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Uomini che Odiano le Donne
di Bruna Taravello

Ogni anno, dal 1966, Heinrik Vanger riceve una cornice con dei fiori essiccati dentro, ed ogni anno questo gli riapre una voragine spaventosa nel cuore.

Non è vero che tutto passa, con il tempo, non è vero che basta aspettare. Certe cose, certi torti della vita, certi dolori non passano mai, diventano una parte di te, come le gambe tozze o il sorriso storto.

Il sorriso storto, già. Quello famoso di Lisbeth Salander, la hacker della trilogia dalla quale è tratto il film: c'erano schiere di larssoniani che si chiedevano come avrebbe potuto renderlo, la protagonista, sullo schermo. E, aggiungo io, anche gli occhi scuri, che diventano tutti neri quando lei sta per cedere ad un suo impulso violento.

Invece, se il sorriso storto forse non c'è, o non come lo immagino io,  gli occhi tutti scuri sono certa di averli visti e, in genere, se una Lisbeth poteva essere, Noomi Rapace è l'interprete perfetta. Mi chiedo se si farà operare al seno per avere le tette grosse che Lisbeth sfoggia nel secondo romanzo.

Ma torniamo alla storia:  si parte dalla ricerca della nipote scomparsa nel '66 del miliardario Vanger, quella dei fiori secchi, appunto.  Lisbeth, incaricata di trovare notizie su Mikael Blomkvist, il giornalista scelto per questa indagine, scopre una serie di elementi anche su Harriet, la ragazza . Sfidando ogni regola di prudenza si mette in contatto con Mikael, e così inizia il loro tormentato, e strano, rapporto.

Intorno a questa base, come ben sanno coloro che hanno letto il romanzo, ci sono almeno un altro paio di  storie che intersecano lo sviluppo principale, apparentemente allontanandosene nel finale; tutto poi tornerà nei successivi capitoli, in una saga che per me  è una delle migliori mai lette.

L'attesa per il film era ovvia: quando mai da un bel romanzo è stato tratto un bel film? Io una risposta in mente ce l'ho: Romanzo criminale, di De Cataldo, si configura come ottimo libro e ottimo film. E di sicuro non è l'unico.

Qui, il film è indubbiamente un buon thriller, godibile anche se un po' lento all'inizio (come il libro, del resto) anche da chi non sa ancora niente della storia. Protagonisti, Lisbeth a parte, buoni ma forse non tutti ottimi, bella ambientazione, che rispetta in pieno una Svezia che attraversa un paio di stagioni, e buona suspence, avvincente anche per chi sa a memoria l'evolversi delle azioni, e questo è sicuramente indice di buon lavoro.  La caratterizzazione dell'avvocato Bjurman  è  perfetta, viscido e disgustoso quanto serve, e anche lo stupro è persino più forte che nel libro, e una volta tanto senza compiacimenti erotici o ambiguità: violenza pura, e totale; anche la disfunzionale famiglia Vanger è disegnata piuttosto bene, e non era un compito facile.

In alcune parti, come nei personaggi secondari ( e qui Erika Berger, ad esempio,  non è certo fondamentale ) l'esperienza televisiva del regista Oplev forse è venuta un po' troppo in superficie, ricordando in certe sequenze  il Montalbano di Sironi:  quindi ottimo mestiere ma un pizzico di manierismo di troppo.

Ma forse la mia è una riserva dettata dal grande amore che sento verso il romanzo, così come spesso capita quando qualcosa che senti profondamente tuo viene preso e manipolato da altri.

Il libro,  ben scritto e ben tradotto, ha poi altri due seguiti, ed un quarto mai pubblicato e che forse non vedremo mai: l'autore infatti morì, proprio mentre stava varcando l'ingresso della propria redazione, nel 2004, per un attacco cardiaco.

I suoi romanzi erano stati appena pubblicati, e quindi del successo che avrebbero avuto non poteva sapere, e tanto meno poteva immaginare di assurgere ad autore di culto di lì a poco. I film tratti da "La ragazza che giocava con il fuoco" e "La regina dei castelli di carta" sono previsti per l'autunno e per la primavera 2010.

Rimaniamo in trepidante attesa: intanto, andate a vedere questo film: è doveroso, oltre che consigliabile, se non altro per disintossicarsi dagli angeli e demoni di fine stagione.     


© LiberaMENTE MAGAZINE 31 maggio 2009