Ce l’abbiamo fatta. Siamo riusciti
a creare anche le vacanze “ad alta velocità”.
Dopo i viaggi in treno, le connessioni
iper – veloci garantite dalla fibra ottica e le sinapsi
accelerate da droghe più o meno consentite e pericolose, è giunto il momento di
velocizzare anche il relax.
Un controsenso? Non sembra proprio, se consideriamo
i dati che emergono dal Rapporto ACI-CENSIS Turismo 2008: dai 23,3 milioni di
viaggi brevi (1-3 giorni) del 1997 siamo passati ai 47,9 milioni del 2007. Le
mete preferite sono sempre di più quelle vicine, con un 83% degli italiani che
passeranno l’estate nel nostro Paese. In notevole aumento anche le vacanze – week
–end, con una vasta gamma di scelta, tra percorsi tematici, visite eno-gastronomiche,
tour culturali nelle città d’arte e crociere su navi veloci (sempre più veloci)..
Complici
anche il carovita e il caro carburante, il tempo da dedicare alle ferie si è in
questi anni progressivamente ridotto.
In tanti, anche quest’estate, hanno optato
per i viaggi low-cost verso mete lontane, anche solo
per due -tre - quattro giorni, per poter dire a Settembre: “Quest’anno sono stato
in Egitto”, omettendo gli svenimenti e le diarree del viaggiatore causate dal
ferragosto al Cairo (quarantacinque gradi sotto le piramidi alla modica cifra
di 104 Euro), o ancora: “Fantastico lo Yucatan!”, omettendo questa volta tutte le maledizioni inviate
senza ritegno a qualsivoglia divinità maya, mentre oppressi da un’umidità del
99,9% rimpiangevamo il paesino dell’entroterra e la vecchia casa in pietra (così
fresca) degli zii e i pisolini pomeridiani disturbati solo dal frinire delle cicale.
Ma siamo fatti così,
e alle vacanze “fighe” non rinunciamo per nulla al mondo, al costo di correre
in mezzo al deserto per non perdere il ritmo del tour organizzato.
Ricordo
una gustosa scenetta di qualche agosto fa a Roma, sotto il sole cocente del pomeriggio
nei Fori romani. Un gigantesco pullmann carico di turisti
giapponesi scaricò tutto il suo prezioso carico nel bel mezzo dei Fori, e in pochi
secondi l’invasione ebbe inizio: decine e decine di occhi
a mandorla si infilarono ovunque, correndo freneticamente, osservando, fotografando,
riprendendo ogni cosa; il tutto in poco più di mezz’ora.
Dopo aver analizzato,
selezionato, ponderato, scattato, i giapponesini si
diressero nuovamente verso il loro pullmann. Sul vetro
del torpedone campeggiava un bel cartello che illustrava le tappe previste dal
viaggio: ROMA-FIRENZE-BOLOGNA-VENEZIA-MILANO.
Incuriosita chiesi
ad un accaldatissimo autista quanti giorni avesse a disposizione
la comitiva per realizzare quel fantastico tour e la risposta fu esaustiva: “cinque giorni mia cara....questi qui hanno una marcia in più”.
In cinque giorni i giapponesi avrebbero così potuto smarcare la voce ITALIA dal loro taccuino del perfetto viaggiatore.
Perché soffermarsi ulteriormente e perdere tempo, quindi denaro? Oggi non siamo
poi così lontani dal seguire questo delirante modello nipponico.
Dimenticando
che la parola vacanza deriva dal latino “vacuum”, ovvero
vuoto, vacante appunto.
Del vuoto si sa, abbiamo una folle paura, dunque ci
affanniamo alla ricerca di programmi stressanti e veloci per poter vedere, fare,
toccare, raccontare.
Abbiamo paura dello scorrere del tempo, e forse proprio
per questo dimostriamo tutti i nostri anni.
Spesso
mi tornano alla mente i visi dall’età indefinibile dei pellegrini indiani, incontrati
lungo la strada nel mio recente viaggio in India. Il loro é un vero e proprio
esodo, che ogni anno coinvolge milioni di persone e che, purtroppo, come é accaduto
recentemente nell’Uttar Pradesh,
lascia sempre dietro di sé un numero imprecisato di vittime. Un viaggio lento,
faticoso, un vero passaggio agli inferi, una sofferenza per noi inconcepibile,
un sacrificio ed insieme una festa, un tributo dovuto e sentito alla divinità.
Ricordo
la gioia di quei visi di eterni ragazzini, felici di essere in tanti, scalzi,
a camminare sull’asfalto rovente, oppure seduti a riposarsi, a rinvigorire il
corpo, a pensare. O meglio, impegnati a non fare niente, (come diremmo noi occidentali)
per ore ed ore, per poi riprendere il viaggio.
Oppure
ripenso con malinconia alle ore passate insieme a mia sorella nel retro della
mitica 128 verdolina di mio papà, mentre inventavamo giochi ed indovinelli per
far passare il tempo, in attesa di veder spuntare le prime montagne e di sentire
l’aria farsi più frizzante, fuori dal finestrino.
Credo che quelle cinque ore,
compresa la sosta in autogrill, fossero le più belle,
le più magiche di tutta la
vacanza. Infatti, come ci ha insegnato il buon Leopardi, solo
nell’attesa della festa si respira davvero l’atmosfera della festa. E nel viaggio
non è la meta ad essere importante, quanto lo stesso atto del viaggiare, la ricerca,
la sospensione del quotidiano, il mettersi in cammino.
Se questa ricerca dura
lo spazio di tre giorni, credo che molti dei suoi benefici vadano perduti, anche
se la meta esotica verrà comunque raggiunta, vista, fotografata.
Un
giorno i nostri figli sostituiranno le classiche domande: “Quando arriviamo? Quanto manca?” con
altre più realistiche: “Siamo già arrivati? Ma torniamo già a casa?”.
Forse
guardando le loro faccine un po’ tristi e gli occhietti che annunciano lacrimucce,
ci penseremo su due volte prima di prenotare il nuovo I-Phone
della Apple, e faremo lo sforzo di tenere per più di un anno
la stessa automobile, pensando invece a
regalare alla nostra famiglia una bella settimana bianca natalizia.
Possibilmente
della durata di una settimana.
Fonti:
www.ansa.it
www.sestopotere.com