Qualsiasi relazione
umana genera conflitti, innanzitutto interiori, fra coscienza e inconscio, e poi
esterni, fra individui e fra essi e la collettività. Se
il conflitto può essere definito come la tendenza a raggiungere scopi fra loro
incompatibili, appare chiaro che differenze di culture, sensibilità, credo religioso
ne possono scatenare forme importanti: possiamo anzi dire che la multiculturalità
rappresenta il terreno ideale di un conflitto. Il liberalismo di pensiero, cioè
il diritto di ognuno alla propria espressione religiosa e culturale, rischia di
essere incapacità, o non volontà, di leggere la differenza, dando così rilevanza
solo a quella maggioritaria: multiculturalità invece significa riconoscimento
pubblico delle diverse identità che compongono un gruppo sociale. Questo crea
in realtà una serie di problemi correlati, quando il diritto preesistente, riconosciuto
e sentito dalla maggioranza di una comunità, è in netto contrasto con il “nuovo”
reclamato da combattive minoranze (non così esigue) portatrici di istanze diverse.
Il caso del velo nelle scuole francesi, ad esempio, è emblematico: le donne d’oltralpe
lo vedono come una delle tante espressioni della sottomissione femminile, mentre
le femministe islamiche ne difendono l’uso come mezzo attraverso il quale poter
essere accettate in politica; le nordafricane lo osteggiano
mentre la maggioranza del mondo arabo ne difende l’uso (e ciò che rappresenta)
come una realtà culturale di fatto alla quale il mondo occidentale deve arrendersi
e, anzi, adeguarsi. Certamente, il portare un velo a scuola, così come una maglietta
di Che Guevara o una kefiah
al collo non è lesivo dell’altrui libertà o credo religioso: quando però da ciò
discende un comportamento palesemente in contrasto con i principi della comunità
a cui si appartiene, si può scatenare un vero caso di coscienza in chi quel conflitto
dovrà ricomporre. Appare infatti quasi innaturale, per
noi occidentali cresciuti in un clima di tolleranza indifferente, essere insegnanti,
educatori,o avere un qualche incarico che ci metta in dovere di censurare un comportamento,
un capo di abbigliamento, una credenza profonda dell’individuo che si espliciti
attraverso una certa condotta. Questo ha fatto sì che sinora l’applicazione della
norma francese sia stata generalmente “morbida” , cercando
più l’incontro dello scontro, per quanto ciò è possibile. In maniera diametralmente
opposta si è reagito in Turchia, dove non è stata affatto morbida la protesta
contro l’abolizione del divieto di indossare il velo nell’Università, visto come
il primo passo verso una deriva islamica della Repubblica Turca. il
conflitto, che va inasprendosi, finora vede prevalere il mondo laico: è stata
assolta dall’accusa di oltraggio all’Islam la maggiore sumerologa
mondiale, la novantaduenne Muazzez Ilmyie
Cig, che non ha avuto crisi di coscienza nello scrivere che
il velo non fu introdotto da Maometto ma che veniva indossato, tremila anni prima,
dalle sacerdotesse che iniziavano sessualmente i giovani sumeri.
In
Gran Bretagna i presidi hanno la facoltà di vietare il “niqab”,
sia alle alunne che alle insegnanti, e anche lì si cerca di seguire la regola
del buon senso: vedere in volto chi parla, poterlo capire e riconoscere è la discriminante
tra ciò che può essere ammesso e ciò che per noi occidentali è profondamente innaturale.
In Italia i casi di conflitto
fra la propria religione e le regole della comunità sono essenzialmente quelle
tra cattolici e leggi dello stato (laico fino a prova contraria). Questo è il
terreno dove si combatte la battaglia più dura, oggi contro la legge sull’interruzione
di gravidanza e i farmaci anticoncezionali, ieri sulla fecondazione assistita:
domani, chissà, contro una norma che disciplini il testamento biologico. Certamente
occorre rispettare la coscienza di tutti, e non si può costringere un dottore
a praticare un aborto o a prescrivere la pillola anticoncezionale se la propria
etica non glielo consente; è vero però che, a 20 anni dall’emanazione della legge
194, chi va a lavorare in un reparto di ostetricia e ginecologia sa che dovrà
occuparsi della salute delle donne anche sotto questo aspetto, e dunque è conscio
di dover applicare la legge di quello stato che gli paga lo stipendio. Il
dottor Flamigni, ginecologo e membro del comitato nazionale di bioetica,
in una recente intervista ha chiesto la moratoria, sì, della 194, ma nel senso
di vietare l’obiezione di coscienza: un Testimone di Geova, ha detto, non chiederebbe di andare al reparto trasfusionale,
né io ve lo manderei: perché invece un cattolico obiettore deve diventare primario
di un reparto dove non si sente, evidentemente, a suo agio? Intanto gli
episodi si ripetono: donne che non riescono ad avere la pillola del giorno dopo
(anticoncezionale, non abortiva), interi ospedali dove non si praticano interruzioni
di gravidanza, carriere facilitate per chi si schiera secondo l’orientamento della
direzione sanitaria. Unico lato positivo, in questa battaglia che è tutta giocata
sui diritti delle donne di oggi e di domani, è che non ci possono essere posizioni
ambigue: aldilà delle dichiarazioni, i comportamenti parlano chiaro. Le donne,
a votare, per fortuna ci vanno, e sono in tante: non venderanno facilmente la
propria salute in cambio di eleganti promesse da rimangiarsi domani.
Fonti:
www.abuondiritto.it
www.donneriv.blogspot.com
www.repubblica.it , Miriam Mafai, Il fronte oscurantista
4/12/2003