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Videocracy
di Chiara Bianchi

VIDEOCRACY. Basta apparire
Erik Gandini. Svezia. 2009

“Qual è la tua passione?”
“Vorrei diventar famoso”
“Sì, ma qual è la tua passione?”
“Vorrei diventar famoso”
“D’accordo, ma cosa fare, cosa vorresti essere?”
“Famoso”

Ci ho messo un po’ ad arrivarci; farmene una ragione, soprattutto quello è stato difficile. Da un po’ di tempo a questa parte – francamente non saprei dire esattamente da quando, perché, si sa, le trasformazioni sono lente e spesso striscianti – la fama è diventata una professione.

“che lavoro fai?”
“sono famoso”

È così.
Il meccanismo ormai non solo funziona, ma è ben oliato e va avanti che è un piacere.
L’importante è esserci, punto.
L’aspirazione E’ il successo, la fama; non è più solo una conseguenza, magari vissuta anche come un problema (o come un finto problema).
La volontà è quella, un po’ ingenua forse, di restare, di essere ricordati, di lasciare un segno; di vivere alla grande, di bearsi e cibarsi degli sguardi ammirati, delle occhiate invidiose, del privilegio di un trattamento di favore.
Fuori da ogni ingenuità invece è il potere, il narcisismo, la costruzione di un mondo di carta (che luccica sì ma il materiale non è certo destinato a durare nel tempo) fatto su misura, studiato nei minimi dettagli per dare esattamente quell’impressione, per accecare, intontire, livellare, far convergere i desideri sulla superficie. In modo tale che non ci siano domande soprattutto.

Niente etica né morale.

Solo lusso e culto dell’apparire.

E ci sono tutta una serie di satelliti che girano intorno a questi autoproclamati soli che accecano senza riscaldare.
La televisione ha creato gli spazi, ha fatto in modo che questi stravaganti sistemi solari di cartapesta proliferassero, ha rimescolato i valori, confondendo le carte e partendo dal basso.
Berlusconi è il fautore di questa rivoluzione (sic!) culturale, di questo rimescolamento, questa ridistribuzione delle importanze.
La tv commerciale ha fondato per sempre una nuova estetica, ha fatto in modo che un’intera generazione ridefinisse i propri obiettivi in favore di una ricerca spasmodica della fama, del successo o, nella maggior parte dei casi, di un’ammirazione bovina ed ingiustificata della stessa.

Nuove terminologie arricchiscono la lingua italiana: velina, letterina, letteronza, tronista; nuove definizioni di nuove professioni. (immagino un altro dialogo possibile e verosimile)

“Che lavoro fai?”
“Prendo 5000 euro per una serata”

Ah ecco.
I soldi.

I nuovi ricchi.

È molto preciso, molto puntuale, semplice e agghiacciante al tempo stesso il lavoro di Gandini che ripercorre con chiarezza tempi, luoghi. E persone.

Descrive, non giudica.

Non è per nulla necessario.

Perché bastano gli sguardi.

Un certo tipo di vuoto dietro certi occhi.

Un’ombra che taglia in due verosimilmente il viso di Fabrizio Corona mentre partecipa annoiato alla sua serata da diecimila euro, firma autografi, beve qualcosa, si mette un posa per un’altra foto. Si rimette in auto. E le luci di Milano di notte sono stranamente soffuse, e il silenzio è ancor più stranamente denso mentre la berlina nera sfreccia senza far rumore. Era un tempo la Milano da bere (sempre avuta questa patina di superficialità…) ed ora? È la Milano che si è mangiata anche il bicchiere.

Intanto Lele Mora passa dal letto al divano, dalla veranda alla piscina, nella sua villa in Costa Smeralda con il suo cellulare che suona la musica del fascio e rimanda immagini del duce. E guarda in macchina con un sorriso strano, un sorriso che va in trasparenza. Come gli occhi, che ti fissano e ti sfuggono.

E Berlusconi sorride, sorride, sorride sempre.

E Ricky invece sogna, guardando la tv in piedi il più vicino possibile, di diventare un fenomeno, un po’ Ricky Martin, un po’ Van Damme (che nessuno dei due sa fare bene entrambe le cose…) mentre la sua anziana madre lo avvolge pian piano in un bozzolo che diventa sempre più stretto.

Da un’altra parte ancora, centinaia di ragazze ballano su un palcoscenico di pochi metri quadrati, si dimenano come forsennate, sbattono i capelli di qua e di là, forse per nascondere l’espressione triste e quasi tragica del loro viso, stanco, frustrato, teso dietro il trucco, le ciglia finte e il rossetto a lunga tenuta.

Perché le veline sono solo due alla volta e le possibilità sono davvero poche…

Basta anche solo la giustapposizione di queste immagini per tirare le somme. Gandini è un regista impressionista; così come Monet dipingeva giustapponendo i colori sulla tela e rendendo visibile una certa realtà – quella tranquillamente meravigliosa del suo favolosa giardino – anche lui avvicina un’immagine all’altra creando sovrapposizioni, correlazioni, rendendo chiaramente visibili cause, concause e conseguenze.

Ma non è un bel giardino che dipinge, è un acquario (come i corridoi nascosti della casa del grande fratello) dove determinati pesci stanno fermi lì, senza far nulla, senza dire nulla.

Ma ci sono.


© LiberaMENTE MAGAZINE 20 settembre 2009