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Viale del Tramonto
di Antonio Casillo

Joe Gillis (William Holden) è uno sceneggiatore squattrinato e di scarso successo che per fuggire a dei creditori si trova per caso nei pressi di una villa maestosa quanto decadente che lui crede abbandonata. La villa però è abitata dall’ex diva del cinema muto Norma Desmond (Gloria Swanson) che inizialmente lo crede essere l’impresario delle pompe funebri venuto a preparare la bara per quello che ormai rimaneva l’unica compagnia dell’eccentrica attrice: uno scimpanzè. Da questo iniziale equivoco si istaura tra i due personaggi un rapporto complesso e ambiguo che segnerà la rovina del giovane Gillis.

Viale del tramonto ci offre un quadro cinico e spietato della Hollywood degli anni ’50, una macchina attorno alla quale i sogni iniziali di giovani sceneggiatori, attori e registi, si scontrano drammaticamente con una realtà ben lontana dalle loro aspettative. Tutto ruota attorno al denaro, al vendersi sempre e comunque per conquistare anche il più piccolo posto al sole nella dorata  Los Angeles. Ormai i film vengono prodotti in serie e come prodotti di serie vengono considerati sia dai produttori che dai registi. Sbarcare il lunario per molti di questi giovani sceneggiatori (di cui Gillis ne è l’emblema) è divenuta la preoccupazione principale, la loro creatività si piagherebbe volentieri al gioco commerciale ma la concorrenza è spietata ed è facile rimanere tagliati fuori nel giro di una stagione.

Joe Gillis arriva per caso alla villa di Norma Desmon proprio quando l’ex diva si appresta a seppellire in un macabro funerale il suo scimpanzè, la sua scimmia da compagnia. Crudele ed ironica questa allusione di Billy Wilder che sottolinea subito il ruolo che Gillis si appresta ad assumere nella vita dell’attrice:  sostituire la scimmia ammaestrata.

Sunset Blvd è il nome di un famoso viale di Hollywood nel quale si trova la villa mausoleo di Norma, ma rappresenta anche l’inevitabile percorso verso la fine di una carriera che rimane gloriosa soltanto nella memoria dell’ex diva. Memorabile la frase con la quale Norma Desmond risponde a Gillis che la riconosce dicendole di come una volta sia stata grande: “sono ancora grande, è il cinema ad essere diventato piccolo”. E questo cinema diventato piccolo, imbrigliato in un’innovazione tecnica chiamata sonoro, dimentica facilmente le proprie glorie passate, costruisce miti con la stessa rapidità con la quale li distrugge, o semplicemente, li dimentica. Ombra di un cinema che ormai non esiste più, Norma vive nell’illusione di un suo ritorno o, come preferisce definirlo lei, di un suo rientro e ad assecondarla in queste sue allucinate visoni vi è un fedele e oscuro maggiordomo interpretato da un regista del cinema muto dimenticato: Erich von Stroheim, una delle più emblematiche vittime della macchia Hollywoowdiana.

Billy Wilder ci conduce all’interno di un museo delle cere in cui il destino degli stessi attori si confonde ironicamente e crudelmente con i personaggi: Norma Desmon è interpretata da una vera diva dimenticata del cinema muto, Gloria Swanson, così come Erich von Stroheim è stato nella realtà davvero il suo regista. Attori dimenticati del cinema muto appaiono come immagini irreali e decadenti nell’interpretazione che offrono di se stessi e nel ruolo di se stesso appare dopo anni di assenza dalle scene anche l’impassibile uomo che non sorride mai: Buster Keaton. Ma questa Hollywood di fantasmi dimenticati è soltanto l’ombra di una Hollywood ancora più inconsistente e spietata, una Hollywood incapace ormai di mantenere le promesse e di far realizzare le illusioni che propone.

Billy Wilder continuerà la sua indagine all’interno degli anni ruggenti del cinema muto con un’altra pellicola di registro completamente differente: “A Qualcuno Piace Caldo”, (con l’ indimenticabile Marilyn  Monroe), ma mentre in quest’ultima pellicola l’intento del regista è quello di farci ridere, in Viale del Tramonto ci propone una mesta riflessione sulla vanità delle cose umane e sulla corrosione che il tempo opera su i volti e sulle cose. Ritroviamo i temi di Proust alla fine della “Ricerca del Tempo Perduto”, ma  aggravati dalla maggiore labilità del cinematografo nei confronti della letteratura.

Forse il segreto è proprio ciò che verso la fine della pellicola Gillis dice a Norma: “non c’è niente di male nell’avere cinquant’anni se non se ne vogliono a tutti i costi dimostrare 20”.


© LiberaMENTE MAGAZINE 28 Luglio 2007