Vieni a Ballare in Italia
di Bruna Taravello

Italia, una repubblica fondata sul lavoro, che nel lavoro oggi non sa più trovare le risposte.
Italia, una repubblica nata dalla resistenza alla dittatura e al fascismo, che nella ricostruzione della propria identità politica fatica sempre troppo a riconoscere ed ammettere colpe e responsabilità storiche.
Italia, una repubblica con due capitali: Roma capitale politica  oggi simbolo della mollezza al potere e della distanza dai cittadini; Milano capitale culturale, o forse morale, chissà: e mai come oggi distante dalla cultura diffusa delle cento città e cittadine e borghi di cui giustamente andiamo fieri e per cui siamo famosi nel mondo.

Partiamo proprio da qui, dalla nostra frammentazione fisica prima che politica: in uno stato che aveva una lingua con fondamenti in comune e una cultura molto simile già cinque secoli prima dell’unificazione, troviamo 8101 comuni, abitati per oltre la metà da meno di 3000 persone; 20000 sono i centri storici minori e 29000 le frazioni: e queste cifre sono la base  per poter spiegare chi siamo.
Questa nostra fisicità, l’appartenenza ad un borgo, le radici storiche e culturali di un qualsiasi piccolo agglomerato, la particolarità di gran parte di questi: tutti con una storia millenaria alle spalle, documentata, tramandata, di cui essere fieri e che distingue dal borgo vicino, simile ma già così diverso e a sua volta unico, sono la nostra “cosa comune”, che ci aggrega e divide.

Il Belpaese, così chiamato per la bellezza delle valli e delle città, è infatti abitato da una moltitudine di cittadini che stentano, dopo quasi 150 anni di unità e due guerre, a creare una comunità omogenea, e bene lo sanno i nostri giornalisti e scrittori quando tentano, all’estero, di spiegare la ragione di certe nostre scelte, le reazioni che solo noi potevamo attenderci e che sempre stupiscono uno straniero.
Una popolazione quindi indefinibile perchè priva di molti tratti in comune, eppure accomunata dal suo essere così fortemente caratterizzata: solo chi ha l’abitudine di viaggiare attraverso le strade secondarie del nostro paese può forse capirne la peculiarità, e la fatica dei cittadini nel sentirsi stretti in un abito, lo stato, per forza non fatto su misura.

L’Italia spiegata agli stranieri era anche il sottotitolo di un bel volume di Beppe Severgnini, che un paio di anni fa parlava della testa degli italiani come della più inesplorata delle nostre regioni: il paese era definito come un purgatorio pieno di “rigogliose anime in pena”: probabilmente la definizione è azzeccata, ma le anime hanno già, dal lontano 2006, cambiato pena più volte, e non potrebbe essere che così, per un popolo perennemente in divenire, che trae i suoi legami dalla diversità di intenti.
Quando però ci sentiamo attaccati, e spesso gli stranieri lo fanno con il rimprovero querulo tipico di chi ti ama ma non vorrebbe, facciamo fronte comune, e cerchiamo di combattere stereotipi e cliché con la migliore ironia e leggerezza di cui siamo capaci: ma soffriamo  poiché, insicuri e vanitosi, altra caratteristica condivisa, vorremmo che tutto il mondo rimanesse affascinato dalle nostre città, e da noi che le abitiamo, sorvolando su brutture ed ingiustizie in cui siamo vittime e carnefici.

“Un popolo in perenne soccorso del vincitore” scrisse Ennio Flaiano, ma questa regola soffre di numerose eccezioni, specialmente nello sport.
Primo e vero elemento unificatore della nazione, unanimemente riconosciuto molto prima della politica e della cultura, lo sport si presta bene ad esemplificare lo spirito italico di fronte alle avversità ed ai rovesci di fortuna: stanchi prima di iniziare, esaltati dai risultati positivi ma stimolati da quelli negativi, riusciamo a sollevare biasimo anche quando vinciamo mondiali e ori olimpici.
E  se non sono gli altri a cercare il particolare che può sminuire la nostra vittoria, siamo noi stessi ad autoflagellarci con uno spirito critico che invece ci manca nel momento della sconfitta, che per definizione non dipende mai da noi ma è sempre da attribuire al fato, alle avverse circostanze o peggio alle congiure.
Da questo discende l’incapacità di fondo, del tutto nostra, di accollarci le responsabilità individuali, e di gruppo, che ogni azione comporta, qualunque fine essa abbia.
Mal che vada si invoca il caso particolare, l’emergenza, l’eccezionalità: anzi l’emergenza sembra essere diventata la nostra nuova bandiera, che sia per i rifiuti, per la violenza o per i prezzi.
Questo ci ha reso almeno  capaci di reagire alle diverse situazioni, di improvvisare, e alimenta la grinta che nasce quando tutti ci danno per spacciati: ma l’assenza di un progetto di lungo o almeno medio periodo rende la nostra società asfittica, chiusa, ripiegata sul proprio ombelico.

Carlo Cattaneo già nel secolo scorso diceva: “siamo un paese capace di produrre solo brevi sollevazioni, sempre seguite da lunghe controrivoluzioni”: ci sfugge l’ultima, breve, sollevazione  (forse Tangentopoli? Ancora?) ma il lungo periodo di controrivoluzione è qui. Aspettiamo, vent’anni dopo, una nuova prova di carattere.
Mentre scrivo arriva la notizia dell’oro vinto a Pechino da Schwazer  nella 50 km: immagino già gli editoriali di domani, la retorica dell’Italia che vince quando sa soffrire e che ottiene il meglio da campioni non viziati,  il compiaciuto orgoglio dei dirigenti sportivi, che poche ore fa inveivano e scaricavano colpe a 360 gradi; ma scusate, corro a fare il tifo in differita.

 

Fonti:

Breviario Comico -  Michele Serra Feltrinelli 2008                
L’Italia delle cento città – M.L.Cicalese e A.Musi  Franco Angeli Edizioni 2005         
La Bella Figura – a field guide to the  italian mind –
Beppe Severgnini Broadway Books 2006
Mille borghi Cento città un Paese – aa.vv. Minerva 2006

Bruna Taravello


© LiberaMENTE MAGAZINE 24 agosto 2008