Italia, una
repubblica fondata sul lavoro, che nel lavoro oggi non sa più trovare le risposte.
Italia, una repubblica nata dalla resistenza alla dittatura e al
fascismo, che nella ricostruzione della propria identità politica fatica sempre
troppo a riconoscere ed ammettere colpe e responsabilità storiche.
Italia,
una repubblica con due capitali: Roma capitale politica oggi simbolo della mollezza al potere
e della distanza dai cittadini; Milano capitale culturale, o forse morale, chissà:
e mai come oggi distante dalla cultura diffusa delle cento città e cittadine e
borghi di cui giustamente andiamo fieri e per cui siamo famosi nel mondo.
Partiamo
proprio da qui, dalla nostra frammentazione fisica prima che politica: in uno
stato che aveva una lingua con fondamenti in comune e una cultura molto simile
già cinque secoli prima dell’unificazione, troviamo 8101 comuni, abitati per oltre
la metà da meno di 3000 persone; 20000 sono i centri storici minori e 29000 le
frazioni: e queste cifre sono la base
per poter spiegare chi siamo.
Questa nostra fisicità,
l’appartenenza ad un borgo, le radici storiche e culturali di un qualsiasi piccolo
agglomerato, la particolarità di gran parte di questi: tutti con una storia millenaria
alle spalle, documentata, tramandata, di cui essere fieri e che distingue dal
borgo vicino, simile ma già così diverso e a sua volta unico, sono la nostra “cosa
comune”, che ci aggrega e divide.
Il
Belpaese, così chiamato per la bellezza delle valli e delle città, è
infatti abitato da una moltitudine di cittadini che stentano, dopo quasi
150 anni di unità e due guerre, a creare una comunità omogenea, e bene lo sanno
i nostri giornalisti e scrittori quando tentano, all’estero, di spiegare la ragione
di certe nostre scelte, le reazioni che solo noi potevamo attenderci e che sempre
stupiscono uno straniero.
Una popolazione quindi indefinibile perchè
priva di molti tratti in comune, eppure accomunata dal suo essere
così fortemente caratterizzata: solo chi ha l’abitudine di viaggiare attraverso
le strade secondarie del nostro paese può forse capirne la peculiarità, e la fatica
dei cittadini nel sentirsi stretti in un abito, lo stato, per forza non fatto
su misura.
L’Italia
spiegata agli stranieri era anche il sottotitolo di un bel volume di Beppe Severgnini,
che un paio di anni fa parlava della testa degli italiani come della più inesplorata
delle nostre regioni: il paese era definito come un purgatorio pieno di “rigogliose
anime in pena”: probabilmente la definizione è azzeccata, ma le anime hanno già,
dal lontano 2006, cambiato pena più volte, e non potrebbe essere che così, per
un popolo perennemente in divenire, che trae i suoi legami dalla diversità di
intenti.
Quando però ci sentiamo attaccati,
e spesso gli stranieri lo fanno con il rimprovero querulo tipico di chi ti ama
ma non vorrebbe, facciamo fronte comune, e cerchiamo di combattere stereotipi
e cliché con la migliore ironia e leggerezza di cui siamo capaci: ma soffriamo
poiché, insicuri e vanitosi, altra caratteristica condivisa, vorremmo
che tutto il mondo rimanesse affascinato dalle nostre città, e da noi che le abitiamo,
sorvolando su brutture ed ingiustizie in cui siamo vittime e carnefici.
“Un
popolo in perenne soccorso del vincitore” scrisse Ennio Flaiano,
ma questa regola soffre di numerose eccezioni, specialmente nello sport.
Primo
e vero elemento unificatore della nazione, unanimemente riconosciuto molto prima
della politica e della cultura, lo sport si presta bene ad esemplificare lo spirito
italico di fronte alle avversità ed ai rovesci di fortuna: stanchi prima di iniziare,
esaltati dai risultati positivi ma stimolati da quelli negativi, riusciamo a sollevare
biasimo anche quando vinciamo mondiali e ori olimpici.
E se non sono gli altri a cercare il particolare
che può sminuire la nostra vittoria, siamo noi stessi ad autoflagellarci con uno spirito critico che invece ci manca
nel momento della sconfitta, che per definizione non dipende mai da noi ma è sempre
da attribuire al fato, alle avverse circostanze o peggio alle congiure.
Da
questo discende l’incapacità di fondo, del tutto nostra, di accollarci le responsabilità
individuali, e di gruppo, che ogni azione comporta, qualunque fine essa abbia.
Mal che vada si invoca il caso particolare, l’emergenza, l’eccezionalità:
anzi l’emergenza sembra essere diventata la nostra nuova bandiera, che sia per
i rifiuti, per la violenza o per i prezzi.
Questo ci ha reso almeno capaci di reagire alle
diverse situazioni, di improvvisare, e alimenta la grinta che nasce quando tutti
ci danno per spacciati: ma l’assenza di un progetto di lungo o almeno medio periodo
rende la nostra società asfittica, chiusa, ripiegata sul proprio ombelico.
Carlo
Cattaneo già nel secolo scorso diceva: “siamo un paese
capace di produrre solo brevi sollevazioni, sempre seguite da lunghe controrivoluzioni”:
ci sfugge l’ultima, breve, sollevazione (forse
Tangentopoli? Ancora?) ma il lungo periodo di controrivoluzione è qui. Aspettiamo,
vent’anni dopo, una nuova prova di carattere.
Mentre scrivo arriva
la notizia dell’oro vinto a Pechino da Schwazer nella 50 km: immagino
già gli editoriali di domani, la retorica dell’Italia che vince quando sa soffrire
e che ottiene il meglio da campioni non viziati, il compiaciuto orgoglio dei dirigenti sportivi,
che poche ore fa inveivano e scaricavano colpe a 360 gradi; ma scusate, corro
a fare il tifo in differita.
Fonti:
Breviario
Comico - Michele Serra Feltrinelli
2008
L’Italia delle cento
città – M.L.Cicalese e A.Musi Franco Angeli Edizioni
2005
La Bella Figura – a field guide to the italian
mind –
Beppe Severgnini Broadway Books 2006
Mille
borghi Cento città un Paese – aa.vv. Minerva 2006