Tina Modotti |
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| di Claudia
Dani |
| « Ogni volta che
si usano le parole "arte" o "artista"
in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta
senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa,
e niente altro. » Fotografa dotata e consapevole.
Tina Modotti nacque in Italia, immigrò negli Stati Uniti con la sua famiglia nel
1913. Si stabilirono a San Francisco, dove Tina lavorò in una fabbrica tessile
continuando ad esercitare la sua passione verso Rimase in Messico accanto a Weston e
solo allora decise di perseguire il suo nuovo obiettivo con decisione:
Quella foto è l’emblema di una società matriarcale
che deve aver colpito non poco la fiera e indipendente fotografa. Le immagini
che scatta nella comunità Tehuanpec sono le ultime che scoppiano di energia fotografica:
in quell’occasione la Modotti scriverà
a Weston: “…metto troppa arte nella mia vita…e così non mi rimane nulla da lasciare
all’arte”. La carriera come fotografa sarà
breve, infatti dopo essere stata deportata, per ragioni
politiche, fuori dal Messico, lasciò definitivamente La carriera fotografica
di Tina Modotti è divisa, per alcuni, in due periodi: romantico e rivoluzionario.
Il primo includerebbe il periodo trascorso con Edward Weston in Messico. Aprirono
insieme uno studio di ritrattistica e viaggiarono per il paese incaricati di scattare
immagini per il libro di Anita Bremmer, Idols Behind Altars. Nello stesso periodo
venne scelta come fotografa ufficiale del movimento muralista messicano. Scattò
molte immagini dedicate ai fiori. Il periodo rivoluzionario della sua fotografia
sarebbe quello in cui fu più attiva politicamente. "La prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico"
fu l’appellativo dato ad una sua mostra nel dicembre del 1929. Fu l'apice della sua carriera di fotografa,
e all'incirca un anno dopo fu costretta a lasciare il Messico. “La fotografia è precisa, corretta in quanto può essere prodotta solo nel
presente proprio perché basata su ciò che esiste oggettivamente davanti alla macchina
fotografica, si realizza come il più soddisfacente fra i mezzi per registrare
la vita in tutti i suoi aspetti e da questo deriva il
suo valore documentale. Se a questo si aggiunge sensibilità e comprensione e,
sopra ogni cosa, un chiaro orientamento verso il posto che dovrebbe avere nel
campo dello sviluppo storico, io credo che il risultato sia qualcosa di degno
di avere un posto nella produzione sociale alla quale tutti dovrebbero contribuire”
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© LiberaMENTE MAGAZINE 29 novembre 2009 |