperate, ed un unico elemento di disordine nella cucina del suo appartamento: il suo corpo senza vita.

Diventata con gli anni un caso letterario, molte raccolte postume si sono succedute sugli scaffali delle librerie: "Attraversando l'acqua", "Alberi invernali" e soprattutto i celebri "Diari", pubblicati nel 1971 e curati dall'ex marito Ted Hughes.

 

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un'aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell'uno la lunga vita, dell'altra mi manca l'audacia.

Stasera, all'infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto -
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.


© LiberaMENTE MAGAZINE 29 giugno 2008