Tamara
Gorska nasce a Varsavia nel 1898.
Nel
1914, a
San Pietroburgo ospite di una zia, conosce Tadeusz Lempicki, figlio di proprietari
terrieri che sposa due anni dopo; nel 1918, dopo la scarcerazione del marito,
arrestato dalla Ceka, la coppia si trasferisce a Parigi dove Tamara frequenta
l’Accademia d’arte de la Grande Chaumiere, i suoi mentori sono Maurice Denis
e André Lhote.
Dal 1922 espone
al Salon des Indipendants e al Salon d’Automne e De Tuileries, frequenta Chagall,
Braque, Gide, e tutta la mondanità artistica ed intellettuale parigina.
Viaggia
molto, specie in Italia, dove nel 1925, il conte di Castelbarco, marito di Wally
Toscanini, figlia di Arturo, le organizza una personale a Milano dove conosce
il marchese Sommi, che diventerà suo amante e Gabriele D’Annunzio che invece,
pare, rifiutò.
Nel 1928 il
marito la lascia; per vendetta, Tamara non completerà mai il suo ritratto. Diventa
l’amante del barone Kuffner che sposerà nel 1933. Negli anni successivi soffre
di depressione e continua le sue peregrinazioni per il mondo, la sua predilezione
va sempre all’Italia, nell’estate del ‘39, per timore delle persecuzioni razziali,
parte per l’America e si stabilisce a Beverly Hills dove si occupa di beneficenza
e continua ad esporre - galleria Reinhardt, Julian Levy Gallery, Courvousier Galleries,
Jolas Gallery - del 1943 sono i primi sintomi di arteriosclerosi; nel 1962 muore
il marito.
Dal 1978 si stabilisce
a Cuernavaca, in Messico dove lo scultore Victor Manuel Contreras la assisterà
fino alla morte il 18 marzo del 1980, all’età di 82 anni.
Non
esistono molte pubblicazioni riguardanti la pittrice polacca, ma da qualche anno
a questa parte è in atto una riscoperta del suo genio decorativo, sofisticato
ed indolente.
I quadri di
Tamara De Lempicka sono specchio fedele della sua persona, sono “stile” allo stato
puro, ricerca e controllo di geometrie spaziali che definiscono la figura umana
amata - sia nel caso di uomini che di donne - deformandola attraverso la visione
sentimentale ed inserendola in un contesto di geometrie spaziali che sono
continuazione naturale della figura stessa, che trascende le reali proporzioni,
stravolte ed esasperate con mentalità scultorea.
La
gamma dei colori è parca, poche le sfumature, l’uso costante dei grigi stempera
il tutto, crea volume e regala ai volti una durezza marmorea, uno sguardo spavaldo,
una doppiezza profonda, una consapevolezza di sé e del proprio offrirsi all’occhio
di chi guarda.
Le
sue scelte artistiche, così moderne, così originali, hanno però radici profonde,
non sono frutto di improvvisazione ma di studio e rielaborazione profondissimi;
all’Academie de la Grande Chaumiere Tamara
conosce e si confronta con le opere di Pontormo, Bronzino, e specialmente Ingres
con cui ha in comune la tendenza all’alterazione della figura a favore del raggiungimento
di proporzioni plastiche che possano denotare uno stile riconoscibile ed un‘armonia
scultorea (si veda nello specifico Il ritmo, 1925).
Il
suo maestro Maurice Denis ben definisce questo concetto di stile “lo Stile
è una qual certa grandiosità ottenuta con sacrifici volontari, espressione attraverso
la Semplificazione” che Tamara applicherà con perizia e cui si dedicherà,
non solo nell’arte, ma anche nella vita privata, frequentando circoli intellettuali,
partecipando attivamente alla mondanità e alla ricerca del bello e del piacere
in tutte le sue declinazioni e diventando icona del glamour degli anni 20 e 30.
In
questo senso, esistono ritratti fotografici dell’artista estremamente eloquenti;
Tamara sembra una diva del cinema, una Dietrich o una Garbo, il viso perfettamente
truccato, lo sguardo profondo semi nascosto da una veletta, i gioielli ben in
vista, esibiti ma non ostentati, un abito da sera, i guanti, sempre.
Del
resto una delle sue opere più conosciute è proprio un autoritratto (1932),
anche copertina di Die Dame (rivista con cui ebbe una collaborazione intensa)
in cui Tamara si ritrae alla guida della sua Bugatti verde, il caschetto biondo
nascosto dal copricapo, i guanti di daino, la sciarpa grigia che gioca col vento,
efficace esempio di donna moderna, emancipata, indipendente, fiera.
Le
donne e gli uomini ritratti da Tamara De Lempicka definiscono un’epoca, descrivono
un mondo fatto di eleganza consapevole, di indolente raffinatezza, infarciti di
velato ma lampante erotismo, come nel caso dell’Adamo ed Eva (1932), o
nel ritratto della prostituta Raphaela, La belle Raphaela
(1927), la sua modella favorita, o ancora nel meno celebre Le due amiche
(1923) oppure Il turbante verde (1930) dove il gioco di sguardi pone
l’accento sull’ambiguità che lega i due soggetti rappresentati, dove la seduzione
che passa attraverso gli occhi si fa evidente ma mai urlata o volgare.
Fonti:
Gioia
Mori, Lempicka, Art Dossier, Giunti 1994