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Abduction - Una Storia Italiana
di Bruna Taravello

ABDUCTION – UNA STORIA ITALIANA

Abduction significa, letteralmente, “rapimento”. In italiano viene tradotto con il termine “adduzione”, ma pare essere più corretto usare “abduzione”.
In campo ufologico, questa parola significa: rapimento di un essere umano da parte degli alieni. Sulla veridicità, e la possibilità, che questo accada o sia potuto accadere il dibattito è, ovviamente, apertissimo; e se crederci è spesso quasi un atto di fede, altrettanto vero è che molte situazioni di questo tipo non hanno avuto, nonostante gli sforzi di molti scienziati, soddisfacenti risposte a livello razionale: se una spiegazione diversa esiste, evidentemente non è da ricercarsi con gli strumenti di cui disponiamo. E qui si apre un nuovo livello, non considerato come scientifico da parte di molti. In questi giorni, in Gran Bretagna, si susseguono gli avvistamenti, alcuni anche ben documentati, e il Ministero della difesa britannico ha messo in rete gli atti, finora segreti, degli avvistamenti UFO negli anni fra il 1978 e il 1987: circa il 10% rimangono senza spiegazione, ma le autorità hanno ritenuto che non rappresentino un pericolo per la popolazione. Gli avvistamenti, comunque, non rappresentano in sé qualcosa di molto significativo dal punto di vista ufologico, proprio perché hanno per la stragrande maggioranza dei casi spiegazioni convincenti. Gli incontri ravvicinati, invece, pur essendo piuttosto rari e spesso poco documentati, rivestono un’importanza molto maggiore e richiedono cautela e professionalità da parte degli investigatori che li seguono. Gli avvistamenti, come è stato notato, procedono ad ondate, e questo potrebbe avere una spiegazione sociologica o essere una caratteristica tipica del fenomeno. Solo sul territorio nazionale il Centro Italiano Studi Ufologici ha registrato circa 600 casi di incontri ravvicinati e 250 in cui questi hanno lasciato tracce fisiche (orme, bruciature, documentazione fotografica). Vi sono, insomma, numerose persone in perfetta buona fede che riferiscono avvistamenti ed incontri “alieni”.  Fra questi chi ammette il contatto è di certo un caso isolato: anche chi è disposto a credere che in cielo si possano osservare oggetti misteriosi provenienti da altri mondi, ha molta più difficoltà nell’accettare che questi esseri vogliano mettersi in qualche contatto con noi. Eppure l’uomo, andando sulla luna, ha proprio cercato di fare questo. Perchè solo noi? E d’altra parte, perchè non mostrarsi, una volta giunti fra noi? I soggetti rapiti, in qualsiasi parte del mondo, hanno di volta in volta dato spiegazioni che ovviamente suonano false, pretesti buoni per la trama di un B-movie. Eppure...    Le difficoltà nel valutare correttamente queste abduzioni sono comunque moltepici: intanto, se non ci sono testimoni terzi, i soggetti coinvolti possono pensare di avere sognato, o di essere stati vittime di un’allucinazione: ben difficilmente escono  allo scoperto, poiché non sono letteralmente in grado di farlo; inoltre, se anche gli episodi sono riferiti in modo circostanziato, si riescono a fare sopralluoghi e ad intervistare le persone coinvolte soltanto dopo un tempo  non breve: e questo fa sì che anche l’ipnosi possa avere un risultato distorto, frutto dell’elucubrazione mentale a cui, involontariamente, ci sottoponiamo quando non riusciamo a capire qualcosa. Quindi il fenomeno del rapimento, quando per modalità e altro non può essere qualificato come umano o essere  liquidato con poche battute, soffre sicuramente del pressapochismo (specialmente italiano)  e della facilità nell’emettere giudizi o nel qualificarsi come titolati a parlare di qualcosa che si conosce ben poco: anzi, che ben pochi conoscono.

Ascoltare le testimonianze degli “abdotti”, cercare di capire se e quanto ricordano è frutto di quel che il ricercatore vuol sentirsi raccontare, frutto di personali patologie e vissuti traumatici o addirittura imposto dagli esseri alieni che hanno eseguito il rapimento non è facile. Attualmente i sistemi utilizzati, pur deboli  e con pesanti punti controversi sono essenzialmente tre: la PNL (programmazione neuro linguistica), l’auditing e l’ipnosi regressiva. Della PNL abbiamo già parlato altre volte: pone in essere una serie di meccanismi che potrebbero svelare da che fonte trae origine il racconto del presunto rapito: movimenti degli occhi, respirazione, rapporto con il terapeuta possono dire molto sulla sincerità e la spontaneità del narratore. Ma sia il National Research Council che il Couselling Psichology Review ritengono le basi scientifiche della PNL ancora troppo fragili per poter basare  su di essa il giudizio di ammissibilità di una prova.
L’auditing, letteralmente una sorta di consulenza personale sorta con Scientology e con il suo creatore, lo scrittore Ron Hubbard, aiuterebbe l’individuo ad osservare la propria esistenza senza i paletti e i veli che il nostro vissuto tende a frapporre; quindi servirebbe a migliorare, di molto, la propria capacità di comprendere quello che si è e dove ci  si trova. Un Auditor è un ministro della chiesa di Scientology o qualcuno che sta studiando per diventare tale. Secondo Hubbard ripulendoci la mente dalle scorie che impediscono di vedere bene la realtà circostante si è anche liberi di riferire esperienze che altrimenti sarebbero censurate dal nostro sistema cognitivo: ma qualsiasi risultato sia stato ottenuto con queste tecniche, è ufficialmente misconosciuto dalla scienza ufficiale.
Rimarrebbe dunque l’ipnosi regressiva come unico metodo per vagliare l’attendibilità delle abduction come esperienze di incontri con l’alieno. Qui sorge però il problema delle domande da porre: nessuno può improvvisarsi psicoterapeuta, e una domanda mal posta in un momento delicato può far saltare tutta l’esile impalcatura: l’intervistato, che già è pesantemente esposto al rischio della distorsione della realtà, può sentire la richiesta come una domanda guidata, e rispondere in maniera da compiacere il terapeuta.

Nel caso italiano più clamoroso, il rapimento, nell’entroterra di Genova, di Pier Fortunato Zanfretta, abbiamo elementi che raramente si riscontrano: numerosi testimoni, ripetizione con modalità diverse dell’accaduto (11 volte) e possibilità di prevederne il ripetersi predisponendo mezzi di controllo, seppur rudimentali.
Che cosa successe, veramente, nell’arco di tempo che va dal 1978 al 1980, nei dintorni di Genova?

 

ZANFRETTA, STORIA ALIENA DI UN UOMO QUALUNQUE

Qui di seguito cercheremo di sintetizzare quello che, in ripetuti incontri, accadde alla guardia giurata PierFortunato Zanfretta, ventiseienne sposato e padre di due bimbi piccoli, all’epoca di turno a Torriglia, nell’entroterra di Genova. Verso le 23,30 del 6 dicembre 1978 l’ultima villetta che gli rimane da ispezionare si chiama “Casa Nostra”, ed appartiene ad un noto dentista genovese. A qualche centinaio di metri dalla casa vede quattro luci che si muovono rapidamente, a circa un metro da terra: pensa alla segnalazione di un ladro, tenta di mettersi in contatto radio con la centrale ma il collegamento è interrotto, così come i contatti elettrici all’interno dell’auto, una Fiat 126 . Poco preoccupato dal guasto ma parecchio dalla possibilità del furto prende la pistola, scende e si dirige verso la villa: qui trova ingresso e cancello spalancati, ma in quel momento riceve una forte spinta alle spalle, cade e si trova davanti quello che lui poi, sotto ipnosi, definirà un essere mostruoso alto più di tre metri e con la pelle grigia. Alzandosi per scappare sente un’ondata di calore, vede un oggetto luminoso triangolare e l’auto che si riaccende da sola: chiama i soccorsi, che arriveranno dopo un’ora,  trovandolo ancora sotto choc, avvolto in abiti bollenti nonostante il freddo della notte.
Chi pensava ad un fatto, di qualunque natura fosse, isolato, viene smentito: il 27 dicembre, sempre nella stessa zona e alla stessa ora,  Zanfretta chiama  la centrale e dice di essere in mezzo ad una nebbia fitta, e che l’auto procede senza la sua guida: poi, con voce improvvisamente docile e tranquilla, afferma di essere pronto ad uscire dall’auto che si è fermata . Questa fu poi trovata a svariati chilometri, con abitacolo e tettuccio bollenti nonostante il tempo freddo e la pioggia; il metronotte è poco distante, fra i cespugli, con la testa bollente e gli abiti asciutti, che ripete spaventato le stesse parole, “i miei bambini, i miei bambini, come faranno senza di me”.

Gli episodi continuano: il guardiano viene quindi  spostato di zona (la Cooperativa Valbisagno cercava di proteggerlo dall’interesse, spesso morboso, del pubblico) ma non basta: di servizio nel levante genovese, avviene un altro importante “contatto”. Zanfretta riferirà, sotto ipnosi, di essere stato sollevato da una enorme luce verde, e mentre la Vespa di servizio sarà ritrovata sul monte Fasce (a chilometri di distanza da dove si trovava prima e con l’unica via d’accesso sorvegliata dall’auto posta di traverso di un suo collega); lui sarà visto a circa due chilometri, nel buio più totale, mentre corre tra i cespugli. Altro particolare insolito: il motore del mezzo è freddissimo, e questo non è possibile a meno che sia stato sollevato e trasportato fin lì.
L’incontro più rilevante però è quello dell’anno successivo, nel dicembre 1979: Corso Europa, una delle più importanti arterie cittadine, registra un black out elettrico nella stessa zona in cui il metronotte, che sta facendo benzina, viene avvolto da una fitta nebbia. Contemporaneamente il suo collega Andrea Pesce, di pattuglia a Torriglia nell’area del primo incontro, avverte la centrale dell’avvistamento di un grosso disco luminoso. Scattato il piano di allarme e mobilitate le radiomobili, con l’aiuto dei Carabinieri che sempre avevano seguito l’inchiesta, viene trovata l’auto di Zanfretta (senza di lui) ad un paio di chilometri da villa “Casa Nostra”, quindi ben lontana da Genova. Mentre si perlustra la zona attorno all’auto, volontari e carabinieri vengono investiti dai giganteschi fari provenienti da un oggetto che si sposta velocemente in cielo, abbagliandoli. Qualcuno spara sei colpi di pistola, spaventato, ma le luci si alzano per poi scomparire: e Fortunato è lì, a circa 500 metri dall’auto, vicino ad un precipizio e con gli abiti strappati. Sotto ipnosi, praticata la sera successiva, riferirà che le entità erano di ritorno dalla Spagna dove avevano spaventato delle persone con il loro mezzo. Il giorno dopo, 4 Dicembre,  le agenzie battono la notizia di un veterinario che, ad una cinquantina di chilometri da Madrid, ha perso il controllo della vettura terrorizzato da  luci che lo inseguivano dall’alto.

Questi sono in sintesi i fatti. A favore dell’ipotesi, per quanto inverosimile, di presenze aliene vi sono i riscontri fisici trovati sul terreno  dai carabinieri, come le orme larghe circa tre metri e profonde 15 cm nella zona del primo avvistamento e quelle più piccole, a suola concava, di 50 cm circa sul secondo; le sedute di ipnosi regressiva a cui sempre si è prestato Zanfretta e che furono svolte da importanti e affidabili professionisti: il professor Moretti e il suo assistente dottor Massa dell’Ospedale San Martino  di Genova. Fu poi ripetutamente visitato dal vice primario neurologo dello stesso ospedale e da Cesare Musatti, padre della psicanalisi in Italia, che lo trovò, come gli altri esperti del resto, lucido e in perfette condizioni. Unica riserva, la difficoltà di capire se la realtà soggettiva che lui riferiva coincideva con quella oggettiva, riserva che, peraltro, deve sempre essere sollevata. Inoltre, particolare che ha rivelato il giornalista Rino Di Stefano, autore di numerose inchieste sull’argomento e del libro “Il caso Zanfretta- La vera storia di un incredibile fatto di cronaca” giunto alla terza edizione, una delle guardie giurate presenti al più drammatico avvistamento, quello del dicembre ’79, alcuni mesi dopo il fatto si puntò la pistola alla tempia e si sparò: nessuno può ovviamente dire se il fatto fosse correlato agli eventi di quella sera, ma così fu. Così come il maresciallo dei carabinieri di Torriglia Antonio Nucchi rivelò, dopo essere andato in pensione, di non avere scritto nei verbali che egli stesso era un testimone oculare del primo avvistamento, insieme ad alcuni familiari: “mi dissero di tacere, ed io ubbidii”.
Tutto questo ovviamente va posto contro il fatto che, agli atti, prove che queste fossero presenze aliene non ve ne sono; così come alcune, successive dichiarazioni di Zanfretta furono di sicuro poco meditate e contraddittorie, forse dette in preda a sentimenti di rivalsa. Inoltre la validità dell’ipnosi regressiva è, scientificamente, messa in discussione e nel caso specifico fu sicuramente danneggiata dalla presenza, come testimone, dell’ufologo  Luciano Boccone che forse, involontariamente, inquinò le prove “imbeccando” il metronotte. D’altra parte anche con il Pentotal il metronotte confermò tutte le sue risposte.
Durante la trasmissione “Il Bivio” di Italia 1 dello scorso anno c’è stato chi ha provato a ridicolizzarlo; in una trasmissione che poteva servire ad aggiungere elementi ad un puzzle complicato si è preferito andare sulla spettacolarizzazione di chi dichiara di vedere alieni ogni giorno, tagliando sugli interventi più seri e documentati, di certo non urlati.

Sull’onda di migliaia di messaggi di protesta e dell’azione legale intrapresa da uno degli ospiti, il già citato Di Stefano, l’emittente è stata costretta a fare marcia indietro e a trasmettere una puntata più rispettosa delle diverse  istanze e meno deturpata dai tagli e dalle omissioni, registrando peraltro un ottimo ascolto. Certamente il trash televisivo a cui siamo abituati reclama vittime, ma la dignità con cui Zanfretta ha testimoniato sugli avvenimenti e ha condotto la sua vita ci ricordano che non tutti sono mossi solo da scelte di tipo economico.
Dopo questi scontri televisivi il metronotte ha accettato di sottoporsi ad una Tac che ha diagnosticato un rigonfiamento osseo alla base del cranio, ma se ciò sia dovuto ad una fisiologica anomalia o a qualcosa di diverso installato durante uno dei contatti, questo è impossibile stabilirlo.

In quegli anni qualcosa accadde, nell’entroterra di Genova: meno suggestiva, come location, di “Area 51” o di Roswell, zone ormai mitiche, ma scartando l’allucinazione collettiva, ipotesi che proprio non regge, le spiegazioni potrebbero essere molteplici e nessuna soddisfacente.
Resta la realtà di un uomo, Pier Fortunato Zanfretta, con la vita messa a soqquadro da eventi sicuramente più grandi di lui, che gli costarono molto in termini di salute, serenità, affetti.
Resta il mistero: probabilmente non sarà mai chiarito, e finirà per diventare leggenda quando tutti i protagonisti non ci saranno più; noi continuiamo ad aspettare, anzi, a sperare, con la mente aperta ad ogni possibilità, in un colpo di scena che renda giustizia per tanti anni di derisioni;  increduli fino a prova contraria, riconoscendo comunque la buona fede di chi si è giocato la vita pur di mantenere una propria dignità.
A volte, semplicemente, non ci sono spiegazioni.

 

Fonti: 

Il caso Zanfretta  Rino Di Stefano ed. De Ferrari 2006
www.rinodistefano.com
www.ilgiornale.it
www.edicolaweb.net/ufos
www.darkgothiclolita.forumcommmunity.net
www.setiufo.org


© LiberaMENTE MAGAZINE 13 luglio 2008