Quella
di Zainab Salbi è una voce
molto particolare nel mondo contemporaneo: ha fondato, a soltanto 23 anni in un
Paese che non era il suo, l’organizzazione Women for Women International, che
offre supporto alle donne vittime della guerra e dei suoi postumi, perché a loro
volta esse possano contribuire a ricostruire la loro comunità e alla fine la loro
società; lei stessa ha affermato in un’intervista che è proprio dalle donne che
bisogna partire quando si vuole ricostruire un Paese, perché sono loro che provvedono
al sostentamento della famiglia cercando cibo, e sono loro che ricostruiscono
per prime il distrutto tessuto sociale.
Zainab
è nata in Iraq nel 1970. Faceva parte degli strati più protetti della società:
suo padre era il più abile pilota d’aerei del Paese, dipendente della Boeing;
sua madre faceva l’insegnante. Abitava in una bella casa, frequentava le scuole
più rinomate. Ma la sua vita, per questo, non fu certo rose e fiori: se la maggior
parte della popolazione irachena, alla salita al potere di Saddam Hussein, subì
sofferenze fisiche e psicologiche, a Zainab furono risparmiate
soltanto quelle fisiche. Perché Saddam, per consolidare il proprio potere, doveva
rendersi amica l’élite ricca e intellettuale di Baghdad; Zainab
e i suoi genitori furono inseriti (non senza le ovvie resistenze, che alla fine
si rivelarono inutili) nella cerchia di Saddam; il “patto” fu che in cambio della
non-deportazione della madre (di lontane origini iraniane, e durante la guerra
Iraq / Iran questo significava deportazione sicura), il padre diventò pilota personale
di Saddam Hussein. Zainab fu così costretta a chiamarlo Amo, zio, come si chiamano
gli uomini adulti in Iraq. Passò i weekend nella sua tenuta, ricevette da lui
regali e sorrisi. Nel suo bellissimo libro di memorie, “Una
donna tra due mondi: la mia vita all’ombra di Saddam Hussein” edito da Corbaccio,
afferma che non ricorda una sola volta in cui il dittatore si mostrò scortese
verso di lei.
Può considerarsi fortunata? Certamente sì, se si rapporta la
sua situazione a quella del resto degli iracheni. Ma si perse la libertà di pensiero,
di movimenti, di spirito, pur di vedersi risparmiati (momentaneamente) dalla deportazione
e dalla morte.
Quella che viene descritta nel libro è una cappa sempre più
soffocante, una vita sempre più incerta, tesa, legata ad un filo sempre più sottile
(spesso questo filo è soltanto l’umore mutevole del leader). La pressione psicologica
è quella che farà tentare il suicidio alla madre di Zainab,
Alia, prima uno
spirito libero. Sono queste, infatti, le prime parole alla figlia
all’indomani della sfiorata tragedia: “Mi dispiace, tesoro. Mi sento come
un uccello in gabbia. Non diventare mai un uccello in gabbia, Zainab. Promettimelo, cara. Devi sempre
essere uno spirito libero”. E questo è ciò che fece Zainab.
Riuscì
ad iscriversi all’Università, scappare da un fidanzamento con un uomo ossessivo
e fondamentalista, e riuscì, su insistenza della madre, a sfuggire al “guinzaglio”
di Saddam nel modo più “classico”: sposare un uomo iracheno che vive negli Stati
Uniti. Questo matrimonio si rivelò tuttavia una ulteriore
tragedia per Zainab, che si ritrovò sposata ad un uomo
violento che la odia. Trovandosi un lavoro, riesce però a scappare e alla fine
ad ottenere il divorzio. Si trasferisce, grazie ad una proposta di lavoro, a Washington
DC, dove conosce un uomo che finalmente la ama e la rispetta, dandole tutto il
tempo necessario per superare i precedenti traumi. A causa della Guerra del Golfo
non riuscirà a ricongiungersi presto con la famiglia, che intanto, a causa
delle pressioni di Saddam, si stava sgretolando. Con Amjad,
il nuovo marito, compirà il viaggio più importante: andrà in Serbia ad ascoltare
le storie delle donne vittime della guerra, per capire di cosa possano avere bisogno.
Zainab, soltanto ventitreenne, rimarrà così colpita
dalle terribili storie di violenze e stupro, che deciderà di creare (praticamente
dal nulla, con pochissimo capitale iniziale) l’organizzazione già citata, “Women
for women International”. Da allora, l’Organizzazione ha offerto il proprio aiuto
a circa 93.000 donne, attraverso un sistema di sponsor: ogni donna sopravvissuta
alla guerra è “sponsorizzata” da una che le offre soldi per i bisogni primari
e sostegno “da amica” attraverso corrispondenza.
In America, Bill Clinton
organizzò una cerimonia in onore di Zainab Salbi alla Casa Bianca nel 1995. Nel 2007, Zainab viene scelta dal World Economic
Forum di Davos, Svizzera, come “Giovane Leader Globale”.
Ha soltanto 37 anni.
È difficile credere che si sta parlando di una vita sola. Di una donna sola. Ma è altrettanto
confortevole sapere che ci sono ancora voci così forti
pronte ad alzarsi per il sostegno ai più deboli e un sano ritorno alla pace.
Sito
dell'Organizzazione Women for Women International:
