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Time
di Chiara Bianchi

TIME. Kim Ki-Duk. Corea. 2006

“Chi ha tempo non aspetti tempo” insegna la saggezza popolare. Nel film di Kim Ki-Duk il tempo non si aspetta, si doma. O perlomeno si tenta di farlo, fallendo.

Spaventata all’idea del cambiamento, della possibilità anche solo sfiorata che i delicati equilibri amorosi si sfaldino, si debbano ripristinare, o peggio che tutto si perda, una donna decide di operare su di sé una scelta radicale, scompare e si regala un nuovo volto, una nuova possibilità di innamorarsi e di far innamorare di sé (o dell’altra se stessa) il fidanzato, attonito, impaurito, prima, disperato e sfortunato, poi.

La trama del film di Kim Ki-Duk è di fatto estremamente semplice e all’apparenza banale ma nasconde sottotesti importanti ed universali, sfiorati, più che declamati, grazie anche al sapiente uso dei simbolismi di fotografia e scultura, arti che, per definizione, dovrebbero fissare eternamente persone, sentimenti, situazioni.

Ed in effetti il viso della protagonista è riscolpito e fotografato, prima e dopo, in un gioco di sovrapposizioni vorticose che portano al paradosso, alla vertigine della follia, al rincorrersi senza meta e senza speranza in una ricerca spasmodica della perfezione e della tranquillità emotiva, chimera inarrivabile.

L’amore è, per definizione, quella condizione instabile in cui la paura della perdita si fa pressante, in cui il confine fra le varie identità si fa più labile, in cui esiste un forte scarto fra il provato, il detto, il nascosto, l’inesprimibile; e qui trova terreno fertile l’annullamento, il desiderio di istrionico cambiamento, l’ansia del controllo.

Nel tentativo di rinnovare la condizione di innamoramento, di piegare e deformare il tempo, di ritornare indietro e rivivere in loop quella situazione perfette di forza e sicurezza, si chiude invece il cerchio, arrivando a provare paradossalmente una gelosia morbosa e ammorbante per noi stessi, per quello che eravamo.

Si arriva al punto in cui si ha paura di aver paura; è per noi stessi questo balletto, non per “l’altro”, l’oggetto (appunto oggetto, non soggetto) del nostro amore, è un atto estremo d’egoismo questo desiderio di essere guardati sempre con la medesima passione, lo stesso desiderio, lo stesso sguardo rapito. La quotidianità è per i veri eroi, non per tutti.

Un film che anche strutturalmente richiama se stesso nel finale (che per ovvie ragioni non posso rivelare in questa sede) dice chiaramente della impossibilità di esercitare un controllo poiché lo scorrere del tempo si fa beffe di noi, rimarcando la sua indipendenza dalla nostra umana, sciocca, assurda volontà.

Certamente riuscito anche se, purtroppo ma inevitabilmente, parecchie sfumature non possono essere colte pienamente da uno sguardo occidentale, molti atteggiamenti ed espressioni forse non possono risultare completamente efficaci ma ciò non toglie nulla all’impianto generale che funziona in maniera universale ed è possibile l’identificazione e la comprensione globale; siamo però lontani da un capolavoro come Ferro 3 (peraltro la scena più famosa è utilizzata coma auto citazione nel film) praticamente perfetto.


© LiberaMENTE MAGAZINE 21 settembre 2008