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Dialoghi, non Parole
di Bruna Taravello

Dialogo: discorso alternativo tra due o più persone: discorso, colloquio, scambio di opinioni. Letta così, dallo Zanichelli, la definizione è di un’assoluta banalità: quanti dialoghi abbiamo nel corso della vita? E in una giornata qualsiasi? E quanti soddisfacenti, proficui, efficaci? Dialogare può anche essere il nostro mestiere, anzi in una società sempre più di servizi e sempre meno di attività manuali è molto probabile che il nostro lavoro si riduca a questo: parlare, scambiarsi opinioni, ascoltare interagendo al momento giusto. Ma allora da quando dialogare è diventato un problema, o almeno uno dei problemi? Un breve viaggio tra i differenti modelli culturali ci porta al momento più difficile, quello della condivisione dei valori: e questo pur essendo ormai indiscutibile, almeno a parole, il rispetto e il riconoscimento per le diversità presenti fra i vari popoli. Ma qui entrano in gioco, oltre ai filtri neurologici e a quelli individuali, presenti in ogni confronto, anche quelli sociali, che saranno tanto più potenti quanto più ci si allontana dal proprio gruppo di appartenenza. Alcuni comportamenti, infatti, non sono altro che l’espressione delle proprie regole interiori, ma l’equivoco nasce proprio quando si presume che certi valori, certi modelli, siano universali: ed è più difficile da svelare quando si tratta di concetti apparentemente semplici e “preculturali”. Il concetto del tempo, ad esempio, non sembrerebbe dover creare incomprensioni: eppure per alcune popolazioni del Medio Oriente viene definito solo all’interno della settimana, per poi diventare un generico “futuro”, mentre per i Navajo tutto ciò che non è qui e ora è chimera, aspettativa. Gli americani, poi, durante la guerra del Vietnam e di Corea, hanno potuto constatare che per quei popoli il futuro ha una valenza ampia, dove è normale ragionare in termini di decenni.

Dialogo interculturale, quindi, difficile per definizione: ma anche all’interno dello stesso gruppo sociale, se non ci si limita alla chiacchiera fatta di cliché, e si presentano ragioni portate avanti con il cuore e con la testa, si trovano grosse difficoltà, peggiorate dal fatto che la comprensione dell'altro è data per scontata, mentre spesso ci si rende conto di parlare ad un muro di gomma. Ma si può, senza manipolare sé stessi e gli altri, imparare il dialogo efficace, o almeno migliorare qualitativamente il brusio che ossessivamente ascoltiamo intorno a noi?

Tecniche di comunicazione sono state sviluppate nel corso degli anni '70 e '80, basandosi su regole comportamentali che partono dai meccanismi individuali che elaborano e difendono il modello, cioè il nostro modo di vivere emotivamente ogni esperienza in modo che sia conforme ad esso, eliminando o scartando ogni messaggio discordante; questi meccanismi sono la generalizzazione, la cancellazione, la deformazione. I testi riportano, per visualizzare le gabbie che ci costruiamo nella mente, l’esempio della mosca che, per uscire dall’appartamento, sbatte per ore contro il vetro della finestra senza accorgersi che ha a disposizione altre comode vie di fuga. Questo sistema era efficace, per l’insetto, prima dell’invenzione del vetro, ma se oggi fosse in grado di tener conto delle variazioni di calore o di pressione si risparmierebbe molta fatica. Allo stesso modo, noi spesso insistiamo con una strategia comunicativa che ha effetto nel nostro modello, ma non in quello del nostro interlocutore: e non riusciamo a dialogare in modo soddisfacente, e si ripetono i malintesi, gli equivoci, lo stupore di quando non si riesce ad entrare in contatto con l’altro nonostante gli sforzi. Anche la scusa dell’incapacità del soggetto ricevente di elaborare certi messaggi non è plausibile, pur se consolatoria: è chi lancia il segnale che deve preoccuparsi di essere capito. Osservare e comprendere i modelli altrui è quindi strategico, oltre che etico, per almeno due motivi: il confronto è sempre costruttivo, e arricchisce le nostre capacità; inoltre, se vogliamo avere un dialogo efficace con l’altro dobbiamo muoverci all’interno del suo mondo, e non del nostro. Capire però la mappa con la quale il nostro interlocutore si posiziona nella realtà in base agli stimoli ricevuti, non è per niente facile: ogni modello, per definizione piuttosto rigido, è fatto di valori, credenze, regole (adeguate e inadeguate) identità e ancore. Queste sono le principali componenti, ma non le sole: brevemente possiamo solo dire che rappresentano ciò che fa interagire con il mondo, e conoscerle significa avere fatto un vero salto di qualità nella comprensione di noi stessi e dell'altro. Ma la nostra cultura, in generale, non ci abitua ad esplorare questi aspetti della nostra mappa: basta pensare alla difficoltà che proviamo nel dover enunciare, ad esempio, i nostri cinque valori fondamentali piuttosto che i nostri cinque motivi per essere felici. La dialettica, comunque, non è certo l’unico, o il migliore, modo di comunicare: noi lo privilegiamo in quanto fa parte del nostro bagaglio culturale, come eredità del pensiero greco, ma nel resto del mondo vi sono differenti schemi altrettanto funzionali. Le riunioni, ad esempio: in Occidente vengono condotte come un gioco a somma zero (chi vince +1, chi perde -1 = 0 ) quindi il metodo è convincere l’altro delle proprie ragioni per portare a casa il risultato; non conta tanto ascoltare quanto partire già con un punto di vista e vederlo approvato. In Giappone, al contrario, lo schema più usato è quello del progetto in divenire e dello scambio dei ruoli, per ottenere un risultato che non rappresenta necessariamente la vittoria di una parte (gioco a somma diversa da zero).

Il cinema, l’arte, lo sport in quanto veicoli di emozioni cariche di significati profondi, sono un'altra forma di dialogo che non ha bisogno di parole: bene lo sanno i giovani che spesso iniziano a rompere il ghiaccio con i compagni di scuola proprio grazie alla passione per la squadra di calcio, per il campione, per la musica. Ecco, la musica: un messaggio che va diritto al cuore, un alibi per quando abbiamo paura di scoprirci, evita lunghi e tortuosi giri di parole, riannoda i fili di un dialogo altrimenti complicato e si piazza proprio là, in mezzo ai sentimenti che a volte ci spaventano e alle parole difficili da dire. Come le madeleine per Proust, un'ancora potente, che colpisce i sensi e fa scattare risposte creative. E parlarsi, dopo, sembra più facile. Capirsi, forse, anche.

           

Fonti:

Marco Simini "La comunicazione reciproca" Franco Angeli Trend 2003
M. D'Ambra "Le nuove tecniche di comunicazione" DeVecchi


© LiberaMENTE MAGAZINE 1 giugno 2008