LiberaMENTE MAGAZINE

L'Accademia della Follia
Claudio Misculin ed il Teatro dell'Eccesso

di Ilaria Pitocchi

“Da vicino nessuno è normale”

Matto, pazzo, folle: il diverso è da sempre relegato ai margini della società occidentale moderna, basata sul progresso e sul consumo, sulla morale etico-religiosa e sulla segregazione dell’alterità. Tutto ciò che mette in pericolo il fragile equilibrio dell’essere umano, tutto quello che ci ricorda la finitudine e la precarietà dell’esistenza viene rinchiuso negli spazi del rimosso, recintato in appositi luoghi fisici e culturali.

Ecco spiegato il lungo processo di rimozione di tutto ciò che può anche lontanamente essere accomunato all’esperienza della morte e della devianza: scene di lutto edulcorate e rimosse, carceri strettamente controllate e manicomi dove rinchiudere i “deviati” escludendoli e allontanandoli dallo sguardo della società civile. La riabilitazione ed il recupero sono concetti lontani e vuoti, la sola cosa importante è, ancora oggi, separare il sano dal malato, dal delinquente, dal moribondo.
Se un passo avanti è stato fatto con la legge Basaglia, dal punto di vista sociale e culturale non è cambiato poi molto rispetto al passato, nuovi pregiudizi si sono aggiunti: non solo chi è malato, ma anche chi è fuori dagli schemi od ha capacità sopra la media è inevitabilmente considerato come deviato e deviante rispetto alla normalizzazione contemporanea.
Oggi al concetto tradizionale di pazzia si aggiungono altri significati che ne estendono il senso a tutti coloro che non accettano il precostituito e cercano di emergere dalla mediocrità del presente: chi dimostra un talento spiccato e irregolare è diverso, ma di una diversità inspiegabile che merita l’etichetta di pazzia, sinonimo di alterità pericolosa. E per reagire a tutto questo si alimentano reazioni esageratamente opposte, che inneggiano alla diversità estrapolata dal suo senso e ridicolizzata come valore assoluto della sregolatezza contro ogni forma di equilibrio: la droga e gli eccessi diventano, in questi estremismi, la via per combattere i pregiudizi e le discriminazioni nei confronti di chi è realmente diverso, nelle esperienze e nel proprio essere.

Ciò che non possiamo capire o che ci spaventa viene allontanato ed etichettato come pazzo o criminale, come è avvenuto per i grandi poeti da Baudelaire a Rimbaud o per un grande artista come Van Gogh; per assurdo chi cerca di giustificare il proprio comportamento realmente deviato si nasconde dietro il mito del genio romantico, del talento maledetto, esponendo gli eccessi della propria esistenza, condotta tra droghe ed assoluta stupidità.
La reale follia, però, quella che è sintomo di un disagio profondo, è ancora un tabù e dalla classe politica all’opinione pubblica tutti sembrano limitarsi alle considerazioni di circostanza che non cambiano la realtà dei fatti. C’è ancora timore verso questa particolare devianza ed è difficile entrare realmente in contatto con le esperienze di questi individui così lontani dalla nostra comprensione, ma inaspettatamente profondi.

La giusta misura è difficile da trovare, ma esistono piccoli esempi di grande impegno e vera rivoluzione nell’Italia contemporanea: dimensioni di apertura intelligente nei confronti del mondo della follia. Queste esperienze non sono solo progetti culturali altamente illuminati, ma portatrici di un nuovo sguardo sulle cose del mondo, un modo di guardare al diverso che è realmente sperimentale e scevro da eccessi e pregiudizi. In cima alla lista di queste piccole isole di genialità c’è il progetto Accademia della Follia, inaugurato a Rimini dal regista e attore Claudio Misculin nel lontano 1992.

E’ proprio in quell’anno che Misculin, insieme ad Angela Pianca e Cinzia Quintiliani, fonda l’Accademia della Follia, un progetto nato dall’esperienza di ricerca e creatività iniziata dal regista nell’ospedale psichiatrico di Trieste nel 1976, anno nel quale Misculin creò il suo primo gruppo di “teatro dei matti”, durante il periodo di progettazione e realizzazione della legge Basaglia, la cui idea ispiratrice lo stesso Misculin contribuirà attivamente a costruire.
Il progetto dell’Accademia non si limita alla dimensione psichiatrica, ma abbraccia anche ambiti politici e culturali: è un viaggiare al confine tra diversi mondi, in bilico tra la pazzia ed il teatro, la decomposizione del reale e la ricomposizione che deriva dalla follia teatrale.
L’idea progettuale ed artistica di Misculin è quella di utilizzare il teatro come strumento di massima espressione umana ed individuale: il regista va oltre il semplice concetto della recitazione come terapia e trasforma lo spazio della scena nel luogo dell’eccesso per eccellenza. E’ proprio durante le performance eccessive della sua compagnia teatrale che la realtà vera, la vera esperienza di vita prende corpo e può liberamente esprimersi, perché il matto può diventare un talento artistico ed una fonte di comprensione profonda della realtà solo se lo si libera della maschera precostituita di “malato”.
Afferma Misculin:“Il fattore rischio che ho scelto per giocare all’interno dell’arte è la FOLLIA.[…] Siccome parliamo di una ricerca tra teatro e follia, che non esclude, ma travalica il mero aspetto terapeutico, per cogliere sino in fondo nel profondo l’essenza e la validità di tale metodo di lavoro, cominceremo a viverlo e a pensarlo come strumento efficace per un buon approccio al teatro, non solo per il matto, il disgraziato, il differente, ma anche per il normale che intende cimentarsi nel teatro.”

Il teatro è il luogo dell’eccesso e qui risiede la grande intuizione del progetto di Misculin: sul palcoscenico si crea uno spazio quasi liminale nel quale le categorie reali si dilatano e le esperienze di vita dei ricoverati prendono forma, dando veramente un’opportunità di riflessione importante al pubblico. Direi che il palcoscenico diventa lo spazio nel quale decomporre e ricomporre il reale attraverso l’esperienza eccessiva della follia, intesa non come degenerazione ma come riflessione oltre gli schemi e senza pregiudizi.

L’Accademia della follia oggi ha sedi autonome non solo a Trieste, ma anche a Milano, Cremona, Suzzara, Rimini e Padova: ogni sede è retta da un direttore scelto sul luogo, che garantisce una supervisione costante e segue da vicino l’evolversi del metodo ideato da Misculin.

Le opere messe in scena sono ispirate a grandi classici della letteratura e del teatro rivisitati per l’occasione, idee originali o messe in scena di storie realmente vissute tratte dalle testimonianze di ricoverati nei manicomi italiani. L’intera compagnia è costituita da un gruppo stabile di attori e rinnovata costantemente dall’arrivo di nuovi matt-attori di grande talento, che nella loro vita hanno conosciuto da vicino l’esperienza del manicomio ed attraverso l’Accademia hanno potuto esprimere il loro genio artistico.

“Noi siamo gli errori che permettono la vostra intelligenza” e proprio da questa massima riportata sul sito ufficiale dell’Accademia bisogna partire per comprendere appieno il senso del grande progetto di Claudio Misculin e della sua compagnia: perché il folle non è solo il malato che tanti racconti e film ci hanno descritto, né semplicemente l’irregolare che ascolta il genio della propria pazzia per creare la sua arte. La follia è la chiave per sentirci normali, è contrapponendoci in maniera ipocrita a queste figure e allontanandole dal nostro vissuto che riusciamo a definirci veramente sani: ecco perché grazie all’etichetta che abbiamo dato al pazzo siamo in grado di considerarci intelligenti, è paragonandoci a questi “malati” che spesso ci sentiamo più forti. Claudio Misculin ed i suoi collaboratori vogliono invitarci ad avere il coraggio di calarci senza pregiudizi nelle esperienze di vita vissute da queste figure, per capire meglio noi stessi ed entrare nuovamente in contatto con la parte più vera della realtà.

Andare oltre il solo utilizzo dell’arte come strumento di guarigione per la follia è il senso del lavoro di Misculin, che è stato in grado di affrontare il tema da nuove prospettive. Non più la “normalità” al servizio della pazzia, ma la follia come strumento per decomporre e ricomporre la dimensione di ciò che la società definisce reale: la pazzia, dunque, come mezzo per guarire la normalità deviata che ci affligge e mettere in discussione le categorie preconfezionate dell’esistenza.

Deistituzionalizziamo la follia e cerchiamo di liberarci delle etichette che costringono le molte sfaccettature di cui è costituito il caleidoscopio della realtà! Questo il messaggio dell'Accademia della Follia.

Fonti

www.accademiadellafollia.org

www.accademiadellafollia.org

www.notizie.alguer.it

www.notizie.alguer.it

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© LiberaMENTE MAGAZINE 7 marzo 2010