| Il Tempo Fugge |
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| di Giulio
Paolicchi |
| Credo che la
suddivisione del tempo (calendari, lunari e simili classificazioni) sia una delle
più antiche attività ordinatorie dell’uomo ma, se non ricordo male, il primo scienziato
che ebbe l’idea di misurarlo con un apposito strumento fu Isacco
Newton; perché fino ad allora era stato inteso come una “percezione”: un
movimento della coscienza guidato dalla sensazione, strettamente personale e legata
alle circostanze, che il tempo passa. I nostri atti e la nostra esistenza nonché
quella del mondo circostante, sono immersi -appunto-
nel tempo, in quella specie di fluido immateriale che scorre sotto i nostri piedi,
sulle nostre teste, nei nostri visceri. Martin
Heidegger, l’ultimo sciamano del ‘900, uno dei pensatori
più straordinari della storia dell’umanità, in “Essere e Tempo” utilizzò il tempo
per aiutarsi a definire l’Essere giacché da millenni la conciliazione di quest’ultimo
concetto con quello di Divenire era rimasta una aporia:
se affermi che l’Essere è immutabile devi escludere che gli Enti, in quanto espressioni
dell’Essere, possano mutare in alcun modo e se ammetti che l’Essere è mutevole,
inevitabilmente devi rinunciare alla sua assolutezza. Così
Heidegger stabilì, innanzitutto, che la filosofia non
è se non “ontologia” (studio e definizione dell’Essere) e che l’Essere “è”, punto
e basta, unico e immutabile, senza “se” e senza “ma”.
E il “divenire”? Ecco, quello ha a che fare, in qualche modo, proprio col tempo
e giammai può “intaccare” l’Essere: si tratta dell’ “Esser-ci”,
ossia dell’ “Essere-nel-mondo”, ossia dell’Uomo, ente fra gli enti che
nella sua esistenza ha un rapporto costitutivo di comprensione per l’Essere il
quale fonda i contenuti delle esperienze e fa si che essi “siano”. Dunque
il tempo -la temporalità- si riconduce naturalmente all’esistenza umana
nella misura in cui ne è l’essenza stessa (“Il tempo è la sostanza di cui sono
fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono
il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora,
ma io sono il fuoco” Jorge Luis Borges, Nueva refutacion del tiempo). Tutto
questo giusto per avere idea di quanto “il tempo” sia cruciale anche come oggetto
di riflessione (o di speculazione) e quindi del perché continui a tormentare l’uomo
pressoché dalle sue origini, insomma per avere una cognizione minimamente sufficiente
della sua pervasività rispetto alla nostra quotidianità.
Potremmo così definire il “tempo”, parimenti: una notazione metafisica ed una
grandezza oggettivamente misurabile, un costrutto socioculturale ed una percezione
strettamente soggettiva di natura emotiva/affettiva. Come
costrutto socioculturale è stato, purtroppo, l’origine di gravi guasti che ad
oggi, lungi dall’esser stati riparati, sono piuttosto divenuti il segno distintivo
di un nuovo stile di vita: poiché il tempo passa senza scampo e le cose che vorremmo
fare sono sempre di più, il concetto di velocità (percorrere un certo spazio nel
minor tempo possibile oppure fare quante più cose sia possibile in una data unità
di tempo) è divenuto cruciale fra i requisiti che denotano le nostre iniziative
e sulla scorta di questo crescente bisogno di celerità si sono sviluppati mezzi
di trasporto velocissimi, processi produttivi rapidissimi, modalità di organizzazione
della vita quotidiana centrate essenzialmente sulla saturazione di tutto il tempo
disponibile senza che resti alcuno spazio di pausa o di ripensamento. Con tali
ritmi, negli ultimi trent’anni ci siamo “fumati” una quantità di risorse energetiche
pari a quelle consumate dall’inizio della rivoluzione industriale fino alla metà
degli anni ’70 causando disastri ambientali pressoché irrimediabili. E le nostre
giornate sono diventate frenetici balletti automatici dai quali è stato bandito
ogni pur minima area di intimità e riflessione: non so se avete mai notato quante
cose facciano, in treno, i viaggiatori anziché starsene seduti in santa pace a
pensare ai casi loro; eppure quella (disagi procurati da Trenitalia a parte) sarebbe
una straordinaria occasione per cullarsi nei propri pensieri a loro volta cullati
dal ritmico sferragliare del vagone, invece in treno si legge, si dorme, si ascolta
la musica dalle cuffiette del lettore MP3: per “far passare il tempo” o per “impiegare
utilmente il tempo”, mai che si abbia l’ispirazione di godersi qualche sana ora
di ozio totale, di fare un po’ di “agorazein” mentale
pensando a se stessi, alla fidanzata che abbiamo salutato sulla banchina, al compagno
di scuola che non vedevamo da trent’anni incontrato proprio nell’atrio della stazione,
alla camicia sgualcita del controllore con le macchie di sudore sotto le ascelle
perché l’aria condizionata si è guastata dalla stazione di Civitavecchia, a quella
ragazza che ci è seduta di fronte divertendoci ad inventare la sua storia compreso
il perché si trovi -ora- proprio su quel treno lì. Non lo facciamo, di solito:
perché è (sembra) “tempo buttato”. Anche la “terminologia temporale” che circola
negli scambi sociali rivela in maniera inequivocabile una “etica dell’impiego
ottimale del tempo” che non (ci) lascia scampo: espressioni
come “tempo perso” o “guadagnare tempo” esprimono perfettamente, da una parte,
la soffocante ristrettezza data dal (comunque insufficiente) tempo a nostra disposizione
e dall’altra, i nostri spasmodici tentativi di rubacchiare sempre qualcosa, qualche
giorno o qualche ora ma, alla fine, vanno bene pure i minuti. Chi ha più sentito
frasi come “il tempo lo manda Iddio” o “dai tempo al
tempo” o ancora “ogni cosa a suo tempo”? Se “dai tempo
al tempo” sei tagliato fuori, cioè “perdi il tuo tempo”. Però
il tempo, come dicevamo, è anche una percezione: tanto per esemplificare, un amplesso
di mezz’ora sembrerà incommensurabilmente più breve dell’ultimo minuto di vita
di un condannato a morte, contrariamente al responso dell’orologio. Ed è certo
che la coscienza del tempo così intesa, specie se pensiamo che un bambino non
ce l’ha, almeno per i primi anni di vita, sia esistenzialmente
fondativa e formativa ma soprattutto condivide con l’accezione
socioculturale l’assunto di base e cioè che il tempo della vita, comunque, sia
insufficiente (alla fine, resta sempre qualcosa da fare, da dire, da imparare
ecc.) oppure, in altre parole, che trascorra più velocemente di quanto sarebbe
utile e necessario oppure, in altre parole ancora, che vi sia una profonda sfasatura
(o asincronia) fra i nostri pensieri e le nostre azioni ed il succedersi degli
eventi (ossia lo scorrere del tempo). Per dire che il tempo, in buona sostanza,
è il simbolo convenzionale che traduce e diffonde universalmente il terrore nonché
il ripudio per la nostra finitezza. Non è indicativo che decine e decine di pensatori
e letterati abbiano speso così tante energie a discettare intorno alla morte ed
al suo “dopo” e così poche sulla nascita e sul suo “prima”? Quello della morte
viene spesso chiamato il “momento supremo” e la nascita è per definizione un evento
gioioso eppure, a ben vedere, la fine incomincia proprio da quest’ultima: non
è da essa che parte il conto alla rovescia? prima gli
orologi sono fermi... Ma
a questo punto non possiamo che (dobbiamo) tornare ad Heidegger,
che chiamava questa condizione ontologica umana “gettatezza”:
il soggetto si scopre così “gettato nella vita”, volente o nolente, epperò incapace di dare un senso al suo percorso, almeno fino
a quando non capirà di essere stato “gettato” e intuirà l’intero svolgersi di
quel percorso accettandone la morte come punto di arrivo, anzi, come vero e proprio
fine dell’Esser-ci; la vita sarà, allora, “vita-per-la-morte”: sicché dispiace dirlo ma... il tempo
non fugge (come anch’io, spontaneamente e regolarmente, penso ogni volta che ci
incontriamo fra vecchi compagni di classe del liceo ritrovandoci ingrassati e
ingrigiti), “corre verso”. |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 10 agosto 2008 |