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Elezioni U.S.A.
di Elena Refraschini

A che punto è la corsa alla presidenza degli Stati Uniti, a due giorni dalle primarie in Pennsylvania?
La situazione della parte repubblicana è abbastanza semplice: John McCain è l’unico candidato credibile ancora in gara. Questo è positivo, visto che lo fa sembrare solido e stabile, ma è anche controproducente, perché non ha nessuno contro cui confrontarsi direttamente.
Dalla parte democratica, le cose sono complicate: l’anno scorso, nessuno avrebbe mai detto che lo scontro Obama/Clinton si sarebbe protratto fino ad ora – fino a pochi mesi prima delle convenzioni.

La battaglia è dura, e si combatte a suon di “frecciatine” nel fianco del collega, presunti scheletri nell’armadio, piccole prese in giro; perché in fondo, diciamoci la verità: nei valori di base, i due candidati non differiscono molto. Il numero di delegati richiesto per ottenere la nomination democratica è 2,025. Obama ne ha conquistati 1.644 (di cui 226 “superdelegati”), mentre Clinton 1.498 (ma ha più “superdelegati”, 248); McCain ha già conquistato il numero di delegati necessario, data l’uscita di gara dell’avversario Huckabee.
Mai come in queste elezioni “the race”, la gara, si è rivelata più succosa per i media: ogni giorno si riesce a trovare un argomento su cui accanirsi, per cui accusare uno dei candidati, per predire la loro gloriosa vittoria o miserabile sconfitta.

Ultimo in ordine di tempo: l’infelice commento fatto da Barack Obama ad un evento per la raccolta di fondi a San Francisco, in cui ha fatto riferimento agli abitanti delle piccole città della Pennsylvania che stanno soffrendo a causa di un periodo di depressione economica, con queste parole: “non deve sorprendere che diventino arrabbiati e si aggrappino alle pistole, alla religione, o all’antipatia verso chi non è come loro”. Obama si è subito scusato per aver espresso in modo maldestro un concetto che comunque ritiene vero: che gli abitanti, in generale, del Midwest (compreso l’Illinois, dove lui è nato) hanno perso la speranza che il governo possa ascoltarli. Ma Hillary Clinton, ben cosciente di dover utilizzare ogni arma a sua disposizione per diminuire la potenza dell’avversario, era già partita all’attacco: non soltanto affermando l’importanza della religione e delle tradizioni per chi sta vivendo una situazione economicamente difficile, ma alzando la bandiera di uno dei valori che stanno alla base della concezione di libertà in quelle aree – il secondo Emendamento, quello che riguarda il possesso di armi da fuoco (argomento tornato in prima pagina dopo il massacro alla Virginia Tech); inoltre, accusò Obama di essere “elitario” e “lontano” dall’elettorato. Obama ha risposto a sua volta criticando l’ipocrisia della Clinton, “lei sa benissimo che non sono né elitario né lontano”, prendendola anche in giro perché la sua rivale ha raccontato per l’occasione che spesso da bambina suo nonno la portava a sparare nei boschi – tutto questo per dimostrarsi vicina a chi possiede armi da fuoco e che rappresenta una larga fetta dell’elettorato.

Insomma: i media si stanno divertendo a trovare di giorno in giorno un pretesto per fare in modo che i due candidati si facciano a pezzi a vicenda. Molti hanno sottolineato la pericolosità di questo atteggiamento: distruggendosi a vicenda, non faranno altro che convincere l’elettorato che l’unico candidato eleggibile per la Casa Bianca è in realtà John McCain? Altri invece hanno sottolineato che questo potrebbe far bene ad entrambi, poiché li sta preparando alla dura battaglia che uno dei due dovrà condurre contro il candidato repubblicano; inoltre, vengono offerte molte occasioni di confronto e di dialogo, e queste sono sempre opportunità per l’elettorato di osservare e riflettere e prendere una decisione ponderata e matura sul candidato da sostenere.
Continuamente osservati e analizzati sotto ogni minimo aspetto, i candidati sono sotto le luci impietose dei riflettori da più di un anno ormai; ammettono di essere stanchi, ma non lasciano passare quella frazione di secondo in più che farebbe già i titoli dei giornali della mattina seguente: “Candidato X esausto, pensa di ritirarsi?”.
E’ sconcertante, in effetti, la valanga di informazioni che si trovano su queste elezioni: provengono da ogni parte, quotidiani, riviste, TV, Internet, agenzie di stampa, persino podcast giornalieri da scaricare e ascoltare comodamente con l'I-pod; è difficile riuscire a separare ciò che è necessario sapere da ciò che è accessorio, e in questo la competitività mediatica certo non aiuta.
Prendendo come esempio la controversia raccontata più sopra, che, manco a dirlo, è già stata soprannominata “bittergate” dai giornali (da “bitter”, amaro, disilluso, arrabbiato) – come se fosse lontanamente paragonabile al terremoto politico del Watergate; che cosa c’è da sapere? Ciò che è importante è che Obama intendeva parlare di come la povertà porti le persone a rifugiarsi nella religione (che sostiene sempre nei momenti di difficoltà, come lui stesso ha più volte affermato), e come sempre la povertà porti delle volte a degli sfoghi violenti, non ostacolati dal possesso di armi, e a disprezzare chi è diverso. E da cosa deriva il subitaneo attacco della Clinton? Semplice: i numeri dimostrano che è in svantaggio, e con le sue parole ha voluto strizzare l’occhio agli elettori possessori di armi, ma anche agli elettori con una forte convinzione religiosa, e agli elettori molto attaccati alle loro tradizioni; in pratica, la maggior parte della popolazione americana.
Chi l’avrà vinta, in questo “mini-duello” che esemplifica gli ultimi 14 mesi di campagna elettorale?

Stay tuned: tra due giorni sapremo i risultati delle primarie in Pennsylvania e vedremo allora chi solleva i pugni in trionfo e chi è messo al tappeto.

 

Elena Refraschini


© LiberaMENTE MAGAZINE 20 aprile 2008