Dott. Roberto Vincenzi Giugno
2007
Zygmunt Bauman, “VITA LIQUIDA”, Editori
Laterza, Roma 2006
Abstract / Integrazioni
Definizione
"Vita
liquida", "Società liquida", “Modernità liquida” sono espressioni
create, di recente, dal sociologo Zygmunt Bauman, per descrivere le caratteristiche
del mondo in cui viviamo.
La
"vita liquida" è una vita nella quale sembra non ci siano punti fermi;
tutto cambia molto velocemente, troppo velocemente. Stiamo
ancora imparando come affrontare una situazione, ma, nel frattempo, la realtà
è cambiata, la situazione è diversa, e i nostri strumenti diventano subito inadeguati
o, come si dice oggi, "obsoleti". Tutto
si mescola, che noi vogliamo o no, e si presenta diverso da come era in passato.
Il "melting pot", cioè la pentola dove le cose si mescolano insieme,
era l'espressione creata, negli Stai Uniti, qualche anno fa, per descrivere la
mescolanza delle razze, delle culture, delle tradizioni, degli stili che confluivano
a comporre la società americana.
Questo
modo di essere, che adesso chiamano "fusion", si sta estendendo pian
piano a tutto il mondo. Cinquant'anni fa, vedere un negro per le strade d’Italia,
era abbastanza un avvenimento, oggi questo fatto non desta stupore in nessuno,
e percorriamo le vie delle nostre città assieme a negri, arabi, sudamericani,
russi, rumeni, cinesi, giapponesi, e tanti altri che, pian piano, hanno costituito
un nuovo tessuto sociale.
In
certe vie, i negozi aperti dagli immigrati hanno cambiato l'atmosfera, le merci
esposte provengono da paesi lontani, si sentono nell'aria i profumi di cibi diversi
dai nostri, e capita, certe volte, di percorrere anche lunghi tratti di strada
in città, e non sentire mai parlare in italiano.
Situazione
1 : progresso della tecnologia
Il
progresso della tecnologia non è mai stato così veloce come oggi. Nel campo dell'informatica,
poi, possiamo essere sicuri che quello che compriamo oggi (hardware o software)
diventerà presto vecchio, se non è vecchio già nel momento dell'acquisto. Per
quel che riguarda i computers, è attuale e moderno quello che viene inventato
oggi in California o in Giappone. L'ultima novità, che abbiamo appena comperato
in Italia, è già vecchia di almeno sei mesi, che sono più o meno il tempo necessario
per la produzione e la distribuzione.
Situazione
2 : contraddizioni sociali e globalizzazione
Grosse
contraddizioni vengono assorbite senza farci troppo caso: le persone che vivono
a livello europeo, nordamericano, giapponese, con tutti gli agi, le comodità e
le modernità, rappresentano circa l'otto per cento della popolazione mondiale,
ma detengono più del settanta per cento delle risorse economiche e produttive
del mondo.
E' stato calcolato
che, se tutti vivessero allo standard americano o europeo, ci vorrebbero tre pianeti
come la Terra per produrre le risorse necessarie.
Per
gli americani, europei e giapponesi, che se lo possono permettere, il mondo di
oggi offre possibilità di godimento sconosciute o impossibili fino a cinquant’anni
fa.
Possiamo passare da
un aereo all’altro, girare tutto il mondo e assaporarne il meglio.
Possiamo violare il tempo e inseguire l’estate, volando ai Tropici in dicembre.
Guidiamo macchine sempre più potenti e veloci, in strade con limiti di velocità
sempre più bassi.
La globalizzazione
porta sulla nostra tavola cibi che provengono da continenti diversi. Ascoltiamo
la musica di un paese lontano, leggiamo storie scritte da chi vive a decine di
migliaia di chilometri da noi. Internet ha aperto, nel bene e nel male, la nostra
porta di casa a tutto il mondo.
I
custodi dei cancelli
Chi
guadagna in questo mondo non è soltanto chi produce o vende servizi o prodotti.
Chi oggi vive nella sicurezza spesso si annoia, e ha fame di esperienze emozionali,
di assumere identità provvisorie, o altre identità. E così entrano in campo i “gate keepers” (“custodi
del cancello”), cioè quelli che consentono di vivere queste esperienze e provare
queste identità. Fanno parte di questo
nuovo lavoro, i provider, che ti permettono di accedere a Internet, le
televisioni satellitari o via cavo, i gestori delle reti telefoniche, chiunque
faccia godere di qualche forma di intrattenimento, dal teatro al cinema, alle agenzie di viaggio che ti mandano in paesi lontani,
dove potrai essere un altro, se vuoi …………
Identità
individuale e sociale
Chi
vive nelle società industrializzate può comporre la sua identità mescolando stili
diversi, come abbigliamento, cultura, cibo, musica, tecnologia, modi di vivere,
importati da tutto il pianeta.
Il
gioco andrà avanti, finché alla nostra ricchezza corrisponderà la povertà del
terzo mondo, di coloro ai quali non è stato concesso scegliere uno stile di vita,
cui il destino è stato assegnato, ai quali la società ha imposto il rango di “scarti
di produzione”, nel sistema economico mondiale del “libero scambio”.
Il
modello del consumismo
Perché
il modello che viene offerto e presentato è solo e sempre quello del consumismo,
mentre gli slogan pubblicitari ribadiscono che la nostra identità è legata ai
beni che possediamo. Casa, automobile,
vestiti, secondo questo modo di pensare, rivelano chi noi siamo veramente. Se
l'abito è griffato, posso sentirmi più sicuro di me stesso. Se invece tutti ci
tenessimo quello che abbiamo, finché non si consuma davvero, il sistema economico
mondiale andrebbe in collasso.
Evoluzione
della pubblicità
Negli
ultimi dieci anni la pubblicità è cambiata profondamente: non dice più che il
detersivo "lava più bianco"; ti fa capire invece che, se usi un certo
prodotto, ti potrai identificare con i giovani, belli, ricchi, potenti, playboy
o con le ninfette, veline, maggiorate, bellone, donne in carriera, che compaiono
nelle réclames in TV, radio, giornali, manifesti. In alternativa, c’è chi vende l’immagine della
famiglia felice, che abita nella valle degli orti, vicino al mulino bianco.
Oltre
a questo aspetto, un’altra importante caratteristica del cambiamento nella pubblicità
di oggi: si chiama “branding”.
“Brand”
è la marca di un prodotto.
Ciò
che i pubblicitari cercano di trasmettere coi loro annunci, è la convinzione che
un certo marchio sia quanto di meglio c’è nel settore, e che chi indossa o usa
prodotti con quel marchio ne ottenga prestigio personale.
Si
cerca, in questo modo, di enfatizzare il marchio, per creare dei clienti “fedeli”;
clienti disposti a comprare quasi tutto, a patto che sopra ci sia stampato il
marchio della azienda che amano.
Per
fare questo, viene utilizzato un martellamento pubblicitario che presenta sempre
la stessa equazione: marchio = qualità = distinzione = prestigio.
In più, vengono organizzati “eventi” sponsorizzati
dal marchio stesso: serate di gala, inaugurazione di nuove sedi, concorsi, awards,
premiazioni, gare sportive, sponsorizzazioni di squadre o atleti, perfino azioni
a favore dei popoli meno fortunati di noi, magari attraverso “maratone di solidarietà”.
La presenza a questi “events” di celebrità
del mondo del cinema o dello sport rafforza l’immagine del marchio e lo identifica
con personaggi famosi e vincenti.
Aziende
multinazionali e globalizzazione
Tutto
questo, se ben gestito, consente alle aziende di cavalcare, a proprio favore,
la tigre della globalizzazione. Se il
mio marchio è forte, posso smettere di produrre con la mia azienda, magari in
Italia, a costi più alti rispetto al Terzo
Mondo, alla Cina, all’Est Europeo.
Naomi
Klein osservava che: “Molte, tra le aziende più note, non si occupano più di produrre
le merci, ma piuttosto le acquistano, e vi appongono il proprio marchio.”
Per Bauman: “E’ il sacchetto, col marchio
bene in vista, a dare significato al prodotto acquistato. Il
marchio di un prodotto, non aggiunge valore a quel prodotto, ma è il valore del
prodotto. Il valore di mercato, e dunque il solo valore
che conti.”
Il
messaggio della TV
Anche
la TV è cambiata, ed è sempre più “autoreferenziale”, cioè si riferisce a se stessa.
Crea un evento, un personaggio, una storia, e poi, in altri
programmi, commenta questi eventi, personaggi, storie, e ne allarga la portata. E poi commenta chi commenta,
e così via. In altre parole, crea un mondo.
Essere
se stessi ?
E,
se chi vive nel terzo mondo, oppresso da bisogni vitali, non può scegliere la
propria identità, ma può cercare solo di sopravvivere, chi invece vive negli agi,
è sottoposto continuamente ad un dilemma tra due messaggi contrastanti, un “doppio
messaggio” che continuamente riceve.
Da
un lato l’invito ad “essere se stessi”, con tanto di corsi e manuali psicologici
già pronti, per impararlo; dall’altro, il fatto che l’unico comportamento “individuale”,
che la società tolleri, è quello del conformismo: essere uguale agli altri, potersi
distinguere solo per gli oggetti che possediamo.
Libertà
vs. sicurezza
Un
altro dilemma è quello tra libertà e sicurezza: più aumenta una, più diminuisce
l’altra e viceversa. La "società
liquida" ha perso i valori del passato, le tradizioni degli antenati, i principi
che guidavano le generazioni precedenti. Nell’inquietante
quadro, descritto da Zygmund Bauman, viaggiamo, privi di strumenti di riferimento,
verso una meta che non conosciamo, senza sapere nemmeno quanto durerà il viaggio.
Martiri
ed eroi
La società occidentale
dei nostri giorni si oppone a sacrificare le soddisfazioni di oggi, in vista di
finalità remote. Delega
al consumo la soddisfazione immediata di ogni bisogno dell’individuo, che, solo
nel privato, può realizzarsi.
“Gratificazione
istantanea” e “felicità individuale” , ottenuti attraverso il consumo, hanno svilito
gli ideali del “lungo periodo” e della ”totalità”. Non esistono più valori per i quali sacrificarsi
ed impegnarsi, non c’è più bisogno di martiri ed eroi. Gli
eroi, protagonisti delle civiltà precristiane, misuravano la loro gloria sulla
base dei nemici uccisi. I martiri,
dai primi cristiani in avanti, erano disposti al sacrificio, per difendere un’idea,
per dimostrare che la ragione non è sempre dalla parte del più forte e la forza
non è garanzia di giustizia. Sia
gli uni che gli altri, e i miti che ne sono stati tratti, hanno alimentato, in
Europa, nel Cinquecento, la nascita dello Stato-Nazione.
Agli
inizi dell’Era Moderna, l’Europa era ancora divisa in stati dinastici, in una
mescolanza di gruppi etnici e linguistici. Lo
Stato-Nazione, per nascere e crescere, aveva bisogno di consenso, e patriottismo.
I martiri, gli eroi della patria, i caduti
nelle guerre, il milite ignoto, e i loro mausolei, elevavano a divinità il concetto
di nazione.
Tutto
questo, per noi europei, appartiene ormai al passato, e lo stato nazione, che,
con la propria sovranità, poteva garantire l’incolumità dei suoi cittadini, scricchiola
oggi sempre più sotto le spinte della globalizzazione, mentre subisce macro decisioni
economiche, commerciali e di mercato, prese altrove.
Profughi
e indesiderabili
Un’altra
nuova caratteristica riguarda il trattamento riservato agli “indesiderabili”.
I criminali del passato, condannati dai Tribunali, venivano rinchiusi(dentro
lo Stato)in fortezze e prigioni.
I
profughi di oggi, condannati dalla fame, vengono ricacciati indietro alla frontiera(fuori
dallo stato): se ne occupi qualcun altro.
Qualcosa di simile a quello che succedeva in Europa verso
la fine del Medioevo. La "nave dei folli" non é solo una creazione letteraria
successiva, ma una realtà ben presente, soprattutto in Germania, dove i borgomastri
delle varie città, usavano consegnare i pazzi ai marinai e ai mercanti che percorrevano
il territorio coi battelli fluviali, affidando ad essi il compito di scaricarli
in qualche altra città, possibilmente molto lontana, o di lasciarli, sempre molto
lontano, in qualche deserta regione di campagna.
Le
guerre dei nostri giorni vengono sempre più controllate da organismi internazionali,
ONU, che cercano una mediazione tra le parti; abbiamo abbandonato l’antica usanza
della vendetta e l’abbiamo trasformata in risarcimento economico dei danni, magari
pagato dall’assicurazione. Ogni ferita ha il cartellino col prezzo.
Identità
attraverso il terrorismo
Per
tutti questi motivi, a noi occidentali, che abbiamo sostituito il consumo dei
beni e la rapida soddisfazione a tutti gli ideali del passato, resta molto difficile
capire che, ancora oggi, ci sia qualcuno disposto a sacrificare la propria vita
per una causa. Gli “attentatori suicidi”
islamici vengono da parte nostra ricondotti nella sfera del fanatismo religioso
di persone ignoranti, che sono state condizionate fin dalla nascita.
Chi ha soldi, e vive nel mondo occidentale,
può costruire la sua identità personale attraverso gli oggetti di consumo che
acquista (dai vestiti alle automobili).
Chi
non ha queste possibilità, spesso si attacca alla fede, che è gratuita; torna
indietro nel tempo e diventa un martire religioso, rivestendo così
un’identità
molto forte. Così forte da farlo morire,
spesso.
Il
mondo delle celebrità
La
“società liquida” ha quindi abbandonato il culto dei martiri ed eroi, e lo ha
sostituito con l’ammirazione per le “celebrità”, che è molto meno impegnativo.
Per Bauman, le caratteristiche principali
della celebrità sono la continua visibilità sui media, l’onnipresenza dell’immagine,
la frequenza con cui viene pronunciato il nome della persona.
Attori del cinema e, soprattutto, della televisione, cantanti, musicisti,
sportivi, campioni, politici, esperti vari, rientrano in questa categoria di “persone
note per la loro notorietà” (D.J.Boorstin, 1961).
Se
ammiro un eroe o un martire, religioso o civile, vuol dire che ne seguo il pensiero,
la fede, che faccio parte di un gruppo di persone accomunate da un ideale.
Se
sono un “fan” di una celebrità, mi posso illudere di far parte di un gruppo mondiale
di persone unite dall’ammirazione per quel personaggio, non mi è richiesto nessun
impegno, posso mollare da un momento all’altro, e passare ad ammirare qualcun
altro. Posso anche essere “fan” di più
celebrità contemporaneamente, nessuno mi criticherà per questo.
L’arte
oggi
In questo
contesto, anche l’arte, il suo significato, il suo valore, subiscono dei cambiamenti
di fronte al mercato globale.
L’antica
contesa, che vedeva da un lato gli “artisti” e dall’altro i “managers”, si è appiattita
in una “rivalità tra fratelli”. Gli
uni hanno bisogno degli altri e viceversa. I
“managers” mercanti d’arte hanno bisogno di opere da vendere; gli artisti hanno
bisogno di qualcuno che venda le loro opere. Se
litigano tra loro, è solo per decidere chi comanda. L’arte,
oggi, viene trattata dai galleristi come un qualsiasi prodotto, che deve avere
certe caratteristiche, per poter essere immesso sul mercato con speranza di successo.
Il gallerista esegue uno studio di mercato
per individuare i possibili clienti. Impone all’artista, che ha messo sotto contratto,
di essere costante nello stile, riconoscibile, di produrre opere di piccola dimensione, di avere già eseguito qualche centinaio di opere,
e averle pronte, per poter soddisfare eventuali future improvvise richieste di
mercato. Richiede,
cioè, il marchio e la distribuzione, come per l’abbigliamento. L’arte
“buona” è quella famosa, perché esposta nelle gallerie di prestigio, presentata
alle mostre, commentata sulle riviste specializzate; l’arte “cattiva”, o la “non
arte”, è ciò che non ha mercato, l’opera che il gallerista ha rifiutato, perché
poco commerciabile. Non esiste altro criterio, oggi, per distinguere il “valore
dell’opera d’arte”.
L’arte
attuale non è più “rivoluzionaria”; il sistema economico mondiale non ha più paura
degli artisti; anzi, tollera benissimo il fatto che ci sia una zona, l’Arte, controllata
e recintata, nella quale è possibile esprimere, “artisticamente”, anche contenuti
eversivi, ribelli, di critica al sistema.
Eternità
dell’arte ?
Un
altro cambiamento riguarda la durata nel tempo dell’opera d’arte.
Uno dei principali elementi che, fino ad
oggi, caratterizzavano l’opera d’arte era la sua permanenza nel tempo, la sua
“eternità immortale”.
Come
diceva Hannah Arendt: “L’oggetto culturale resiste al tempo”, ed ancora:
“Un
oggetto è culturale, in quanto sopravvive a qualsiasi utilizzo abbia potuto presiedere
alla sua creazione.”
Oggi
non più; il sistema economico spinge avanti velocemente, ed anche le opere d’arte
devono essere ammirate, usate, fruite velocemente e poi essere sostituite con
nuove opere. Altrimenti il mercato si ferma.
Se osserviamo da questa angolazione varie tendenze dell’arte moderna, ne rileviamo
la condizione di precarietà e di breve durata nel tempo.
Prendiamo,
ad esempio, tutte le “installazioni” che si vedono oggi nelle mostre, gli “art
video”, che concentrano tutto il mondo dell’artista in pochi minuti e in altrettanto
poco tempo scompaiono; l’utilizzo di materiali “poveri”, degradabili, friabili,
deperibili, come cartone, stracci, carta, che non resistono al tempo; gli interventi
sulla natura, magari realizzati solo per poter scattare delle foto dall’alto;
i dipinti realizzati con vernici non resistenti, le immagini che svaniscono sui
computers …………
I
padroni dell’agricoltura
Se,
dall’arte, passiamo a considerare l’agricoltura, notiamo come, con le tecnologie
e le macchine agricole, portate dalla globalizzazione, l’agricoltura, oggi, produce
sempre più cibo, occupando sempre meno personale.
E i guadagni non ricadono sul territorio.
Di
conseguenza, la maggior parte della popolazione agricola, che ha perso il lavoro,
e non ha altra specializzazione lavorativa, va a costituire le baraccopoli, che
sorgono intorno alle grandi città.
Fuori,
nelle baracche, vive un numero enorme di abitanti privi di qualsiasi forma di
reddito.
Dentro,
in città, si reagisce a questa situazione, concentrandosi sulla propria sicurezza
personale e domestica.
L’incubo
della sicurezza
Si
mettono in atto sofisticati sistemi di protezione domestica, con telecamere, antifurti,
rivelatori di presenza.
Si
paga la vigilanza privata, oppure si va ad abitare in una “gated community”, centri
residenziali cintati da un alto muro, con accessi sorvegliati da guardie armate,
che pattugliano 24 ore su 24 il quartiere. In
questa situazione, c’è chi va a lezione di arti marziali, chi frequenta il poligono
di tiro, chi si mette indumenti protettivi, come certi scarponi americani.
Se si esce in macchina, con la paura degli
altri, allora bisogna scegliere il SUV più grosso, pesante, potente, climatizzato,
corazzato, dotato di ogni sistema di sicurezza attiva e passiva.
E se consuma tanto, e inquina, pazienza.
Di
fronte alla paura di un cambiamento sociale, inarrestabile e imprevedibile, alla
ricerca di qualcosa di stabile, seguendo quelli che Freud chiamava “fenomeni di
spostamento”, si conducono battaglie contro il fumo delle sigarette, i fast food,
l’obesità, l’uso dei preservativi, l’esposizione al sole, il colesterolo ………
Villaggio
globale e spazio pubblico
Il
“villaggio globale”, che ipotizzava Marshall McLuhan, non si è ancora realizzato.
In compenso, le città della terra si globalizzano e diventano sempre più simili.
Lo spazio e l’arredo pubblico delle
città, sono “vittime collaterali” della globalizzazione e subiscono un po’ ovunque
limitazioni dovute alla paura degli altri: in molti parchi degli Stati Uniti,
le panchine sono a forma circolare, per impedire che i barboni ci possano dormire;
oppure, dopo la chiusura del parco, si possono azionare getti d’acqua che spruzzano
tutte le panchine impedendone l’uso.
Già
nel 1990 Richard Rogers, uno dei più famosi architetti britannici, scriveva: “Se
proponiamo un progetto ad un investitore, ci chiederà subito: “A che servono gli
alberi e perché mettere dei portici?”. Agli investitori interessa solo lo spazio
destinato ad uffici o abitazioni. Se non riusciamo a garantire che l’edificio
sarà ammortizzato entro dieci anni, è inutile fargli proposte.”
Lo
spazio pubblico dell’antica Grecia, la piazza (agorà) dove si svolgeva la vita
sociale della città, rischia di diventare, come diceva l’architetto sudafricano
Jonathan Manning, “spazio inutilizzabile tra sacche di spazio privato”. In città
come queste, “le interfacce tra sfera pubblica e spazi privati, sono costituite
solo dalle vetrine dei negozi o dai complessi meccanismi difensivi per tenere
a distanza il prossimo: portinerie, muri, filo spinato, recinzioni elettriche.”
Paura
e sperequazioni
Viviamo
quindi in una società impaurita, che propone solo il consumo come ideale di vita.
In questo contesto, vengono creati sempre nuovi bisogni e vengono alimentati
desideri che possano essere provvisoriamente soddisfatti solo con beni di consumo.
Il consumismo attuale, scrive Bauman,
“è un’economia basata sull’inganno, sull’esagerazione e sullo spreco, che non
sono segnali del malfunzionamento di tale economia, ma garanzie della sua salute,
l'unico regime nel quale la società dei consumi può assicurarsi la propria sopravvivenza.”
Ed ancora: “La società di oggi interpella
coloro che ne fanno parte, soltanto in quanto consumatori. La sindrome consumista
si basa sulla velocità, sull’eccesso, sullo scarto.”
Compro e butto via; destinazione finale dei miei acquisti: pattumiera.
Amore
liquido
Se
tutto è incerto e provvisorio, gestire un legame affettivo di lunga durata diventa
un’impresa. La crisi del settimo anno di matrimonio è qualcosa che appartiene
al passato. Negli Stati Uniti, la punta delle separazioni, viaggia ormai intorno
ai diciotto mesi – due anni dal matrimonio. Questa società non insegna la pazienza, il sacrificio,
la mediazione, lo sforzo costruttivo. Certo, liberarsi di un partner è molto più
straziante, che far fuori un vecchio PC o cambiare la macchina, ma la mentalità
è quella del tutto e subito, e poi di nuovo tutto e subito.
Anche
le amicizie richiedono costanza e impegno; in un momento come questo, avere degli
amici diventa sempre più prezioso. Ma, in una società liquida, dove tutto cambia
in fretta e il lavoro costringe le persone a frequenti cambi e spostamenti, mantenere
viva un’amicizia diventa molto difficile, in certi casi impossibile.
La
cura del corpo
Per
distrarsi da queste ed altre sofferenze molte persone si dedicano alla cura del
proprio corpo, oggi più che nell’Antica Grecia.
Il proliferare di terme, SPA, wellness center, palestre, saune, centri
di massaggio, assieme ai volumi di vendita dei prodotti dedicati alla cura del
corpo e alla bellezza , ne sono la prova. Osserva
Bauman: “Nella società dei consumatori, la fitness sta al consumatore come la
salute stava al produttore nella società dei produttori.” Salute
e fitness, tuttavia, non sono obiettivi che possano essere raggiunti una volta
per sempre, ma rappresentano un impegno che dura per tutta la vita, e che produce,
in molte persone, un’ansia che non riesce a spegnersi, se non provvisoriamente.
Su questi timori si innestano le azioni
pubblicitarie di esperti di marketing, che cercano di pilotare l’ansia, della
donna e dell’uomo di oggi nei confronti del proprio corpo, come qualcosa di risolvibile,
magari con un bagno turco in una SPA di lusso.
A
chi troppo ……
L’attenzione,
a questo punto, si sposta sulla alimentazione.
La
questione “grasso o magro”, è strettamente legata alla promozione del corpo del
consumatore, come obiettivo centrale del marketing.
Anoressia
e bulimia, in questo contesto, possono essere viste come caratteristiche della
società dei consumi.
La percentuale
degli obesi negli Stati Uniti non accenna a calare. Il New York Times ha definito, recentemente,
la guerra contro l’obesità come “la guerra culturale del nuovo secolo”.
Avere
un figlio oggi
In
questa trasformazione permanente, nella società occidentale, opulenta e liquida,
anche il concetto di maternità e il desiderio di avere figli subiscono dei cambiamenti.
Viene affermata la morte del “mito
della maternità”, e si mette in luce il costante, faticoso impegno, che pesa sulle
spalle di chi si occupa di bambini.
La
donna che lavora, la “donna in carriera”, oggi, ha poco tempo a disposizione ed
é molto lontana dall’immagine del passato di “regina della casa”, “angelo del
focolare”, “casalinga” più o meno “disperata”.
Fare
un figlio e seguirlo è un impegno a lunga scadenza, ben diverso dalla soddisfazione
immediata di un desiderio, come ci viene proposto dalla pubblicità.
Bauman lo paragona a firmare un assegno in bianco o prendersi la responsabilità,
per cose che non si conoscono, e non sono prevedibili. A
livello finanziario, avere un figlio significa quasi sempre una perdita di reddito,
associata ad un grosso aumento delle spese familiari.
Bambini:
futuri consumatori
I
bambini di una volta, considerati “il futuro della nazione”, venivano educati
per la continuità dello Stato nel quale vivevano. Dovevano diventare cittadini
responsabili, partecipare al processo produttivo oppure difendere lo Stato servendo
sotto le armi.
Il destino
dei bambini di oggi è diventare dei consumatori sempre più precoci.
L’attività di marketing, rivolta ai
bambini, tende a trasformarli in “decisori informati”, dotati di conoscenza dei
prodotti, che possano pilotare gli stessi genitori negli acquisti.
Lavoro
provvisorio e formazione permanente
Se
consideriamo, adesso, il mondo del lavoro nella società liquida rileviamo anche
in questo campo i continui cambiamenti prodotti dalla globalizzazione del mercato
dei consumi. Jacek Wojciechowski,
esperto di insegnamento universitario, nel 2004, osservava: “Una volta la laurea
offriva un salvacondotto per esercitare la professione, sino all’età della pensione:
ma questa ormai è storia. Al giorno d’oggi, la conoscenza deve essere continuamente
rinnovata, e anche le professioni devono cambiare.” La
necessità di acquisire sempre nuove conoscenze, per poter galleggiare sul mondo
del lavoro, unita al rapido invecchiamento delle tecniche di ieri, producono ignoranza
e alimentano il mercato dei vari “corsi professionali” e “di aggiornamento”.
Il concetto di “lifelong education” o “educazione
permanente”, è frutto di questa situazione e tende a diventare una necessità per
la gran parte delle categorie lavorative.
Il
rischio costante, che ne deriva, è quello di essere “esclusi dal gioco” e “buttati
fuori bordo”, di subire la perdita del lavoro, sia a livello individuale che come
azienda. Tutto questo alimenta l’ansia di vivere.
Se
poi si considera questo fenomeno su scala mondiale, rileviamo che è su questa
base che si fonda la differenza tra Terzo Mondo e Mondo Occidentale.
Quante più conoscenze, tecniche soprattutto,
saranno necessarie per affrontare il mondo del lavoro, tanto più si allargherà
il gap tra i due mondi, creando e aumentando ingiustizie sociali, con tutti i
possibili, devastanti, effetti collaterali.
Istruzione
pubblica vs. privata
Il
discorso diventa politico e si concentra sulla scelta se gestire l’istruzione
a livello statale o lasciarla al mercato “privato e libero”. Quest’ultimo è rappresentato
dalle scuole professionali e di specializzazione,
gestite come aziende, senza nessuna “mission” sociale.
Negli
Stati Uniti, solo il 19 % di coloro che appartengono alle classi sociali meno
abbienti, riesce a completare i propri studi e ottenere un diploma. Se invece
osserviamo classi sociali con maggiore reddito, questa percentuale sale al 80
%.
Se il “mercato dell’insegnamento”
viene affidato alle scuole private a pagamento, e lo Stato non interviene, assisteremo
ad un sempre maggiore aumento delle ingiustizie sociali e di tutte le tensioni
che ne derivano.
Empowerment
Contro questo fenomeno dell’ignoranza,
che produce poi abbandono della sfera politica, la Commissione delle Comunità
Europee, già nel 2001, ha ribadito la necessità
di creare, a livello dei vari Stati, sotto la gestione dei diversi Ministeri dell’Istruzione,
uno spazio dedicato all’apprendimento e all’aggiornamento.
Questo impegno dei singoli Stati sarà coordinato dalla Comunità Europea,
che lo manterrà tra i suoi obiettivi prioritari. Una
gestione pubblica dell’istruzione, realizzata in un contesto europeo democratico,
produce il cosiddetto “enablement” o “empowerment”.
Secondo Bauman, “un autentico
empowerment, richiede che si acquisiscano non solo le abilità necessarie, per
giocare con successo un gioco progettato da altri, ma anche dei poteri per influenzare
gli obiettivi, le poste e le regole del gioco: non solo le abilità personali,
ma anche i poteri sociali.
(…………)
L’empowerment è la ricostruzione dello spazio pubblico progressivamente abbandonato,
in cui gli uomini e le donne possano impegnarsi, in una continua traduzione tra
ciò che è individuale e ciò che è comune, tra interessi, diritti e doveri, privati
e pubblici.”
Per
Bauman, se la sfera pubblica e sociale deve rinascere nel mondo occidentale, oltre
alle abilità tecniche, abbiamo fortemente bisogno di “capacità di interazione
con gli altri – di dialogo, di negoziato, di raggiungimento della comprensione reciproca
e di gestione o risoluzione dei conflitti, inevitabili in ogni situazione della
vita collettiva.” Dobbiamo cioè acquisire
delle competenze in materia di cittadinanza attiva.
Il
consumatore è nemico del cittadino
Ma,
osserva Bauman: “Il consumatore è nemico del cittadino (………) e, ovunque, nella
parte sviluppata e opulenta del pianeta, si moltiplicano i sintomi dell’allontanamento
delle persone dalla politica, della crescita della apatia e del calo di interesse
per il funzionamento del processo politico.”
“Il
mondo vuole essere ingannato”, scriveva Theodor W. Adorno, ma la democrazia è
in pericolo, quando i cittadini non riescono a tradurre le proprie ansie e difficoltà
personali, sotto forma di azioni democratiche collettive e preoccupazione a livello
pubblico e politico.
Parafrasando
una frase di Pierre Bordieu, colui che non comprende il presente, non può pensare
di controllare il futuro. Dobbiamo imparare a pensare in modo diverso, da come
siamo stati abituati finora.
Mercato
globale
I
mercati dei capitali e delle merci si sono trasferiti in “un nuovo spazio, socialmente
extraterritoriale”, ben più forte dello spazio del singolo Stato Nazione, e per
affrontare questa nuova situazione sono necessari strumenti diversi da quelli
finora adoperati.
Altrimenti,
per la maggior parte dell’umanità, la globalizzazione significherà un netto e
progressivo deterioramento delle condizioni di vita, accompagnato da continua
insicurezza e ansia esistenziale.
Nuove
soluzioni
Le
condizioni necessarie per la sopravvivenza dell’umanità non sono più divisibili
e gestibili a livello locale o statale. Se le nostre difficoltà sono originate
da problemi planetari, sono necessarie soluzioni planetarie.
Lo
spazio pubblico dello Stato Nazione è stato allargato a tutto il mondo: come osserva
Bauman, “il dramma contemporaneo è vasto come l’umanità, clamorosamente e decisamente
globale”.
A questa situazione
si può opporre la logica della “responsabilità planetaria” che, per Bauman, significa
“il riconoscimento del fatto che tutti noi, che viviamo su questo pianeta, dipendiamo
gli uni dagli altri, per il nostro presente e il nostro futuro; che nulla di ciò
che facciamo, oppure omettiamo di fare, può essere indifferente per il destino
di chiunque altro; e che nessuno di noi può più cercare e trovare un riparo privato,
dalle tempeste che possono nascere in qualsiasi parte del globo”.
E’ quindi indispensabile creare un nuovo
tipo di “cornice globale”, che impedisca alle iniziative economiche, in qualsiasi
luogo sulla Terra, di seguire soltanto il profitto, ignorando gli effetti e i
danni collaterali e trascurando l’impatto sociale dell’equilibrio costi e risultati.
Come
sarà questa nuovo modo di pensare? Secondo Bauman “non possiamo conoscere i contorni
e la forma che assumerà. Tuttavia possiamo essere certi che la forma non ci apparirà
familiare. Essa sarà diversa da tutto ciò che per noi è consueto”.