torna all'indice
Le Belle Immagini
di Giulio Paolicchi

Non sempre l’immagine è una “esteriorità” del mondo circostante colta attraverso il senso della vista: nella misura in cui non sempre lo stimolo proviene dall’esterno, anzi, molto spesso nasce dentro di noi, è sostanziato di pura “immaterialità”, come succede per i sogni. Gli psicologi parlano delle nostre attività mentali in termini di “rappresentazioni” cioè processi che mobilitano e integrano materiali di vario tipo fra i quali, numerosissime e cruciali, le immagini: un bel ricordo è o comprende, quasi inevitabilmente, una “bella immagine”, ma che non necessariamente riproduce fedelmente una scena reale oppure, leggendo un romanzo appassionante, ognuno finisce per “farci sopra il suo film”, per dare corpo e volto ai personaggi e costruire le ambientazioni (ricordo come sia stato deludente il film “L’amore ai tempi del colera” solo perché il pur bravissimo Xavier Bardem era assolutamente diverso dal “mio” Florentino Ariza). Potenza delle immagini, come si dice. Alla fine la nostra vita è fatta di immagini, un turbine, una tempesta cosmica di immagini, tutte tenute insieme/integrate dalla nostra mente -comune punto di origine- e rese coerenti dal tessuto connettivo della memoria. Una vera e propria esistenza icastica connotata però soprattutto dal carattere prevalentemente emozionale delle “nostre” immagini: ciò che segna (senza dover ricorrere al concetto limite di “visione”) la differenza radicale fra queste ultime e le semplici “figure” (intese come prodotti puramente descrittivi, codifiche visuali della realtà). In parole più semplici: un’immagine ci resta indelebilmente dentro quando un certo evento, una certa situazione, suscita in noi un’emozione (più o meno forte) o quando un nostro rilevante stato emotivo produce autonomamente -dal niente- una “scena” che resterà impressa nella nostra memoria, definitivamente incastonata nel nostro repertorio esperienziale.

Non ricordo chi ha detto (forse Francesco de Sanctis?) che “un capolavoro nasce da un cimitero di capolavori” ma l’assunto, così com’è, vale anche per le “belle immagini” che, immancabilmente, nascono da cimiteri di belle immagini e non solo per una banale considerazione di tipo probabilistico quanto perché -credo- l’immagine (dunque la “bella immagine”) è soprattutto frutto di una propensione, di una naturale inclinazione a privilegiare la rappresentazione/percezione visiva, ad organizzare l’esperienza soggettiva in chiave “iconografica” (chissà che non nasca proprio da questa caratteristica la “sindrome di Stendhal”, quello stato di vertigine e confusione che alcuni provano dinanzi ad opere d'arte di straordinaria bellezza). Tuttavia, data la tipica ambivalenza delle emozioni, comunque associate, il nostro repertorio fotografico esistenziale individuale non è facilmente suddivisibile in immagini belle e brutte, anzi, è molto probabile che, generalmente, questa distinzione non abbia neppure luogo: perché non richiesta o perché impossibile; certo alcune immagini, associate ad emozioni positive (perlopiù, suppongo, un profondo senso d’appagamento), saranno decisamente suggestive e piacevoli mentre altre (per il motivo opposto) particolarmente tristi o deprimenti ma ritengo che si tratti di eccezioni: è più plausibile, semmai, che le nostre immagini personali siano connessioni con il passato non tanto utili a rievocare elementi di giudizio immutabili nel tempo, quanto come dati continuamente trasformabili dal succedersi degli eventi e degli stati d’animo, dunque con funzione potenzialmente unificante (in quanto “confermativa”) per la personalità, sempre che sia certa -come io penso- la tendenza umana all’unità ed alla integrità dell’IO. Sicché affrontare le immagini interiori da un punto di vista esclusivamente estetico sarebbe perlomeno fuorviante.

James Hillman, psicanalista junghiano, nella raccolta di saggi “Politica della bellezza” (2002, Moretti e Vitali), criticando aspramente tanto la psicanalisi classica quanto la psicologia moderna per avere “ridotto” o confinato l’IO (ed il disagio) alla sola dimensione intrapsichica, ci segnala come invece la personalità si strutturi, nel corso dell’esistenza, ad opera di affollate schiere di immagini che costituiscono il patrimonio collettivo del gruppo di appartenenza (dall’intrapsichico al sociale), unico sostegno possibile quando, in condizioni di gravissima privazione o sofferenza, la resistenza dell’IO venga meno. Per suffragare la sua ipotesi Hillman cita casi di resistenza ad estenuanti prigionie pluriennali chiedendosi dove abbia pescato, l’IO, la saldezza necessaria in tali condizioni di sofferenza materiale. Ma per quanto possa essere appropriato postulare l’esistenza di un repertorio immaginario/immaginifico collettivo, o perlomeno derivante dagli oggetti “esterni” della nostra vita di relazione, come substrato di una comune cultura che permea i pensieri individuali, credo che questa prospettiva trascuri la inevitabile rielaborazione individuale, la rilettura, delle immagini “distribuite” che le trasforma da “significanti” a significati strettamente personali, prodotti di processi eminentemente intrapsichici.

Mi viene in mente, a questo proposito, uno straordinario film di Alessandro Benvenuti, tanto bello e poeticamente denso quanto poco conosciuto: il titolo è “Zitti e mosca” e racconta, davanti ad uno sfondo interamente occupato dalla vita della comunità di un paesino della campagna intorno a Firenze impegnato nell’organizzazione della e nella partecipazione alla consueta “Festa de l’Unità”, le storie private di alcuni personaggi che, dopo un continuo intrecciarsi ed allontanarsi, magicamente si “ricompongono”, si riuniscono, si fondono, in una straordinaria notte d’estate, sotto un cielo corrusco di fuochi artificiali, come fosse un ombrello intessuto di scintille multicolore ognuna delle quali evoca un sogno individuale, una risoluzione possibile, una speranza autorizzata. Ora, specialmente per chi, come me, è nato ed ha vissuto per quasi tre decenni immerso nella dimensione “comunitaria” di un paesino della campagna toscana (che non necessariamente è quella patinata delle colline senesi o del “Chiantishire”) intercalata dall’immancabile “Festa de l’Unità” estiva, fatta di carne alla griglia e lotterie, di tendoni con gli opuscoli della Germania Est (quella “democratica”), di persone perbene che spendevano le ferie a prestare la loro opera per la “costruzione” della festa (che fosse sempre più bella e “moderna” dell’anno precedente), di operai che ogni sera trovavi al bar per la partita a carte, di pensionati che del bar erano ormai divenuti le irrinunciabili suppellettili ecc. ecc. ecc., il film suscita un pandemonio d’immagini, a milioni, fugaci ma vivide e colorate, proprio come zampilli di fuochi pirotecnici.

Così: è indubbio che le esperienze comuni possano suscitare, o resuscitare, immagini -ossia emozioni- magari sepolte sotto ricordi consumati dal tempo che passa senza dare scampo, ma credo che ciò sia ben lungi dal costituire un inconscio collettivo inteso come tendenza ad organizzare la conoscenza secondo modelli predeterminati o addirittura innati, perfino quando questo concetto sia stato un po’ depurato -come nel caso di Hillman- dal tratto dell’innatismo in favore di quello culturale. L’unico elemento innato (del tutto irriducibile alla dimensione culturale) la cui postulazione reputo plausibile e soprattutto necessaria, è la pulsione e l’unico momento chiaramente riconoscibile dell’impatto della sfera collettiva su quella individuale, è quello in cui la dinamica del gruppo, fatalmente, incrocia la pulsione individuale, senza che comunque né la prima né la seconda offrano una possibilità di lettura univoca di quanto sta accadendo. La pulsione è inconscia, quindi pressoché illeggibile ed il prodotto del suo incontro (inevitabile) con gli stimoli e le relazioni ambientali è del tutto originale : impossibile pertanto che le immagini prodotte da quelle emozioni possano, se non eccezionalmente, costituire un solido terreno comune del gruppo. Del resto affermare che un gruppo ha dinamiche specifiche che non equivalgono alla somma delle dinamiche dei suoi propri componenti, per quanto sia corretto, è una considerazione di tipo esclusivamente “strutturale”: altrimenti, perché non ci ha risparmiato la replicazione di ogni sorta di errore collettivo? Le “belle immagini” di un’epoca, di un popolo, stanno sui rotocalchi o sfilano nelle trasmissioni televisive, cioè altrove da quelle di ognuno di noi, sempre che queste ultime siano prodotti conservabili.


© LiberaMENTE MAGAZINE 29 giugno 2008