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Fantasia -----------------------------------------
Tra i vari film prodotti nel 1967, due titoli,
messi assieme, formano quasi una battuta:
“La Cina è vicina” e “Lontano dal Vietnam”.
Il primo, regia di Marco Bellocchio,
descrive una sporca “lotta di classe”, senza esclusione
di colpi, tra due individui molto diversi, che mirano
entrambi a diventare assessore. Nello stesso tempo
il film deride mitomanie e velleità dei gruppi politici
extraparlamentari di allora.
“Lontano dal Vietnam” è un documentario realizzato
da un collettivo di registi illustri come Alain
Resnais, Claude
Lelouch, Jean-Luc Godard, Agnès Varda.
La sequenza più famosa, “Camera Eye”, è una lunga inquadratura fissa di Godard
che, “lontano dal Vietnam”, sottopone a critica se
stesso mentre esamina il rapporto cinema/impegno politico.
Il regista conclude invitando gli spettatori a “creare
un Vietnam in se stessi”. Cosa c’entra questo con la Cina ? Della Cina si può parlare in tanti modi: tonnellate
di inchiostro per milioni di persone; migliaia di
articoli, testi, studi, ricerche; punti di vista molto
diversi. Ma cos’era la Cina per noi, che avevamo più o meno
vent’anni nel 1967?
C’era chi, fra di noi, non si faceva molte domande
sul mondo. Erano quelli
abbastanza soddisfatti di vivere secondo i
canoni della borghesia occidentale; quelli che accettavano
l’ordine politico in modo più o meno acritico, come
qualcosa di esistente, che non può essere cambiato. Ad altri, invece, il sistema così com’era non piaceva
molto. In questo modo di vedere l’organizzazione politica
occidentale, venivano evidenziate le profonde ingiustizie
sociali del sistema capitalista che produceva vantaggi
per poche persone, svantaggi per tutti gli altri.
La militanza politica, per molti di noi, era spinta
inizialmente dal desiderio di sapere di più, di conoscere
la vera realtà del mondo, di confrontare le varie
organizzazioni sociali, di andare al di là delle notizie
dei giornali o della Tv, dei quali non ci fidavamo.
Il telegiornale ci andava stretto e non c’era Internet.
Per cercare di capire discutevamo insieme, leggevamo
molto, ci riunivamo in assemblee senza fine, creavamo
gruppi di studio, scrivevamo sui nostri giornali “alternativi”
e, di notte, attaccavamo manifesti “sovversivi”. In questo contesto, la “Rivoluzione Culturale
Cinese” (1966-1969) rappresentava l’esempio di una
evoluzione sociale e politica che all’epoca sembrava
straordinaria. Ma,
come ci si era arrivati ?
------------------------------- Storia -------------------------------------
Il passaggio della Cina dalla monarchia alla repubblica,
avvenuto tra il 1911 e il 1912, con la cosiddetta
“Rivoluzione Cinese”, aveva canalizzato lo scontento
della borghesia contro l’amministrazione e provocato
la caduta dell’ultimo Imperatore della Cina.
Ne era seguito un periodo di relativa stabilità,
fino al 1916, quando, alla morte del Presidente della
Repubblica Yuan Shikai, cominciarono le rivolte
dei contadini contro i proprietari terrieri.
I latifondisti, non fidandosi della organizzazione
statale repubblicana, reagirono alle rivolte ingaggiando
i “Signori della guerra”, cioè i capi militari di
eserciti privati, che vennero assoldati per difendere
le loro terre. Gli eserciti mercenari, una volta ottenuto
il potere con la forza, cominciarono a riscuotere
le imposte per conto dei proprietari terrieri, mentre
si arricchivano col saccheggio, con il commercio delle
armi e il traffico di droga.
Nel frattempo (1921) a Shangai
era stato fondato il Partito Comunista Cinese, che
nel 1922 aderì al Comintern, (Terza Internazionale, o Internazionale Comunista)
il movimento nato in Russia nel 1919 ad opera di Lenin,
dopo il successo della Rivoluzione Russa.
Secondo i principi politici della Terza Internazionale,
i partiti comunisti locali avrebbero dovuto trovare
un’intesa coi nazionalisti del loro paese, per combattere
assieme le ingerenze dei paesi stranieri imperialisti.
L’alleanza tra Nazionalisti e Comunisti si perfezionò
tra il 1923 e il 1924, facilitata dalla amicizia personale
del leader nazionalista Sun Yat-Sen
con Lenin, che aveva promesso l’appoggio dell’Unione
Sovietica alla causa.
Il Guomindang (Partito
Nazionalista Cinese) fu riorganizzato con l’apertura
e l’ammissione del Partito Comunista.
Il nuovo esercito cinese, composto da aderenti
al Partito nazionalista e al Partito Comunista, fu
addestrato in una nuova accademia militare istituita
nei pressi di Canton, con
l’aiuto dell’Unione Sovietica.
L’esercito così formato, dopo una guerra durata
due anni (1926 – 1928), ebbe finalmente ragione sui
Signori della Guerra e sui loro eserciti.
Nello stesso tempo nacquero i primi contrasti sul
tipo di governo da insediare nelle regioni rese libere
dal potere dei proprietari terrieri.
I Comunisti erano favorevoli alla autogestione
locale delle attività produttive e al mantenimento
di una milizia popolare, mentre i Nazionalisti optavano
per un controllo centralizzato delle attività civili
e militari.
A partire dal 1926, dopo la presa di Shangai, i nazionalisti cominciarono ad arrestare e massacrare
i dirigenti comunisti cittadini, distruggendo in pochi
mesi l’organizzazione del partito.
A questa situazione il Partito Comunista, tagliato
fuori dalle città e dalle masse operaie, reagì con
una revisione politica che focalizzava nella campagna
e nei contadini la nuova “base politica” del partito.
Questa necessità per il Partito Comunista, di una
alleanza con i contadini, era quanto da anni affermava
un dirigente del partito di nome Mao Tse-Tung.
In seguito all’opera di Mao e dei suoi seguaci,
tra il 1927 e il 1930, furono organizzate le “Basi
Rosse”, composte da gruppi di contadini addestrati
alla guerriglia. Il movimento si estese fino a controllare
un territorio di circa novanta milioni di abitanti.
Negli anni successivi la Cina è il teatro di due
guerre che avvengono nello stesso tempo.
La prima, è una guerra civile, che vede contrapposti
Nazionalisti e Comunisti per la presa del potere in
Cina.
In questo scenario avviene, nel 1934, la famosa
“Lunga Marcia” dei Comunisti, guidati da Mao Tse-Tung,
per sfuggire all’accerchiamento dell’Esercito Nazionalista. In un anno vengono percorsi a piedi oltre 10.000 chilometri;
dei circa 100.000 soldati partiti, solo 8.000 arrivano
a destinazione. Saranno questi uomini a diventare
la futura classe dirigente della Cina Comunista.
La seconda è una guerra di difesa cinese contro
gli attacchi del Giappone che, nel 1931, ha invaso la Manciuria e cominciato il suo
tentativo di espansione in Cina.
Contro il nemico comune nel 1936, Comunisti e Nazionalisti
si alleano dando vita al Fronte Unito Antinipponico.
In questa guerra i Comunisti sono favoriti perché
agiscono in campagna, mentre i Giapponesi invadono
le città, e perché politicamente sono sostenuti da
ideali.
I Comunisti si propongono come difensori dell’indipendenza
nazionale, mentre i Nazionalisti, per paura di ritorsioni
o di un embargo, sono ancora indecisi e non osano
dichiarare guerra al Giappone.
I successi dei Comunisti nella guerra contro i
Giapponesi, sono mal sopportati dai Nazionalisti che
tra il 1939 e il 1941 cominciano ad organizzare azioni
militari contro i loro stessi alleati. Questa situazione
di guerra interna viene sfruttata dai Giapponesi che,
nei due anni successivi, sferrano una serie di pesanti
attacchi alla Cina.
In questo periodo Mao Tse-Tung
e i suoi collaboratori mettono a punto una nuova strategia
di guerra che trova le sue basi nel marxismo-leninismo.
La riforma agraria a favore dei contadini viene
applicata nelle zone liberate, le organizzazioni locali
vengono spinte alla autogestione, nuovi impianti industriali
sono realizzati un po’ ovunque.
In quest’ottica tutti devono collaborare: soldati
ed ufficiali dell’esercito, membri e dirigenti di
partito sono tenuti a svolgere, oltre ai loro compiti,
anche una attività lavorativa manuale che sia socialmente
utile.
In questo consiste il cosiddetto “modello comunista
di Yan’an”, che viene apprezzato
non solo dai contadini e dagli intellettuali, ma anche
dalle donne. Per Mao le donne costituivano “l’altra metà
del cielo” ed erano destinate a sostenere un ruolo
attivo nella società e nel mondo del lavoro.
Mentre si forgiava così il nuovo Partito Comunista
Cinese, i Nazionalisti, che ancora detenevano il potere,
preoccupati in seguito all’attacco giapponese a Pearl
Arbour (1941), dichiarano
guerra alle Potenze dell’Asse (Germania, Italia, Giappone).
La Cina paga il suo tributo di sangue alla Seconda
Guerra Mondiale con oltre tre milioni di morti, ma
il governo cinese, nel 1945, dopo la sconfitta del
Giappone, può sedere al tavolo dei vincitori e partecipare
alla fondazione delle Nazioni Unite.
La situazione interna resta poco stabile; ufficialmente
il controllo del paese appartiene ai Nazionalisti,
ma enormi porzioni del territorio cinese sono in mano
ai Comunisti.
La guerra civile riprende nel 1946 in un paese ormai impoverito
dalla corruzione del governo nazionalista, dall’inflazione
e dalla recessione economica.
Mao Tse-Tung reagisce
alla situazione evolvendo il proprio pensiero politico
nella cosiddetta “Nuova Democrazia”, che, evitando
estremismi rivoluzionari e prospettive troppo radicali,
ottiene l’appoggio di gran parte della popolazione.
Mentre i Nazionalisti si rinchiudono nei palazzi
del potere, i Comunisti mostrano interesse ai veri
problemi della gente e , favorendo le organizzazioni
locali auto - gestite, cercano di superare le difficoltà.
Con l’appoggio popolare viene combattuta una dura
guerra civile che si conclude nell’ottobre del 1949,
con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese.
Mao Tse-Tung viene nominato
presidente del Consiglio del governo centrale del
popolo, e acclamato come “Il Grande Timoniere”. Sotto la sua direzione la riforma agraria viene
estesa a tutto il paese; la classe dei proprietari
terrieri viene di fatto sciolta e la terra ridistribuita
ai contadini. Mao Tse-Tung,
conscio della insofferenza dei contadini nei confronti
della burocrazia statale, punta sull’autarchia locale.
La meta indicata è quella della massima produzione
agricola, ottenuta intensificando il lavoro manuale
piuttosto che ricorrendo alla tecnica. In seguito, nel 1956, col “Discorso dei cento fiori”
Mao Tse-Tung apre la porta
ad una riconciliazione con la classe intellettuale.
“Che cento fiori fioriscano, che cento scuole gareggino”:
gli esclusi di ieri vengono invitati a rientrare in
politica.
Nel 1958 Mao Tse-Tung
proclama il “Grande balzo in avanti”. In campagna
le organizzazioni locali dello stato burocratico,
lasciano il posto ad un sistema capillare di comuni
popolari autosufficienti, che Mao Tse-Tung
ha ideato seguendo il modello della Comune di Parigi
del 1871.
Queste “Comuni” costituiscono fino al 1980 le strutture
di base della società cinese.
Arriviamo così agli anni Sessanta. La Cina si trova
in difficoltà economiche, l’Unione Sovietica da tempo(1962)
ha cessato di fornire aiuti. All’interno del Partito
Comunista Cinese si scontrano due correnti di pensiero.
La prima, ispirata dallo stesso Mao Tse-Tung mette in evidenza le “contraddizioni in seno al popolo
e al partito”, sostenendo la necessità di continuare
la lotta di classe anche dopo l'instaurazione del
regime socialista.
La seconda, rappresentata dai Nazionalisti, si
ispira al modello capitalista, sostenendo, il primato
dell’economia sull’ideologia politica. Lin Piao,
Ministro della Difesa e di fatto Capo dell’Esercito,
appoggia il nuovo movimento politico. Le idee di Mao
Tse-Tung trovano enorme
consenso tra gli studenti delle scuole superiori e
delle università. I giovani si riuniscono in formazioni.
Nascono così le “Guardie Rosse” che diventano la punta
più avanzata della Rivoluzione Culturale Cinese”. Nelle immagini di allora sono sempre raffigurati
con in mano un piccolo volume, stampato per la prima
volta nel 1966, intitolato “Citazioni dalla opere
del Presidente Mao Tse-Tung”,
più noto in Occidente come il “Libretto Rosso”.
Le Guardie Rosse, che dichiarano di agire a difesa
dei valori del proletariato operaio e contadino, cominciano
la loro lotta, attaccando ogni forma di autorità,
a partire dalla scuola. Molti insegnanti, accusati di essere troppo
“intellettuali”, vengono costretti a lavorare come
contadini per poter recuperare la “purezza rivoluzionaria”
del lavoro manuale.
Il movimento, nel bene e nel male, investe l’intero
paese e sottopone a critica radicale l’operato dei
dirigenti di partito, rappresentanti dello stato e
ufficiali dell’esercito. Chi non è allineato subisce
un processo nel quale deve fare pubblica autocritica
del suo operato e dare le dimissioni.
Le pene comminate molto spesso sono pubbliche ed
umilianti. Nei casi più gravi i condannati vengono
inviati ai “campi di rieducazione”. Si tratta di campi
di prigionia, ubicati in località isolate, dove vengono
applicate massicciamente tecniche coercitive, fisiche
e psicologiche, per ottenere il crollo della persona
ed un successivo ricondizionamento politico.
Nel 1967, di fronte agli eccessi rivoluzionari,
i nemici di Mao si riorganizzano e formano proprie
milizie armate. Contro di esse scende in campo l’esercito che
si schiera con le Guardie Rosse. Dopo una serie di
battaglie, costate migliaia di morti, le principali
città vengono riconquistate. La campagna militare
del 1968 permette infine di estendere il controllo
a tutto il paese.
Con il IX Congresso del PCC (Partito Comunista
Cinese), nell’aprile del 1969, il processo rivoluzionario
si considera terminato.
Il congresso, nell’ottica della integrazione
tra esercito e partito, delega ai militari importanti
cariche politiche e designa Lin
Piao come successore di
Mao.
Col pretesto ufficiale di difendere la nazione
e continuare l’opera di indottrinamento, milioni di
Guardie Rosse vengono inviate nelle province più remote
e inospitali. La
diaspora forzata ottiene l’effetto desiderato: di
fatto il movimento delle guardie rosse non esiste
più. I funzionari di partito vengono a costituire
la nuova classe politica.
La chiusura del processo rivoluzionario fu sancita
dal IX congresso del PCC (Partito Comunista Cinese),
nell'aprile del 1969, che attribuì importanti cariche
politiche ai militari e designò Lin Piao successore di Mao. L'integrazione
tra esercito e partito costituì la premessa per liquidare
il movimento e ristabilire l'ordine. Col pretesto
di rafforzare le radici della rivoluzione, milioni
di Guardie Rosse furono inviate in aree remote e inospitali,
mentre progressivamente le istituzioni di governo
locale vengono ricostituite e poste sotto la direzione
di funzionari di partito. La morte di Mao Tse-Tung
(1976) conclude questo periodo storico.
----------- Fantasia
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Tutte queste vicende all’epoca forse non le conoscevamo
nemmeno bene, e molti di noi erano portati a valorizzare
gli slanci ideali del comunismo cinese, ignorando
le migliaia di morti, la deportazione, le torture,
l’abolizione dei diritti umani, la soppressione di
intere comunità, i disagi fatti sopportare ai singoli
in nome dell’interesse collettivo.
“La rivoluzione non è una festa di gala” diceva
Mao Tse-Tung e tanto ci
bastava.
Il modello delle Comuni Cinesi ci sembrava esportabile
anche in Italia ed auspicavamo la fondazione di un nuovo partito perché, come diceva Mao, “Se si
vuole fare la rivoluzione, ci deve essere un partito
rivoluzionario.”
Volevamo essere uniti e concordi perché, secondo
Mao, “Per suonare il pianoforte ci vogliono dieci
dita”.
Chiamavamo i nostri nemici “Tigri di carta”; in
molte città italiane, presso le sedi dei movimenti
politici più estremi si celebravano i “Matrimoni Rossi”;
venivano affittati grossi appartamenti e trasformati
in “Comuni Urbane”; i bambini venivano accuditi negli
“Asili Rossi”. Il
modello cinese sembrava molto interessante. Non c’è stato poi molto seguito. Enrico Berlinguer
definiva il PCI “un cavallo di razza” per il quale
i gruppi extraparlamentari erano solo “pidocchi sulla
criniera”. Gli operai non andavano a vedere i film
di Godard. Erano i sindacalisti
e non gli studenti a organizzare i grossi scioperi.
Il movimento pian piano si è sciolto.
Però, era bello sognare.
Fonti:
"Rivoluzione culturale cinese," Microsoft®
Encarta® Enciclopedia Online 2007
http://it.encarta.msn.com
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