Traguardi
di Giulio Paolicchi

Traguardi, mète, scopi: motivazioni, in altre parole, determinanti del nostro comportamento, della nostra esistenza.

Mentre costeggiamo il mare della Liguria, di galleria in galleria, leggo sul numero 153 del quotidiano gratuito “City” una dichiarazione del “maledetto” Mickey Rourke: -Il personaggio di ‘The wrestler’ (il film premiato al Festival del Cinema di Venezia 2008 con il Leone d’oro, ndr) è come me: uno che per i suoi sogni vive nella merda-. E ancora, apprendo che Jean Paul Belmondo divorzia alla bella età di 75 anni, dopo 13 di matrimonio ed una figlia, da una certa signora Natty che, tra l’altro, ne ha 32 meno di lui. Traguardi, appunto.

 Come anticipato in premessa, la nostra vita è solo una questione di traguardi ed il fatto che basti aprire un quotidiano qualsiasi ad una pagina qualsiasi per averne prove dirette e certe a bizzeffe, la dice lunga soprattutto su quanto sia complicato parlarne, è un po’ come discettare intorno al rapporto fra la capacità di camminare e la conoscenza dell’ambiente circostante: il legame causale che lega la seconda alla prima è talmente “spontaneo” e così profondamente implicito, che il parlarne non sarebbe che una tautologia. Insomma, affrontando la questione dal punto di vista della logica formale, si tratta di una proposizione che è sempre vera ed indipendentemente dal grado di verità dei suoi componenti.

Ma se ci teniamo alla larga dalla prospettiva logica, ossia dall’esame della relazione formale che lega le motivazioni ai comportamenti, adottando un’analisi “semantica” delle motivazioni, cioè un punto di vista che focalizzi piuttosto il sistema dei “valori” (morali, etici o di altra natura) dal quale hanno origine, avremo tutt’altra “rappresentazione del mondo” come testimoniano gli innumerevoli risultati di decenni e decenni di ricerche socio-antropologiche e psicologiche: con la indispensabile avvertenza che otterremo, comunque, dei significati opinabili e provvisori (ovvero passibili di ulteriori rettifiche e sviluppi) in quanto prodotti di “interpretazione”. E tenendo presente che, non disponendo dello spazio né del tempo né -“last but non least”- delle competenze necessari per rappresentare le infinite tipologie motivazionali umane, ci limiteremo, se non proprio a “sparare nel mucchio”, a fare solo qualche esempio (per noi) socialmente significativo.

Abbiamo già scritto dei mali endemici del nostro paese (a torto od a ragione, ma sono le nostre opinioni), del profondo ritardo culturale, della mancanza di una coscienza collettiva e del concetto di bene comune, della preferenza per le “scorciatoie”, per le furbate, della preferenza per “l’uomo solo al comando” in luogo dell’impegno di tutti per il “bene comune” e tuttavia, bene o male, c’è pur stato, nella nostra breve storia, un lungo periodo nel quale la visione del traguardo, pur influenzata da tante distorsioni, era chiara e netta in fondo alla strada: si trattava, nel dopoguerra, anni ’50 e ’60 , dopo avere miracolosamente salvato la pelle, di ricostruire tutto quanto, dal corpo giuridico (a partire dalla Costituzione) alle vie di comunicazione alla scuola alla sanità. Ma, a partire dagli anni ’70, qual è più il traguardo di questa Italietta che nel tempo si è sempre più ripiegata su se stessa e sulle sue paralizzanti paure?

Sembra che, ormai, sul nostro territorio non vi sia più alcun confronto idealistico ed etico: quello spazio, ora, è interamente occupato da livorose opposizioni condotte sulla base di micro-interessi quotidiani ovvero dai frammenti di quelle che erano “concezioni esistenziali” di ben altra portata. In altre parole: si parla e soprattutto ci si odia, solo per questioni di soldi senza che alcuno trovi più utile e ragionevole chiedersi che cosa c’è “dietro” ai soldi. I partiti, quelli con le tessere, i congressi e le segreterie, sono totalmente allo sbando, sbriciolati dal successo di contenitori informi di tipo vagamente “messianico” (che promettono un futuro luminoso ed illuminato dallo scintillio dei “dobloni”, per il quale garantisce il taumaturgo) ma soprattutto di ossessive “associazioni di consumatori” che nascono veloci e numerose come funghi. Quello che abbiamo conosciuto come “cittadino” -essere umano la cui nascita bastava per implicare la titolarità di alcuni diritti inalienabili e intoccabili, fondamento della “dignità umana” universalmente riconosciuta- ora non è che un “CONSUMATORE”, cioè un poveraccio i cui diritti inalienabili a la cui “dignità” sono riconosciuti solo nel momento in cui consuma, cioè quando spende. Un esempio: chi ha un figlio in età da scuola materna o elementare, non pretende di usufruire dello scuolabus comunale in quanto cittadino ma in quanto contribuente. E’ un bel cambio di orizzonte, di prospettiva, una vera svolta “copernicana”.

Il traguardo apparente di questa asfittica “nouvelle vague” socio-giuridica: salvaguardare i diritti del consumatore (in sostanza, ricevere beni e servizi adeguati all’esborso di soldi). Il traguardo reale sebbene implicito: arricchirsi, “fare i soldi”. E se in questo l’Italia non è un’eccezione, sono eccezionali i “progressi” che ha fatto negli ultimi vent’anni. Semplificando molto potremmo chiamarla “americanizzazione”. Oppure, scherzandoci su, “trefilettizzazione” in onore di Rosario Trefiletti, il mediaticamente onnipresente presidente di Federconsumatori che spazia dalla BCE al petrolio al caro-pane con invidiabili disinvoltura e “vis” polemica (altrettanto avremmo potremmo dire dello scoppiettante Elio Lannutti, presidente di Adusbef).

Così le nostre esistenze, animate dal traguardo della ricchezza, vengono condotte sul filo di un unico valore: i soldi, che da “mezzo” sono passati al rango di “fine”; e non crediamo affatto che tutto ciò sia dovuto alle enormi difficoltà materiali quotidiane giacché tutte le epoche storiche ne hanno evidenziate, qua c’è sotto qualcosa di più e di molto più rilevante, per capirlo basta “leggere” la povertà delle pochissime prospettive di riscatto esclusivamente denotate dal loro corto “respiro”, dall’essere circoscritte esclusivamente ad interessi e valori materiali. I lavoratori di decenni fa (che oggi sembrano di secoli fa) cercavano il loro riscatto nell’acquisizione di una maggiore consapevolezza della loro “posizione politica” nella società che costruivano attraverso momenti ed occasioni di associazione organizzata, riunioni spontanee, assemblee, ora guardano con innaturale interesse alla integrazione di una pensione (non più garantita dal patto sociale che dovrebbe essere invece il “tema” rilevante) attraverso l’iscrizione ai fondi pensione, che magari hanno in portafoglio titoli di aziende che fanno profitti a nove zeri proprio sulla pelle di altri lavoratori od obbligazioni Lehman Brothers, come il fondo dei chimici e quello dei metalmeccanici. Non credo proprio che trent’anni fa sulle prime pagine di quasi tutti i giornali sarebbe stata pubblicata la notizia, com’è successo invece il 19 settembre scorso, dei nuovi ingressi nel consiglio di amministrazione di Mediobanca: chissenefregava di Mediobanca, le tensioni ideali si aprivano a tutt’altri orizzonti. Ma tant’è: come ogni altra epoca anche l’età dei soldi (che potremmo altrimenti definire come “l’era della mediocrità”) ha i suoi dei, le sue mitologie ed i suoi eroi ove si deposita la cultura collettiva del tempo.

Tanto per dire come stanno le cose: leggevo su “La Repubblica” di giovedì scorso, 18 settembre, la confessione resa a Vittorio Zucconi da un “broker” della city di New York, pubblicata a commento del crack di “Lehman Brothers” e della frana che sta travogendo le multinazionali della finanza.

E’ un insieme di impressioni che rivela molto sui “traguardi” della gran parte delle persone ed il raggiungerli (averli raggiunti) o meno non fa alcuna differenza.

(...)

 “Sono un broker di ‘investment bank’ settore ‘hedge funds’ e ‘derivate’ che neppure sto a spiegarvi che cosa siano perché non l'ho mai capito neppure io, se non che erano formule create da ‘idiot savants’ sui computer per far fare soldi a tutti, finché ce n'erano, e adesso per farli perdere a tutti.”

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The sure thing’, il sogno di tutti i giocatori, scommettere sul sicuro, a corsa finita, e con i soldi degli altri, nel giro infinito dei credito che sciabordava come l'acqua nella stiva di una nave e bagna tutti. Fino a quando l'acqua finisce e tutti restiamo a secco, come adesso.

(...)

 “Eravamo gli dei senza controlli governativi, senza quei rompiscatole moralisti e statalisti che fanno le pulci alle banche commerciali, esaltati come i pionieri di un mondo nuovo e senza frontiere, noi che dalle scatole di cristallo e targhe di bronzo alle porte, Bear Stearns, Lehman Brothers, Morgan Stanley, Goldman Sachs, JP Morgan, AIG, giocavamo ai Masters of the Universe, ai signori dell'universo. E oggi ci guardiamo allo specchio lavandoci i denti alle quattro chiedendoci che mestiere potrebbe fare un prete se un giorno qualcuno dimostrasse che Dio non c'è più.

(...)

 “A New York tutto respira con i polmoni di Wall Street, quando i polmoni si sgonfiano, tutto si gonfia, ristoranti, rette per asili privati da 20 mila dollari l'anno, alberghi da 1.500 a notte per la junior suite, fitness club.”

(...)

 “Non sono amareggiato, non ce l'ho con nessuno. Noi in America diciamo che "it was good while it lasted", è stato bello fino a quando è durato, come un amore, una vacanza, un ciclo vittorioso della tua squadra. Soltanto mi addolora sentirmi trattato come una prostituta che ora i clienti fingono di non conoscere dopo avere fatto la coda per andare a letto con lei a qualsiasi prezzo.

(...)

 “Non porto rancore. Nessuno mi ha obbligato a lavorare per un casinò. Nessuno mi aveva promesso 40 anni di posto sicuro con pensione, orologio d'oro e liquidazione a 65 anni. L'ho sempre saputo che alla fine dell'autostrada 78 non c'era la pentola d'oro, ma una scatola di cartone. Almeno potrò dire al mio capo, al genio che non ha mai visto i suoi figli e compila equazioni come fughe di Bach, che i suoi New York Yankees mi hanno sempre fatto schifo".”

Una testimonianza straordinaria, giacché attraverso la descrizione di un caso “estremo” scopre i caratteri tipici dei “nuovi traguardi” dell’umanità: soprattutto il tratto psicotico “schizoparanoideo” del rapporto fra soggetto ed oggetto (i soldi), connotato dalla mancata integrazione di quest’ultimo nel quadro esperienziale della persona, una vera e propria dissociazione che conduce ad una sorta di regressione che implica il totale abbandono della realtà e lo sconfinamento verso un autoerotismo di tipo infantile centrato dal “possesso” dei soldi non più funzionali, ora, a procurarsi agi e comodità ma assurti a simbolo/significato erotico autonomo. Per non dire delle innumerevoli sfumature psicopatiche, antisociali, di manager che agiscono indisturbati oltre le leggi e gli stati: un sentire che lentamente si diffonde, “fa scuola”, diventa una generica ma consistente insofferenza per le regole che può trovare la sua propria espressione nell’avversione alla tassazione, nella definizione di un individualismo che sfocia in solipsismo e nelle esasperate tensioni autonomiste anche di microscopiche comunità.

In fondo è anche così che il Tronchetti Provera di turno finisce per essere il “traguardo” da raggiungere ma, se irraggiungibile, al contempo anche il prototipo da odiare


© LiberaMENTE MAGAZINE 21 settembre 2008