La Casta Perpetua
di Giulio Paolicchi

Quando parliamo di “caste”, classi o gruppi sociali chiusi che godono di speciali diritti e privilegi, non possiamo non fare riferimento, anche implicito, all’ottimo saggio (appunto, “La casta”) di Rizzo e Stella che descrive con grande efficacia una “nuova” casta sorta in Italia da qualche decennio (Beppe Grillo ce la racconta nei suoi spettacoli da quindici anni) ma della quale ci siamo accorti da non molto: i politici di professione, anzi, “di mestiere”.

Ce ne siamo accorti, purtroppo, solo quando abbiamo realizzato con inatteso terrore che la nostra vita quotidiana è diventata materialmente difficilissima: andando a fare benzina o al supermercato, pagando l’assicurazione dell’automobile o la rata del mutuo, cercando lavoro e trovando solo contratti CO.CO.CO. o a termine, in altre parole, quando abbiamo capito, attraverso le nostre esperienze quotidiane, di non avere più alcuna tutela né garanzia di pari opportunità ed equità da parte di uno stato al cui mantenimento contribuiamo solo noi mentre la classe dei “nuovi bramini” va nidificando in ogni anfratto della vita pubblica e privata (dalle televisioni alle banche al concorso per Miss Italia) strangolando il paese in una morsa asfissiante che ormai non ci lascia più molto scampo.

Comunque, per essere più preciso, non definirei quella dei politici come una “nuova casta”, direi piuttosto che si tratta dell’allargamento dell’unica ed enorme casta che guida il paese (il nostro come tutti gli altri) da sempre: l’establishment, cioè i detentori del “potere”, di quel mostruoso e molteplice meccanismo di controllo totale della società fatto tanto di elementi materiali che immateriali. Così alla casta aggiungerei alcuni opinionisti dei quotidiani, i banchieri, alcuni conduttori televisivi, molti economisti, alcuni giuslavoristi, gli industriali, i manager, i preti, certi cineasti, scrittori, probabilmente anche la nomenklatura sindacale (vedi l’articolo specifico pubblicato in questo stesso numero) e via dicendo, insomma tutti coloro che insieme concorrono alla conservazione dello “status quo”, alla perpetuazione del loro potere al costo non certo trascurabile del rovinoso declino morale e materiale nazionale.

E i nuovi poveri? Chi sono? Tutti gli altri, è ovvio, quelli che finora hanno evitato all’Italia il disfacimento civile nonché la bancarotta, quelli che non sono ormai nemmeno più persone ma solo “stipendi in transito da piluccare”: è interamente solo sulla loro pelle -cioè sui loro magrissimi stipendi e sui loro risparmi di decenni e sulle loro liquidazioni- che la casta ingrassa, prolifica e si perpetua, giacché grazie a loro (1) le banche lucrano profitti smerciando “merda finanziaria”, (2) le aziende dei servizi essenziali macinano guadagni colossali da spartire fra i manager, (3) gli industriali fanno bilanci d’oro senza reinvestire un centesimo, (4) i cosiddetti fondi pensione (con la gratitudine generale) grattano miliardi di euro per restituirne solo poche decine di migliaia alla fine della vita lavorativa di chi li fa stare in piedi, (5) le “istituzioni” (solitamente tanto inflessibili con chi le alimenta quanto lasche con chi le disprezza) restano in piedi, (6) le iniziative di solidarietà sociale possono ancora essere intraprese ecc. ecc. ecc.

Ma la casta non è, certo, solo una questione di soldi (sottratti) o almeno, non è questo il metro più adeguato per misurarne la dimensione, i soldi (sottrattici) sono solo il “nostro” modo di percepirla giacché non possediamo altri “rilevatori”: tanto per fare un esempio, è assai difficile accorgersi, non già delle notizie false o capziose, bensì di quelle “quasi vere” o “verosimili” (è così che Beppe Grillo, per esempio, qualifica le informazioni che circolano oggi), che diffondono -tanto per dire- la falsa certezza che vi sia un effettivo pluralismo di idee ed un reale confronto fra di esse, perché la gran parte dei cittadini non ha accesso ad altre fonti informative che non siano quelle “ufficiali” (RAI e Mediaset per le televisioni ed i grandi conglomerati editoriali appartenenti ai gruppi economici più grandi) ed infatti quello del sistema mass-mediatico “addomesticato” è per la casta probabilmente il più importante cardine di sostegno.

In ogni caso, le caste sono il segno distintivo e specifico di ogni società e di ogni epoca, semplificando molto: dai valvassori ai manager, dai latifondisti ai magnati, dai nobili ai politici di mestiere di oggi, pur attraverso modelli sociali diversissimi, dalle monarchie più o meno illuminate alle democrazie moderne. E chi “idealizza” gli anni del boom economico e delle opportunità per tutti come un’epoca d’oro di uguaglianza sociale, dimentica che sono stati un periodo “eccezionale” giacché solo l’abbondanza di risorse permise alla casta di allora (certamente più sobria dell’attuale) quella sorta di “redistribuzione” che riuscì a deviare lo sguardo dai suoi innegabili privilegi. Poi le risorse, poco per volta, diciamo che si sono ridotte all’osso e la casta… che cosa avrebbe potuto redistribuire più?


© LiberaMENTE MAGAZINE 4 maggio 2008