| L'Insostenibile Coerenza
della Coscienza |
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| di Giulio
Paolicchi |
| Casi di coscienza:
valutazioni morali; terreno scivolosissimo, che ha a che vedere con il presupposto
spirituale del comportamento umano nei termini di “bene” e “male”. Tanto
per dire della centralità della coscienza nei casi della vita: proprio qualche
giorno fa, in treno, una signora impegnata in una conversazione via cellulare
deponeva così le armi col suo interlocutore “Se ne fai un caso di coscienza, è
inutile continuare a parlare…” . Suppongo
che quando diverse idee morali si trovano a confronto non vi sia alcuna possibilità
di composizione, di conciliazione, su una posizione intermedia: perché una data
idea di bene (o di male) esclude -ovviamente- tutte le
altre. “Bene” e “male” sono concetti radicali in tutto e per tutto giacché attengono
all’intima essenza dell’esistenza umana, perfino il mite abate Antonio Rosmini
(ora beato) nella sua “Introduzione alla filosofia” non nasconde che il suo obiettivo
sia, in primis contro i nichilisti ma successivamente
anche contro tutti i pacifici tentativi di conciliare il cattolicesimo con l’idealismo
, la sconfitta definitiva della cattiva filosofia per il trionfo del “sistema
della verità” (il suo). Possiamo
disprezzare la decisione della chiesa di Roma di non concedere al povero Giorgio
Welby, reo di suicidio (ancorché solo richiesto e non
commesso in prima persona), la messa funebre ma sarà difficile contestarla dal
punto di vista del “sistema morale” di riferimento che, come tutti gli altri,
non può ammettere eccezioni. Le concezioni morali sono assolute per definizione. Però…
però… a luglio del 2007, poco dopo la morte di Welby,
l’avvocato milanese Corso Bovio, insigne e notissimo giurista, penalista discendente
da una illustre stirpe di avvocati napoletani, si suicida con
un colpo di pistola ed il rito funebre viene regolarmente officiato in una chiesa
di Milano. Dunque
la morale (avverto che il riferimento a quella cattolica è solo funzionale al
discorso che vorrei proporre) è inflessibile e flessibile allo stesso tempo? Sono
possibili letture morali doppie? Per la gerarchia ecclesiastica vi sono suicidi
tollerabili e suicidi intollerabili? Se
assumiamo che la spiritualità -intesa come complesso di valori e motivi che trascendono
la materia e la quotidianità, anzi, la temporalità- sia un approdo (o, quantomeno,
un’esigenza) ineludibile per la persona umana, forse
riconosciamo un presupposto (l’Assoluto) ma certamente
ammettiamo una inconciliabilità: fra l’Essere e il vivere, fra il metafisico e
il reale. Eppure ammettiamo anche qualcos’altro: appunto l’intersezione, l’incrocio,
fra l’Essere ed il vivere ed i cosiddetti “casi di coscienza” sono le occasioni
in cui si da la testimonianza diretta dell’attraversamento
della nostra esistenza terrena da parte del metafisico, in cui la nostra mente
concepisce e “coglie” la trascendenza; specialmente se tali “casi” attengono alla
vita ed alla morte, ossia al “prima della vita” ed al “dopo la morte”. Sicché
vi è da una parte la macina inarrestabile della vita vissuta, espansa e contratta
dall’affettività, dall’emotività e dai bisogni materiali e dall’altra la tendenza
spontanea al presupposto spirituale nel momento stesso in cui la mente coglie
se stessa volando oltre i confini biologici della vita: in sostanza l’irriducibilità
della prima alla seconda dimensione o viceversa con le loro pur numerose intersezioni
date dall’appellarsi ai, dal sorgere dei, “casi di coscienza”
che esprimono il momento più alto in cui la vita (per dire la “mente”), impotente,
arresta bruscamente il proprio corso cercando aiuto nell’oltrepassamento
di se stessa. Ma
si tratta di momenti, appunto, che nonostante l’apparente inflessibiltà
del “sistema” spirituale di riferimento, costituiscono non già un’area di continuità
bensì, in sostanza, sporadiche occasioni di una rassicurante coerenza ricercata. |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 6 aprile 2008 |