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The Darjeeling Limited
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di Simone Maldino
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Titolo originale: The Darjeeling Limited Li unisce l’idea, avuta dal più
scapestrato di loro (già in India da diverso tempo) di riunire
in qualche modo la famiglia attraverso un viaggio spirituale,
svolto in un vagone di prima classe con le valigie del padre.
Le loro storie personali si sovrappongono ai dettagli del viaggio:
uno cerca di dimenticare la fidanzata
storica, che l’ha tradito a ripetizione, un altro è preoccupato
per l’imminente paternità, il terzo è ossessionato dalla mancanza
di fiducia degli altri due nei suoi confronti. Quando, dopo varie
peripezie, raggiungo la madre, e questa conferma loro di
non avere alcuna intenzione di tornare negli Stati Uniti, mestamente
si avviano verso il treno del ritorno. Ma qualcosa in loro sarà
cambiato per sempre… Il regista de I Tenenbaum e Le avventure acquatiche
di Steve Zissou conferma le sue doti di strampalato narratore
con questa commedia di immediata presa (grazie a una sceneggiatura
puntuale e ai colori vividi del paesaggio indiano) e di azzeccata
profondità: è un viaggio all’interno di loro stessi, quello che
compiono i tre stralunati fratelli, e al suo termine non può esserci
altro che una presa di coscienza che li fa distaccare dal bozzolo
della famiglia d’origine (emblematica in questo senso la scena
finale, in cui le valigie del padre vengono
gettate a terra per permettere di prendere il treno al volo mentre
sta già partendo) e li fa diventare, finalmente, uomini. Oltre
al riso, garantito dalle facce buffe di Owen Wilson, Jason Schwartzman
e Adrian Brody (un inconsueto e riuscito tuffo nella commedia,
per quest’ultimo), c’è dunque la riflessione sul significato del
viaggio, e anche, fra le righe, una sorta di ironica stigmatizzazione
della mania, tutta occidentale, di una ricerca spirituale di facciata. Il film, che inizia con un fantastico cameo di Bill Murray (che interpreta
un personaggio di cui non si sa nulla, se non che perde il treno,
sorpassato nella corsa da Adrian Brody) ed è collegato a un cortometraggio,
dal titolo”Hotel Chevalier”, in cui
si spiega l’origine del rapporto tormentato di uno dei tre fratelli
con la fidanzata (interpretata da una splendida, e moderatamente
discinta, Natalie Portman), potrebbe anche concorrere a uno dei
premi della Mostra; se solo la giuria avrà voglia di andare oltre
gli istrionismi di facciata e scoprire le tante verità che vi
giacciono sotto. In ogni caso, la pellicola dimostra la definitiva
conferma del talento di Wes Anderson, visionario al punto giusto
da diventare una sorta di altra faccia della medaglia di Tim Burton:
decisamente più comica e gentile, ma non per questo meno spaventosa
o irriverente.” Ecco, qui termina questa inusuale “pre-recensione”, che non è opera mia. Il film non è ancora uscito a Genova e non ho certo la pretesa di fingermi uno che parte e si “gusta” tutta la Mostra del Cinema di Venezia (non che in certi casi non mi piacerebbe…). Semplicemente sono reduce da un’esperienza di viaggio in India, location di questo film, e inaspettatamente mi sono riconosciuto in ciò che quasi tutte le recensioni riportano di questo film. Innanzitutto il film è incentrato su un viaggio, come molte pellicole ambientate in India, che è al tempo stesso fisico e metafisico, spostamento e ricerca. Ecco, spesso il viaggio in un paese come l’India viene visto in questo modo, ma è bene mettersi al riparo dalle banalizzazioni di cui la cultura occidentale riveste queste esperienze. La mia esperienza indiana, così come avviene nel film recensito, non mi ha fatto cogliere quel presunto lato spiritualistico ed ossessivo che la tradizione assegna alla cultura locale. Il viaggio è curiosità, voglia di scoprire, di conoscere. Il paesaggio interiore è altrettanto importante di quello esteriore, che in India è fatto di contrasti accecanti, povertà assolute e colori luminosi, sporcizia estrema e paesaggi affascinanti. La ricerca dei tre protagonisti del film non è rivolta ad una spiritualità vuota ed autoreferenziale, ma è una ricerca di se stessi, dei propri significati e dei propri percorsi. Come loro anche io ho visto l’India sotto questo profilo, come un luogo in cui i gravami dai quali sembriamo oppressi quotidianamente vengono meno e si è più liberi di vedere intorno a sé, spesso riuscendo vedere se stessi come in uno specchio. Sarà la distanza fisica, quella psicologica, ma l’India e la sua gente, se vissuti da viaggiatore “concentrato”, possono risultare un luogo ideale per capire meglio i nodi che proprio non vengono al pettine quando si è immersi nel lavoro, nel quotidiano della propria vita. E tutto questo senza l’aiuto di “santoni” di qualche tipo che raccontino la loro verità. Mi azzardo a dire che l’India è uno di quei rari luoghi che possono funzionare da “attivatore” di un processo di miglioramento di sé, che non si risolve nel viaggio, ma che ne è parte integrante ed attiva. Confrontarsi con posti simili, così diversi dal proprio vissuto quotidiano e così carichi di contraddizioni e contrasti, aiuta in definitiva a rendersi conto di ciò che si è e di ciò che si vuol essere, senza peraltro esaurire il percorso. Si potrebbe dire, ad onta di numerosi illustri pareri, che l’India non fornisce risposte, bensì indicazioni di rotte possibili: a noi sta scegliere quale intraprendere, con che mezzi e, soprattutto, se farlo o meno. La speranza è che
questo film possa riflettere, almeno in parte, questa impressione
e che il mio dubbio possa divenire anche quello di chi mi legge:
andare al cinema o (ri)partire per il
subcontinente? |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 07 Ottobre 2007 |