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Acqua
di Federica Pastorino

India, 1936.

All’età di soli 6 anni, Chuyia va in sposa a Hira Al, un vedovo quarantaquattrenne. Due anni dopo Hira Al muore.

La bambina diventa vedova e come tale, secondo l’induismo, non ha più alcun ruolo nella società indiana, ha perso la sua identità insieme a quella del marito, e, per le colpe delle sue vite precedenti, è ritenuta responsabile della morte dell’uomo.

Dopo il rito funebre avvenuto sulle rive del Gange, Chuyia è costretta a indossare una sari bianca (il bianco del lutto), a rasarsi i capelli (in modo tale che ogni goccia di pioggia che le cadrà sulla testa non potrà sporcare l’anima del marito) e a lasciare la famiglia per andare a vivere nell’ashram delle vedove.

Qui le donne, emarginate dalla società, conducono una vita tremenda, una vita di stenti e sofferenze. Per sfamarsi fanno solo affidamento sulla carità degli altri anche se la grassa e perfida vedova Madhumati, colei che dirige l’ashram, costringerà alcune donne, tra cui Kalyani con la quale Chuyia instaurerà una profonda amicizia, a prostituirsi per mantenere la casa delle vedove.

La bellissima Kalyani si innamora di un giovane idealista gandhiano, Narayan, appartenente alla buona società. La ragazza è convinta che la sua vita possa finalmente tornare ad avere un senso ora che può essere amata senza pregiudizi, senza gelosia verso quelle altre mani che hanno toccato il suo corpo.

Ma è veramente possibile cambiare il futuro che la aspetta? Purtroppo i tempi non sono ancora maturi per Kalyani che non avrà scampo dal suo crudele destino.

Per Chuyia sarà diverso. Dopo anni di sofferenza e di miseria qualcuno la salverà da esperienze orribili.


© LiberaMENTE MAGAZINE 07 Ottobre 2007