| Conquista e Usurpazione |
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| di Antonio
Casillo |
| “Mi propongo di studiare in rapporto con le attuali condizioni del vivere umano e con la civiltà moderna due flagelli: lo spirito di conquista e l’usurpazione” Comincia così il saggio “Conquista e Usurpazione” che Benjaming Constant scrisse nel 1814, ma nonostante siano trascorsi due secoli dalla prima edizione della stesura di questo saggio, oggi le analisi - e soprattutto le speranze – del filosofo svizzero-francese sono tornate di estrema attualità. Sono fondamentalmente due le tematiche affrontate da Constant: quando una guerra può definirsi eticamente giusta? Ma soprattutto: è possibile in un mondo dominato dall’economia globale, dal moderno spirito dei mercati senza frontiere e del liberismo economico, basare ancora il concetto di conquista su la forza degli eserciti? Per Constant la risposta non può che essere negativa: “[l’umanità] è ormai giunta a un grado di civiltà per cui la guerra non può che riuscirle di peso: la sua tendenza uniforme è verso la pace”. In altri termini il filosofo francese considerava – già nei primi anni dell’800 – il ricorso alla guerra fra le nazioni qualcosa che andava contro l’evoluzione storica in atto, contro gli interessi stessi del capitalismo: “per i moderni una guerra costa infallantemente più di quanto non renda”. Superfluo elencare qui il numero dei conflitti che hanno funestato ancora l’Europa e il resto del mondo dal 1814 ad oggi. Ma se l’analisi di Constant difetta di un eccessivo ottimismo smentito clamorosamente dalla realtà dei fatti, resta ancora viva e attuale se la si colloca in quella dimensione quasi utopistica di speranza che, agli inizi degli anni ’90, faceva guardare alla globalizzazione come ad una nuova era di pace e prosperità. Spezzata la cortina di ferro, la liberalizzazione dei marcati veniva salutata dai global come l’inizio di una nuova era in cui, finalmente, la previsione di Constant poteva attuarsi: la “mano invisibile” del mercato avrebbe finalmente sostituito la politica della conquista e dell’usurpazione. La globalizzazione, in questi termini, è stata, e in parte continua ad essere, una potente ideologia, una speranza – forse l’unica – per un futuro dell’umanità ancora improntato verso ‘idea di progresso. Ma anche qui – come sottolinea Al Gore nel suo libro l’Assalto alla ragione – la forza dell’agire razionale ha dovuto fare i conti con l’irrazionalità di nuove paure – percepite o reali – che sono state il terreno fertile per oscurantismi che si credevano scomparsi. I
fautori della globalizzazione economica di matrice liberista hanno dovuto fare
i conti con nuovi oppositori: 1)
I fautori di una globalizzazione non più economica ma ideologica e religiosa; La Globalizzazione ideologica e religiosa: i nuovi crociati Questa posizione è bene espressa da i così detti neo conservatori americani. Mentre i conservatori classici – pur conservando un’ideologia nazionalistica – improntavano le loro scelte politiche al pragmatismo e ad una ponderata dose di razionalità, i neo conservatori agiscono in base ad una vero e proprio fanatismo religioso, una religiose le cui disastrose conseguenze sono emerse in tutta la loro portata quando ad abbracciarla è stato addirittura il presidente degli Stati Uniti G. W. Bush. Facendo leva sulle paure nate dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, i neo conservatori hanno proposto il loro concetto del tutto personale di globalizzazione: l’esportazione al resto del mondo del modello democratico americano. La formula usata non lascia dubbi: l’esportazione dei propri ideali, del proprio modello di vita, del proprio concetto di democrazia e di libertà da attuarsi anche con la forza militare. Chi vede nella guerra all’Iraq soltanto un pretesto per sostenere gli interessi economici legati al controllo dei pozzi petroliferi del medio oriente sottovaluta la portata di questa nuova (ma antica) ideologia. E’ l’ideologia del moderno crociato, della civiltà “madre” che si fa carico di portare la “vera” parola di Dio ad un mondo infedele e da redimere. Di fronte alla fede – e quella dei neo conservatori americani è prima di tutto una fede – ogni argomentazione basata sulla razionalità non trova spazio, ogni opposizione viene vista come un tradimento, ogni considerazione obiettiva un travisamento dall’unica strada giusta. Gli attentati terroristici dell’11 settembre hanno permesso a questa setta religiosa di additare come nemica della nazione ogni voce contraria, ogni obiezione, ogni tentativo di dibattito. Abbiamo già affrontato in un precedente articolo – Addio uomo effeminato – il modo con cui l’ideologia neo conservatrice abbia cavalcato l’onda della paura per rivalersi contro i liberal, le femministe, i movimenti pacifisti e ogni altra voce che tentava di porre anche le più semplici domande, anche i più legittimi dubbi sulla giustezza della linea politica dell’amministrazione Bush-Cheney. Qui ci basterà ribadire come le opposizioni maggiori alla politica neo conservatrice di Bush non siano nate in seno al partito democratico, alle menti liberl, alla libera stampa, - spaventati di essere considerati traditori della nazione – ma all’interno del Partito repubblicano. Solo alcuni conservatori tradizionali si sono opposti con le loro analisi pragmatiche alle scelte ideologiche dei neo conservatori, analisi puntualmente ignorate dal presidente Bush che, usando il più demagogico populismo, ha scavalcato lo stesso Congresso mettendo in sordina il dibattito pubblico e istituzionale. Questa indifferenza del Congresso alla politica dell’amministrazione Bush è stata denunciata dall’ormai famoso discorso al senato di Robert Byrd, decano Repubblicano e esponente del conservatorismo tradizionale: “In quest’aula vige per lo più un grande silenzio, Un silenzio inquietante, terrificante. Non c’è alcun dibattito, alcuna discussione, alcun tentativo di spiegare al paese i pro e i contro di questa guerra. Non c’è nulla. Qui, nel Senato degli Stati Uniti, si ode soltanto un silenzio carico di indifferenza”. Le conseguenze di una tale ideologia sono ben note a tutti: la guerra preventiva ho posto le basi - come afferma Al Gore – per una guerra perpetua e senza fine, una guerra che difficilmente potrà vedere la fine nel breve periodo. La Globalizzazione delle Multinazionali Se i neo conservatori agiscono in base a motivazioni ideologiche, coloro che ne traggono vantaggio economico e di potere sono i lobbisti che fanno gli interessi delle grandi multinazionali. Forse il presidente Bush ha davvero abbracciato la fede religiosa del crociato, l’ideologia neo conservatrice, ma sicuramente non si può dire la stessa cosa per il suo vice presidente e consigliere Cheney. Cheney non è affatto, come si potrebbe pensare, un neo conservatore. Se per i neo conservatori i pozzi di petrolio iracheni sono soltanto un vantaggio collaterale alle loro motivazioni ideologiche, per Cheney sono molti a pensare che siano in realtà l’unico vero motivo che l’ha spinto verso una netta presa di posizione a favore del conflitto. I neo conservatori hanno offerto su di un piatto d’argento la legittimazione ideologica a quella potente lobby nazionalista che vede nella politica lo strumento più idoneo per fare gli interessi delle grandi corporazioni commerciali. Nel 1995, infatti, Cheney è stato nominato presidente ed amministratore delegato della grande azienda petrolifera ed edilizia Halliburton. Non stupisce allora che la Halliburton, una multinazionale presente in almeno 120 paesi, sia stata pesantemente criticata per presunte attività illegali durante l’attuale guerra in Iraq e lo stesso Cheney sia stato accusato dall’opposizione democratica di aver favorito la Halliburton, sua ex azienda, nell'aggiudicarsi grandi contratti per le forniture alle forze armate in Iraq. L'8 Novembre 2007 viene approvata al Congresso USA una mozione per l'impeachment a suo carico, presentata dall'on. Dennis Kucinich. Kucinich motivò il ricorso a questa mozione privilegiata perché "Cheney sta ripetendo lo stesso reato anticostituzionale di cui si è macchiato per giustificare la guerra in Iraq, mentendo al popolo americano sulle armi di distruzioni di massa e i legami tra Iraq e Al Qaeda: ora sta mentendo al popolo americano per giustificare un attacco preventivo contro l'Iran, e questo infrange la Costituzione americana". La nozione è stata approvata, dopo un movimentato dibattito in aula, con 218 voti a favore contro 194 contrari, e l'incriminazione di Cheney per la guerra in Iraq e quella che intende provocare in Iran è stata passata alla Commissione Giustizia. I no global protezionisti Nel Rapporto sugli intenti strategici della C.I.A. che panifica l’azione di intelligence dal 2007 al 2011, una delle priorità di sicurezza nazionale riguarda “il sorgere” della nuova economia di India e Cina: “The rise of China and India and the emergence of new economic “centers” will transform the geopolitical and economic landscape”. Il rapporto della C.I.A. non fornisce un esplicito giudizio né fornisce una linea di condotta, si limita a riconoscere l’esistenza di quella che ritiene essere un’emergenza per i prossimi anni a venire. Ma come affrontare questa nuova realtà? Secondo quelli che abbiamo chiamato no global protezionisti la causa dell’odierna crisi economica risiede proprio in una globalizzazione dei mercati, una globalizzazione liberista priva di regole e di interventi statali. Questa posizione trova uno dei suoi manifesti programmatici nel libro del ministro Giulio Tremonti “La Paura e la Speranza”. Altri si spingono ancora oltre auspicando il ripristino di veri e propri dazi doganali per i prodotti provenienti da quelli che la C.I.A. chiama “Nuovi centri dell’economia”. Gli anti-imperialisti Non riescono a identificare il loro bersaglio, per loro la globalizzazione si identifica in prima istanza con la globalizzazione ideologica neo conservatrice e con quella delle multinazionali. Combattono contro la globalizzazione perché per loro è soltanto un sinonimo della parola imperialismo. Combattono l’imperialismo americano e danno al libero mercato colpe che invece hanno altri. Ammirevole il loro tentativo di gettare via l’acqua sporca, ma rischiano così di gettare via anche il bambino. Vandana Shiva arriva addirittura a paragonare la globalizzazione al genocidio: “Le condizioni finanziarie imposte dalla Banca Mondiale e le sanzioni commerciali decretate dal WTO operano sistematicamente come armi che terrorizzano i poveri del Terzo Mondo, per trasformare con la forza le scarse risorse che ancora rimangono…Questa forma di terrorismo è particolarmente nefasta nel caso di risorse vitali quali la biodiversità e l’acqua e di necessità fondamentali come il cibo. In questo senso, la globalizzazione può essere addirittura equiparata al genocidio”. La Globalizzazione della Ragione Ma esiste oggi qualcuno che crede ancora al sogno della globalizzazione così come veniva auspicato da Constant? Il
pensiero di Constant, il ricorso ad un’etica del liberalismo classico, la razionalità
illuministica in sostituzione alle spinte populiste e demagogiche, è riscontrabile
oggi nel pensiero di uno dei più accesi oppositori alla politica Bush-Cheney:
il premio Nobel per Scrive
Al Gore nel suo libro “L’Assalto
alla ragione”: “la relazione tra fede,
ragione e paura somiglia al gioco della morra cinese che si faceva da bambini:
la paura allontana la ragione, la ragione mette in discussione la fede, e la fede
aiuta a superare la paura” e citando Thomas Browne continua: “come
la ragione è ribelle alla fede, così la passione alla ragione”. E’ questa
l’accusa che Gore muove ai neo conservatori americani
e all’amministrazione Bush-Cheney: aver usato la paura e l’insicurezza del popolo
americano per uccidere quel democratico dibattito politico che avrebbe portato
naturalmente alla vittoria della ragione. Quello che il presidente Bush ha attuato
negli anni della sua amministrazione – secondo Gore –
è stato un vero e proprio “Assalto alla
ragione”, un assalto i cui esiti oggi non accontentano più nemmeno quegli
stessi neo conservatori costretti a fare i conti con una guerra irachena la cui
soluzione appare lontana. Ma se la critica alla politica dell’amministrazione Bush-Cheney e il pessimismo sul futuro di un’umanità ormai sull’orlo del baratro (disastro ambientale, potere e interferenza delle multinazionali nella politica) rende le analisi di Al Gore simili a quelle di molti no global antiamericani, vi è alla base di tutto una profonda differenza di fondo. Guardiamo come esempio le analisi di Howard Zinn sulla Storia del Popolo Americano. Dal 1492 ad oggi lo storico della Columbia University dipinge uno scenario nel quale la politica e l’economia hanno sistematicamente depredato il popolo. Non vi è, in questo senso – per Zinn – differenza tra Jefferson e Nixon, tra Lincoln e Bush, dietro ogni ideologia politica, anche quella apparentemente più nobile, si nascondeva e si nasconde soltanto la copertura ideologica degli interessi economici. Per Al Gore, invece, la base per ricostruire il mondo di domani risiede proprio nelle tradizioni e nella politica dei padri fondatori, in quei valori della tradizione democratica che sono alla base della stessa Costituzione. E’ quindi nel passato, nelle tradizioni democratiche e nelle istituzioni esistenti che Al Gore vede la possibile soluzione per far fronte alle minacce che la democrazia odierna deve combattere. Per Gore la più grande minaccia alla democrazia è stata quella di aver calpestato la Costituzione e di aver vestito di legittimità istituzionale azioni che miravano soltanto al potere e agli interessi di alcune fazioni, in altri termini l’assalto alla ragione si identifica con l’assalto alle stesse istituzioni democratiche e ai valori fondanti della nazione americana. La mente non può che andare a Hume quando, contrapponendo il dispotismo della Francia pre-rivoluzionaria alla costituzione inglese, vedeva in quest’ultima l’unica vera garanzia per la realizzazione di una società veramente libera e democratica. Con quello che abbiamo ereditato dal passato possiamo costruire il futuro, le minacce sono tante e il compito non è certo facile. E’ anche questa, dopo tutto, una questione di fede, la fede nella ragione umana, unico strumento per vincere ogni insicurezza e paura. Fonti: L’Assalto
alla ragione, Al Gore, Edizioni Feltrinelli |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 18 maggio 2008 |