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Cinema e Architettura
di Antonio Casillo

E’ stato spesso affermato che il cinema ha più cose in comune con la letteratura che con il teatro,  ma nessuna altra arte è più vicina al cinema quanto l’architettura, ambedue arti complesse nelle quali si fondono molteplici energie creative. Un film, proprio come una cattedrale, ha un “architetto” che ne disegna soggetto e sceneggiatura, un ingegnere che ne dirige la lavorazione, attori che ne abbelliscono alcune parti, tecnici che pongono materialmente mattone su mattone.  Come l’architettura anche il cinema racchiude in se due anime, quella artistica e quella commerciale, quella che ci regala la regia di Versailles o i quartieri dormitorio delle periferie urbane. Un pittore, un poeta, uno scrittore, un fotografo, possono creare arte nella più pura solitudine, tra le quattro mura della propria abitazione, solo nel  cinema e nell’architettura  l’estro del singolo non basta.

Da questo punto di vista ogni film è la costruzione architettonica di una nuova città, e l’analogia non è soltanto – come abbiamo visto – organizzativa.

Ogni realizzazione cinematografica è, prima ancora di essere regia e recitazione, organizzazione degli spazi e spesso è proprio l’organizzazione plastica degli spazzi a definire l’anima e lo stile stesso di una pellicola. Metropolis di F. Lang, o Quarto Potere di O. Welles sono indiscussi capolavori proprio grazie all’uso che degli spazi ne hanno fatti i due grandi registi. Si tratta in fondo di raccontare una storia servendosi non solo di una trama (letteratura), della recitazione di un testo (teatro), ma soprattutto attraverso la “messa in scena di uno spazio” non più racchiuso dall’angusta cornice di un palcoscenico.

Ma se da questo punto di vista ogni opera cinematografica è un’opera architettonica, alcuni film non si sono limitati alla pura messa in scena degli spazi, ne hanno letteralmente inventato di nuovi, hanno creato dal nulla vere e proprie città, immaginarie ed utopistiche (ma spesso utopie negative) metropolis. Il genere cinematografico maggiormente deputato alla creazione di città immaginarie è quello della fantascienza. Qui la fantasia dell’architetto sceneggiatore regista può in effetti staccarsi dai luoghi del quotidiano, del presente, per collocare la messa in scena in luoghi distanti, in epoche più o meno future. Il futuro è il luogo temporale in qui spesso le paure e le problematiche del presente prendono corpo proprio sotto forma di nuove dimensioni urbane; salvo poche eccezioni è la città il luogo privilegiato dei film di fantascienza.

Il capolavoro assoluto di quella che possiamo definire “architettura cinematografica” è senz’altro Metropolis del regista tedesco F. Lang. In questa pellicola infatti ogni spazio, ogni costruzione architettonica, ha delle precise valenze simboliche e narrative. Non si tratta soltanto della costruzione di una città del futuro, ma dell’aver fatto convivere in essa diversi livelli narrativi e metaforici. Paolo Bertetto, nel suo saggio “Metropolis” individua ben cinque livelli architettonici legati ognuno ad altrettanti livelli simbolici:

1) il profilo degli alti grattacieli, la skyline di New York alla quale Fritz Lang dichiara di essersi ispirato;

2)   la città sotterranea, l’agglomerato urbano della città fabbrica, la città operaia, case che si presentano come anonime scatole quadrate, rimando all’urbanistica “socialista” di alcuni quartieri di Vienna

3) La città del piacere, luogo collocato tra la skyline e il mondo sotterraneo. Una sorta di “piano terra” in cui si incarnano vizio e perdizione;

4)  “Nel centro di Metropolis si ergeva…” Comincia così la presentazione di quel luogo che racchiude l’anima esoterica e magica del film, la casa dello scienziato (ma anche stregone capace di animare una macchina di vita umana) Rotwang.  Qui l’architettura si stacca dal resto della città per assumere caratteristiche medievali e gotiche. Resta un mistero sottolineato esplicitamente nel film il perché questa costruzione medievale sia sopravvissuta come unico baluardo di un passato arcaico ai moderno grattacieli. E’ l’anima oscura di cui nessun progresso potrà mai liberarsi, la superstizione, la magia, il male oscuro capace di resistere anche al progresso tecnologico;

5) Sotto la fabbrica, sotto la città degli operai, raggiungibile anche da una botola nella casa di Rotwang, c’è la città dei morti, una rete di catacombe ricavate nella roccia in cui Maria e i lavoratori si ritrovano per le loro riunioni segrete.

Nel suo insieme Metropolis “si presenta come un universo chiuso, autonomo, separato, quasi segregato dal resto della terra, e per questo investito di più profonde significazioni. Un mondo a parte che racchiude in se tutto l’essenziale del mondo e lo vive nelle forme più radicali ed esemplari”.

Anche nel film Blade Runner di Ridley Scott, la città è presentata come un’utopia negativa, una città che, come  Metropolis, si sviluppa principalmente in altezza, una città sovrappopolata e multietnica, un luogo anch’esso isolato dal resto del mondo, anzi proprio per questo, come abbiamo visto per Metropolis, rappresentazione del mondo stesso. In un’interminabile notte piovosa questa città così affollata è principalmente il luogo della solitudine, dell’individuo racchiuso nella sua fatiscente abitazione a costruire giocattoli, o all’industriale dei piani alti che si consola ammirando un tramonto artificiale in un attico troppo distante dal resto dell’umanità, quasi un dio indifferente ai destini umani che esso stesso ha contribuito a disegnare. Ci si sente quasi soffocare in questa claustrofobica città, ma se pur distante il senso di angoscia ci sembra familiare, in una città del futuro riconosciamo a tratti gli edifici, le strade, una New York e una Los Angeles amalgamate insieme e cresciute a dismisura, luoghi un tempo così rassicuranti divenuti simbolo dell’alienazione umana.

La crescita verticale della città è l’architettura proposta anche da Luc Besson nel film Il Quinto Elemento. Anche qui le persone – almeno le più fortunate - vivono  ai piani alti dei grattacieli. Manca lo spazio, l’abitazione del protagonista è una vera e propria celletta, meno spaziosa del vagone letto di un treno, ma munita di moderni elettrodomestici. Ma mentre in Metropolis e Blade Runner la vita si svolgeva anche al livello basso, al livello “Strada”, ne “Il Quinto Elemento”, un livello strada sembra non esistere, soltanto poche pattuglie della polizia si muovono in una perenne nebbia che preclude ogni attività, perlomeno ogni attività lecita.

“Aeon Flux”, film di fantascienza tratto dall’omonima serie di cartoni animati trasmessi da MTV, si muove invece in una direzione completamente differente, una prospettiva inedita e per questo estremamente interessante e innovativa. Bregna, la città immaginaria del film, è, almeno architettonicamente, una splendida e solare città giardino che si estende come un oasi in mezzo alla foresta su di un piano non più verticale ma orizzontale. Le abitazioni sono funzionali e bene illuminate, i mercatini ricchi di vita e colori, di fiori, frutta e verdura. L’innovazione tecnologica è invisibile, gli specchi d’acqua sostituiscono i monitor, persino le armi sono state ricavate dalla piante. Un’evoluzione della biologia e non più della tecnologia. Se Metropolis e la Los Angeles-NewYork di Blade Runner si presentano come utopie negative, Bregna ci appare, almeno visivamente, come l’utopia perfetta, un piccolo paradiso terrestre nel quale i bisogni dei propri abitanti sono soddisfatti in ogni aspetto. Naturalmente non è così, anche i paradisi nascondono i loro inquietanti segreti, ma finalmente la luce e il colore splendono anche in una città del futuro.

Ma Aeon Flux ha un altro merito, quello di aver utilizzato architetture realmente esistenti, quello di aver dimenticato la grafica computerizzata per lasciarci suggestionare dal fascino di alcuni dei luoghi più suggestivi e insoliti di un’inedita Berlino: il crematorio diviene così la sala del consiglio, il teatro anatomico il luogo virtuale in cui i ribelli comunicano tra loro, il rifugio degli animali la sede del governo, le gallerie del vento degli anni quaranta il labirinto per accedere al palazzo governativo.

I quattro esempi brevemente esposti non esauriscono senz’altro il viaggio all’interno delle metropolis disegnate, costruite e rappresentate sul grande  schermo, città che hanno dato a questi film un’ impronta stilistica e narrativa fondamentale. Ma questi esempi non sono nemmeno un’esclusiva del genere fantascienza, pensate a che cosa sarebbe Sex and the City senza New York, o Un Tram Chiamato Desiderio senza San Francisco. Le città, immaginarie o reali, presenti o future, sono spesso esse stesse le protagoniste principali all’interno delle quali si sviluppa la narrazione, una narrazione – un concetto che non ci stancheremo mai di sottolineare – che sul grande schermo non può essere separata dall’organizzazione visiva degli spazi.

Nel film “Scherzi del Cuore”, una delle protagoniste afferma: “non si può parlare dell’amore, parlare dell’amore è come ballare sull’architettura”, forse nasce da questa considerazione la crisi che oggi sembra investire la critica cinematografica, perché in fondo anche parlare di un film – in certi casi – è un po’ come ballare sull’architettura.


© LiberaMENTE MAGAZINE 15 giugno 2008