| Vincere |
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| di
Chiara Bianchi |
Vincere. Marco Bellocchio. Italia
2009 Marco
Bellocchio, reduce dall’esperienza del tappeto rosso di Cannes, è evidentemente
molto deluso; amaramente lascia intendere che non ha intenzione di partecipare
più a nessun festival. Così dice, ora, ma credo parli più di cuore che di testa,
nonostante sia uno dei registi più cerebrali, colti e intellettualmente eleganti
che il nostro cinema ha l’onore di annoverare fra i grandi che lo hanno reso tale. Pur
senza Gran Premio della giuria, Palma d’oro ecc. Vincere
resta un capolavoro, l’ennesimo tassello prezioso di una carriera sfolgorante
che da I pugni in tasca, passando per L’ora di religione e Buongiorno notte, non fa che confermare
che certi grandi autori non solo esistono, ma sono in
ottima forma e posseggono una lucidità, una cultura e una consapevolezza della
Storia assolutamente critica ed imprescindibile che, attraverso il passato, neppure
troppo velatamente, ci consentono riflessioni su presente che, in teoria, dovrebbero
essere fondamentali per costruire un futuro ben diverso da quello che presumibilmente
attende il nostro sgangherato Paese – che pur sempre scrivo con la lettera maiuscola
in un tentativo di auto convinto ottimismo -. La
storia narrata è quella di Ida Dalser donna (troppo) moderna ed emancipata,
prima moglie rinnegata di Benito Mussolini e madre del suo primogenito, Benito
Albino che, allontanata e dimenticata dal Duce che le preferisce Rachele, più
adatta al ruolo di moglie sottomessa, non accetta compromessi ed urla al mondo
la verità, pretende giustizia, attenzione, riconoscimento ottenendo, non solo
di non essere creduta, ma anche di essere internata in manicomio dove morirà. In una bella intervista televisiva, Bellocchio definisce il suo film come una storia di “…ribellione di una donna che da sola si scontra con il massimo potere…” dopo averlo sostenuto economicamente e appoggiato ideologicamente; è infatti lei la prima a credere alle idee interventiste dell’allora direttore dell’Avanti! che, anche grazie al suo contributo, potrà fondare Il popolo d’Italia e da lì partire per la scalata al potere che condurrà agli eventi che ci sono tristemente noti. Ida
è sostenuta da una passione bruciante per l’uomo ma anche per ciò che poteva allora
e che avrebbe rappresentato poi e da una forte, fortissima volontà di autoaffermazione,
da un desiderio tutto umano di vincere (appunto), di lasciare un segno indelebile
nella Storia che trasmetterà al figlio che avrà il suo stesso, tragico destino. Il
film di Bellocchio porta la firma inconfondibile dell’autore, nel discorso metacinematografico,
nella riflessione sulla potenza e la forza delle immagini del cinema stesso, in
un certo gusto metafisico, simbolico, nella riflessione critica sul potere, sulla
Chiesa, sugli effetti della passione devastante, delle ideologie, della follia;
ma è anche una pellicola che fa proprio lo stile futurista, nell’uso delle didascalie,
delle parole che, con caratteri sempre più grandi, violentemente, come pallottole,
irrompono sulle immagini, nel montaggio, nell’uso della musica che, imperiosamente
così come si presenta, non si può certo dire sia solo di contrappunto. L’interpretazione degli attori è magistrale; Giovanna Mezzogiorno è una Ida Dalser fiammeggiante, che brucia e si consuma sotto i nostri occhi, che ricorda, specie negli sguardi, le grandi attrici degli anni del muto – e non a caso la primissima parte del film è decisamente poco dialogata a favore della grandiosità interpretativa dei corpi dei due protagonisti – mentre Filippo Timi (il giovane Mussolini e il figlio stesso) ci regala una mimesi perfetta; taluni critici sono caduti nell’errore di definirla “caricaturale” certo non prendendo in considerazione il fatto che Mussolini, nel momento in cui è diventato il Duce, si è egli stesso reso caricatura di un certo tipo di potere, di un certo tipo di comunicazione, di demagogia palese nella cadenza della voce, nella postura, in tutta una serie di orpelli che il grande attore non ha fatto altro che mostrarci nell’attimo in cui storicamente si sono creati. E,
non a caso, nel momento stesso in cui nel film, Mussolini diventa “il Duce”, l’attore
sparisce, lasciando il posto a filmati di repertorio, alle parole degli altri
personaggi, diventando figura evocata e sostanzialmente irreale. |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 12 luglio 2009 |