torna all'indice
Chi ha Riportato Doruntina

 

Copertina non disponibile

 

 

 

di Nicola pegazzano

Vendetta. O sì, vendetta. Di sangue, il più delle volte. Anzi: sempre o quasi. Soprattutto in Albania, ove vige ancora oggi, seppur solamente nel nord del paese, vicino alla cosiddetta “capitale del nord” Shkoder, il rituale antichissimo del Kanun, che costringe a restare chiusi in casa tutti i maschi di una famiglia il cui sangue deve sgorgare, prima o poi, fuori dai loro corpi. E’ questo un rituale che trae origine in un periodo in cui lo Stato come lo intendiamo noi oggi non esisteva: nel XV secolo. Un secolo prima quindi di Giorgio Castriota, l’eroe nazionale albanese, la cui statua si erge nella piazza principale di Tirana, la capitale. Castriota, giovane e forte pugliese, andò in Illiria nel XVI secolo per aiutare il popolo albanese. Fu sotto di lui che molte famiglie riuscirono a affrontare il mare e a fuggire sulle coste italiane: ancora oggi in vari comuni del Molise come della Puglia settentrionale è facile incontrare qualcuno che parla in arbresh, l’albanese italianizzato. Castriota, o Skanderberg, come è stato soprannominato in Albania, è considerato il capo della rivolta contro uno stato più potente, com’era all’epoca l’Impero Ottomano, che difatti, alla morte dell’ancora giovane eroe, si annetté tutto il territorio difeso strenuamente dallo Skanderberg.

Il Kanun, quindi, regole consuetudinarie che sono tornate in auge oggi, dopo la caduta del comunismo, che le aveva eliminate. Kanun ovvero un libro fatto di regole, quasi, potremmo dire, leggi, che sono in uso nel nord del paese, nelle campagne e fra i monti che circondano l’Albania, quasi a proteggerla dall’invasore kosovaro, ergo: serbo. E la besa, certo, la parola data, regola fondamentale del Kanun stesso, per cui i periodi di pace sono stabiliti, l’ospitalità pure, ma anche i lutti che non si contano in quelle famiglie che hanno magari compiuto un atto crudele, e comunque la giustizia per come la conosciamo noi non esiste: qua si lava tutto con il sangue. Si suppone che il Kanun abbia oggi esaurito le sue forze, ma basta andare in certe province come a Tropoje e lì si noterà un’aria molto particolare: quella della vendetta, dell’occhio per occhio dente per dente di biblica memoria. Se una famiglia perde un congiunto maschio, quella famiglia deve vendicarsi sulla famiglia, per così dire, assassina. E la vendetta non si ferma all’assassino vero e proprio, no: si va fino al terzo grado di parentela della famiglia. Cioè: io uccido te e poi i tuoi familiari possono arrivare fino al terzo grado (cugini, quindi) di parentela mia. Sembra un disegno di un folle, eppure è la dura realtà in cui devono vivere tanti bambini, troppi, che non possono nemmeno mettere il naso fuori di casa per timore di essere ammazzati. Bambini innocenti, che nulla possono di ciò che gli adulti hanno fatto. Un po’ come il codice barbaricino in uso anni addietro nella Sardegna interna, in quei territori dove la giustizia e lo Stato, appunto, non hanno mai trovato una grande presa.

E Ismail Kadaré? Che c’entra il maggior scrittore albanese vivente, nato nel profondo sud del paese, a Argirocastro, nel 1936, cresciuto in un’Albania sotto regimi vari (prima quello italiano, poi quello comunista), e esiliato in Francia nel 1990, alla morte del dittatore Hoxha (avvenuta nel 1985), quel dittatore che per anni aveva chiuso le dogane del paese, non  consentendo ad anima viva di oltrepassare quel confine fra stati, soprattutto Albania e Grecia, ma anche Albania ed ex-Yugoslavia? C’entra, eccome: in ogni romanzo che ho letto, essendo un grande estimatore della scrittura albanese e in particolare di Kadaré, c’è sempre il Kanun e compare sempre, ma proprio sempre, anche in forma magari velata, la besa. La parola data. E’ con il primo romanzo, quel “Chi ha riportato Doruntina”, del 1980 ma da noi arrivato soltanto nel 1989, che si incomincia a apprezzare ciò che viene dall’altra sponda dell’Adriatico. E si inizia a fare conoscenza con termini quali appunto besa, Kanun, e la ricorrenza frequente della parola vendetta. Dal 1989, si attende quasi con ansia l’uscita di un nuovo romanzo dello scrittore albanese, per leggere qualche riga che ci porta in un’Albania sempre nuova eppure oramai già vecchia, vissuta. E’ tutto un déjà-vu che torna fuori ad ogni paragrafo, e il bello è che Kadaré, pur nella monotonia e ripetizione delle parole, non stanca mai, non dà mai affanno, anzi: fa venire voglia di andare a scoprire il sito archeologico di Sarande, come scoprire le vie di Tirana, di Durazzo, Valona, o anche Scutari, la città del nord cattolico, dove però c’è la vendetta che è sempre dietro l’angolo.

Vendetta, tremenda vendetta: era l’urlo dei crociati quando arrivavano in Terra Santa, una terra, anche quella, ben martoriata.  Il Kanun obblia ad uccidere, e chi non uccide viene a sua volta ammazzato da un parente, un cugino, il più delle volte. Là dove la vendetta è un obbligo familiare, dove le donne sono soggiogate al potere maschile, e dove c’è sempre paura della polizia, di qualcosa di “puramente statale”. No, là la polizia non ci dev’essere, là ci sono contadini anche giovani che hanno già il volto pieno di rughe, là c’è solo una parola, besa.


© LiberaMENTE MAGAZINE 23 Settembre 2007