L'Accademia della Follia |
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| di
Ilaria Pitocchi |
| Matto, pazzo, folle: il diverso è da sempre relegato
ai margini della società occidentale moderna, basata sul progresso e sul consumo,
sulla morale etico-religiosa e sulla segregazione dell’alterità.
Tutto ciò che mette in pericolo il fragile equilibrio dell’essere umano, tutto
quello che ci ricorda la finitudine e la precarietà dell’esistenza viene rinchiuso
negli spazi del rimosso, recintato in appositi luoghi fisici e culturali. Ecco spiegato il lungo processo di rimozione di tutto ciò
che può anche lontanamente essere accomunato all’esperienza della morte e della
devianza: scene di lutto edulcorate e rimosse, carceri strettamente controllate
e manicomi dove rinchiudere i “deviati” escludendoli e allontanandoli dallo sguardo
della società civile. La riabilitazione ed il recupero sono concetti lontani e
vuoti, la sola cosa importante è, ancora oggi, separare il sano dal malato, dal
delinquente, dal moribondo. Ciò che non possiamo capire o che ci spaventa viene allontanato
ed etichettato come pazzo o criminale, come è avvenuto per i grandi poeti da Baudelaire
a Rimbaud o per un grande artista come Van Gogh; per assurdo chi cerca di giustificare
il proprio comportamento realmente deviato si nasconde dietro il mito del genio
romantico, del talento maledetto, esponendo gli eccessi della propria esistenza,
condotta tra droghe ed assoluta stupidità. La giusta misura è difficile da trovare, ma esistono piccoli
esempi di grande impegno e vera rivoluzione nell’Italia contemporanea: dimensioni
di apertura intelligente nei confronti del mondo della follia. Queste esperienze
non sono solo progetti culturali altamente illuminati, ma portatrici di un nuovo
sguardo sulle cose del mondo, un modo di guardare al diverso che è realmente sperimentale
e scevro da eccessi e pregiudizi. In cima alla lista di queste piccole isole di
genialità c’è il progetto Accademia della Follia, inaugurato a Rimini dal regista e attore Claudio
Misculin nel lontano 1992. E’ proprio in quell’anno che Misculin,
insieme ad Angela Pianca e Cinzia Quintiliani,
fonda l’Accademia della Follia, un progetto
nato dall’esperienza di ricerca e creatività iniziata dal regista nell’ospedale
psichiatrico di Trieste nel 1976, anno nel quale Misculin creò il suo primo gruppo di “teatro dei matti”, durante
il periodo di progettazione e realizzazione della legge Basaglia, la cui idea ispiratrice lo stesso Misculin contribuirà attivamente a costruire. Il teatro è il luogo dell’eccesso e qui risiede la grande
intuizione del progetto di Misculin: sul palcoscenico
si crea uno spazio quasi liminale nel quale le categorie reali si dilatano e le
esperienze di vita dei ricoverati prendono forma, dando veramente un’opportunità
di riflessione importante al pubblico. Direi che il palcoscenico diventa lo spazio
nel quale decomporre e ricomporre il reale attraverso l’esperienza eccessiva della
follia, intesa non come degenerazione ma come riflessione oltre gli schemi e senza
pregiudizi. L’Accademia
della follia oggi ha sedi autonome non solo a Trieste, ma anche a Milano, Cremona, Suzzara,
Rimini e Padova: ogni sede è retta da un direttore scelto sul luogo, che garantisce
una supervisione costante e segue da vicino l’evolversi del metodo ideato da Misculin. Le opere messe in scena sono ispirate a grandi classici
della letteratura e del teatro rivisitati per l’occasione, idee originali o messe
in scena di storie realmente vissute tratte dalle testimonianze di ricoverati
nei manicomi italiani. L’intera compagnia è costituita da un gruppo stabile di
attori e rinnovata costantemente dall’arrivo di nuovi matt-attori di grande talento, che nella loro vita hanno conosciuto
da vicino l’esperienza del manicomio ed attraverso l’Accademia hanno potuto esprimere
il loro genio artistico. “Noi
siamo gli errori che permettono la vostra intelligenza” e proprio da questa
massima riportata sul sito ufficiale dell’Accademia bisogna partire per comprendere
appieno il senso del grande progetto di Claudio Misculin
e della sua compagnia: perché il folle non è solo il malato che tanti racconti
e film ci hanno descritto, né semplicemente l’irregolare che ascolta il genio
della propria pazzia per creare la sua arte. La follia è la chiave per sentirci
normali, è contrapponendoci in maniera ipocrita a queste figure e allontanandole
dal nostro vissuto che riusciamo a definirci veramente sani: ecco perché grazie
all’etichetta che abbiamo dato al pazzo siamo in grado di considerarci intelligenti,
è paragonandoci a questi “malati” che spesso ci sentiamo più forti. Claudio Misculin
ed i suoi collaboratori vogliono invitarci ad avere il coraggio di calarci senza
pregiudizi nelle esperienze di vita vissute da queste figure, per capire meglio
noi stessi ed entrare nuovamente in contatto con la parte più vera della realtà.
Andare oltre il solo utilizzo dell’arte come strumento di
guarigione per la follia è il senso del lavoro di Misculin,
che è stato in grado di affrontare il tema da nuove prospettive. Non più la “normalità”
al servizio della pazzia, ma la follia come strumento per decomporre e ricomporre
la dimensione di ciò che la società definisce reale: la pazzia, dunque, come mezzo
per guarire la normalità deviata che ci affligge e mettere in discussione le categorie
preconfezionate dell’esistenza. Deistituzionalizziamo la follia e cerchiamo
di liberarci delle etichette che costringono le molte sfaccettature di cui è costituito
il caleidoscopio della realtà! Questo il messaggio dell'Accademia della Follia. Fonti www.accademiadellafollia.org www.accademiadellafollia.org www.notizie.alguer.it
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© LiberaMENTE MAGAZINE 7 marzo 2010 |