LiberaMENTE MAGAZINE

Veronica Guerin
Una Phenomenal nerworker contro la droga

di Maria Teresa Biscarini

 Phenomenal networker”. Questo il nomignolo attribuito alla giornalista irlandese Veronica Guerin in un’ epoca in cui la rete internet non era ancora così capillarmente diffusa. Quali dunque le motivazioni di uno pseudonimo del genere? A quale rete si allude visto che non si tratta di quella telematica? Stando alla dettagliata e commovente ricostruzione che Sergio Nava fa della giornalista¹, sembra che la stessa fosse dotata di una non comune capacità di tessere fitte trame relazionali. Una rete dunque umana quella che sta alla base del suo giornalismo investigativo. Un giornalismo impegnato, di denuncia sociale, condotto all’antica con l’osservazione diretta di fatti e persone. Questa l’impronta che fece della Guerin la prima giornalista europea insignita dell’International Press Freedom Award nel novembre 1995 a New York.

Una missione giornalistica la sua con l’obiettivo di smascherare i baroni della droga che solo a Dublino negli anni ’90 aveva reso larve ben 8000 giovani vite. Cosa pensano questi criminali? Che noi tutti li copriremo e ci metteremo una pietra sopra? Pensano di essere intoccabili? I media non lo permetteranno, perché questo è il nostro lavoro. Se ritengo che esistano un torto o un’ingiustizia farò in modo di metterli in luce”. Un’ esposizione la sua pagata col suo stesso sangue. Il 26 giugno 1996, al semaforo di una delle arterie principali che conducono a Dublino, sei colpi di pistola esplosi a sangue freddo misero fine alla sua giovane vita. Le sue coraggiose e informatissime inchieste sulle gang di spacciatori, stavano facendo saltare le ipocrisie che avevano reso possibile il dilagare di quella piaga sociale. E la Guerin aveva ben compreso che c’era bisogno di uno scossone tale da far capitolare l’opinione pubblica. Sembra infatti che l’allora Ministro della Giustizia, Nora Owen, fosse rimasta fino all’omicidio Guerin, spettatrice passiva di un vero e proprio teatro di orrori e violenze.

Violenze e intimidazioni di cui la stessa Guerin fu vittima. Emblematico l’episodio della gambizzazione a cui reagì immediatamente, tornando nei covi dei baroni sorretta ancora dalle stampelle. Un coraggio, il suo, che la stessa giuria del premio newyorkese riconosce essere ben “oltre ciò che la maggior parte dei giornalisti considera ragionevole”. Adorata dai lettori, ostracizzata dai colleghi per i suoi metodi e inascoltata dal governo. Un po’ tutto questo era la Guerin giornalista. Per condurre le sue inchieste, Veronica instaurò presto una fitta rete di contatti all’interno del corpo della polizia e nel sottobosco criminale. A tale proposito vale la pena di ricordare un detto che sembra fosse ampiamente diffuso negli ambienti di polizia: “se vuoi il quadro completo della situazione criminale, noi possediamo una parte, i criminali hanno l’altra, e Veronica, forse, le possiede entrambe”.
Almeno sei poliziotti, per ammissione dello stesso Assistant Commissioner Tony Hickey, potevano essere annoverati fra i suoi principali contatti all’interno dei Garda Siochana (la polizia irlandese). Impossibile determinare quante fossero invece le “gole profonde” di Veronica nell’ambito criminale. E’ comunque fuori di dubbio che il suo principale informatore fosse John Traynor, detto il Coach (l’Allenatore), un narcotrafficante, al fianco del boss John Gilligan. Una fitta rete informativa dunque contrapposta alla rete di protezione di cui i narcotrafficanti beneficiavano. Una contraddizione che vista la sempre maggiore portata del flagello droga la Guerin non se la sentì più di tollerare. Mi infastidisce - sarà lei stessa a dire – che questi baroni accumulino letteralmente milioni di sterline attraverso la vendita di stupefacenti in Irlanda. Loro mettono da parte un’enorme ricchezza e un vasto patrimonio senza doverne spiegare la provenienza. Il nostro attuale sistema li incoraggia nelle loro attività, accogliendoli nella rete fiscale a braccia aperte. Un pieno programma legislativo anticrimine non è ancora stato concordato.   

Parole che a distanza di tempo assumono la veste di una profezia. A distanza di soli cinque mesi dalla sua scomparsa venne istituito il CAB (Criminal Assets Bureau), un’autorità interdisciplinare tra le diverse forze di polizia, avente il potere di confisca immediata dei beni di sospetta provenienza, con il parallelo potere di eseguire blitz in studi di commercialisti e avvocati, oltre alla creazione di un concreto programma di protezione dei testimoni. Proprio quella serie di interventi a carattere legislativo-istituzionale per i quali lei  tanto si era battuta nel corso della sua breve vita.       Be not afraid”², questo l’attacco dell’iscrizione incisa sotto il busto della reporter nel Castello di Dublino. Il suo ideale era quello di una giustizia più grande. Alla fine la conseguì. Il suo coraggio e il suo sacrificio – prosegue la dedica - salvarono molte vite dal flagello delle droghe e da quello criminale. La sua morte non è avvenuta invano”.   

 

Note

¹ Sergio Nava, Veronica Guerin. Una giornalista in lotta contro il crimine, San Paolo, Milano, 2003

² “Non avere paura”.

 

Fonti

Sergio Nava, Veronica Guerin. Una giornalista in lotta contro il crimine, San Paolo, Milano, 2003

www.santiebeati.it

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© LiberaMENTE MAGAZINE 10 gennaio 2009