Follia e Creatività |
![]() |
| di Donatella
Sales |
| E’
convinzione assai diffusa che il genio non possa raggiungere la sua massima espressione
creativa senza la contaminazione di una dose di follia. L’idea, da molti condivisa,
che i disturbi della psiche, la nevrosi e il disagio mentale possano influenzare
positivamente la produzione artistica è stata, e sarà ancora, lungamente discussa.
Esiste davvero un canale preferenziale tra arte e follia? La malattia mentale
come causa determinante del genio? Può un artista definirsi tale quando totalmente
integrato nella collettività? Nell’immaginario comune, l’artista è colui che non
subisce la realtà, la amplifica, la modifica, la (ri)crea e la distorce fino al paradosso. E’ l’anticonformista
che rifugge le regole e i vincoli della società borghese; rifiuta l’omologazione
e sfida le convenzioni sociali, semplicemente perché ha una visione diversa del
mondo, dell’animo umano così come delle piccole cose. Il genio si nutre della
capacità di guardare la realtà da una prospettiva inusuale, non ordinaria; rende
visibile ciò che, per la maggior parte di noi, non lo è.
Si può, quindi, affermare che la follia rappresenti l’unica vera condizione di
autenticità capace di favorire esperienze umane e artistiche pure e incontaminate,
immuni dai condizionamenti che le relazioni sociali comportano? Matto. Affetto da un alto grado
di indipendenza intellettuale; non conforme ai modelli di pensiero, parola e azione,
che la maggioranza ricava dallo studio di sé stessa. In poche parole, diverso
dagli altri. (Ambrose Bierce,
Dizionario del diavolo) Lo stereotipo dell’artista pazzo e visionario nasce con il romanticismo che attribuisce alla pazzia un nuovo valore estetico. Ma quanto influisce l’alterazione dello stato mentale nel processo creativo dell’artista? E’ la follia che dà forma al genio o il peso di una geniale creatività artistica è tale da tradursi in psicosi? Esiste un confine tra furore artistico e squilibrio psichico? Estro e pazzia coincidono e si sovrappongono, oppure, si limitano a convivere? Diderot sosteneva che “genio e follia si toccano da vicino”. Patologie quali la schizofrenia e la sindrome maniaco depressiva e l’anomala percezione visiva ed emotiva che ne consegue hanno caratterizzato la vita e, inevitabilmente, anche le opere di grandi pittori, compositori, poeti e scrittori. Lo psichiatra irlandese, Micheal Fitzgerald del Trinity College di Dublino, autore del libro “The genesis of artistic creativity”, sostiene addirittura che i veri talenti naturali non possano non avere disturbi mentali. In particolare, Fitzgerald afferma che la sindrome dell'autismo, diagnosticata a personalità del calibro di Albert Einstein, Beethoven e Mozart, presenti le stesse caratteristiche del genio creativo. Le peculiarità della malattia che rappresentano un ostacolo nella vita quotidiana, possono rivelarsi straordinarie nel campo artistico. Dalla
depressione di origine psichica che affliggeva Michelangelo alla sindrome schizoide
di Edvard Munch (pare che riguardando
la sua opera più celebre, “Il grido”, Munch disse: “Solo
un folle poteva dipingerlo”), passando per l’encefalopatia di Goya e le allucinazioni
e le crisi epilettiche che devastarono la mente del grande Vincent Van Gogh, l’esempio
più celebrato e analizzato di “artista folle e malato”, il binomio genio-follia
ha definito intere generazioni di artisti. “L’unica differenza tra me e un
folle è che io non sono folle.” (Salvador Dalì) “Anche la follia merita i suoi applausi” (Alda Merini) Jackson Pollock, massimo esponente dell’espressionismo astratto americano, invitava gli osservatori delle sue opere a tentare di cogliere ciò che essi avevano da offrire, piuttosto che ricercare un contenuto fondamentale, predeterminato. Il genio di Pollock, che dipingeva quasi in stato di trance, trovava sfogo nell’azione. Dipingere era un atto, incontrollato e imprevedibile; nella sua action painting (fortunata e azzeccata definizione coniata da un critico), Pollock disponeva le tele per terra e lasciava “sgocciolare” il pennello inzuppato di colore. La pittura all-over di Pollock, gocce di colore distribuite senza alcun punto focale fino ai margini del quadro dava l’impressione di potersi estendere all’infinito, al di là del dipinto stesso.(1) I
suoi conflitti interiori, l’alcolismo, che lo accompagnò per quasi tutta la vita,
e le cure a base di psicofarmaci, però, lo portarono sulla strada dell’autodistruzione
che culminò in un tragico incidente d’auto nel Louis Wain, il pittore che dipingeva i gatti. Wain era sempre
stato considerato un soggetto strano e bizzarro, ma al tempo stesso affascinate;
con il passare del tempo, tuttavia, divenne sempre più eccentrico fino alla comparsa,
nel 1917, quando aveva 57 anni, di un quadro francamente
psicotico caratterizzato, tra l’altro, dalla presenza di tematiche paranoidee, dalla convinzione che la luce “tremolante“ dello
schermo del cinematografo “rubasse” energia al suo cervello; iniziò, inoltre,
a limitare le relazioni interpersonali e a trascorrere buona parte della giornata
rinchiuso nella sua stanza. Il verificarsi di comportamenti francamente aggressivi
e violenti motivò nel 1924 il suo ricovero in un ospedale per indigenti, lo
Springfield Mental Hospital. Un anno dopo, la notizia del suo stato di
malattia e della condizione d’indigenza nella quale versava vennero largamente
pubblicizzate dai giornali dell’epoca con il risultato che anche l’allora Primo
Ministro inglese si occupò di lui promuovendone il trasferimento in una struttura
più decorosa. Camille Claudel, scultrice francese di rara bellezza e talento, allieva e amante del grande Auguste Rodin. E’ appena dodicenne quando scopre un forte interesse per la scultura e inizia a modellare le sue prime opere. A diciotto anni espose i suoi lavori al Salon di Parigi. L’incontro folgorante con Rodin avvenne l’anno successivo. La grande passione che li legò e una reciproca influenza lavorativa caratterizzò da subito il rapporto tra Rodin e Camille, che era una delle sue allieve più promettenti. Nel 1893 la rottura definitiva con Rodin, che mai prese in considerazione con la giovane allieva, Camille intraprese un percorso artistico alla ricerca dell’affermazione personale. La fine della tormentata e complessa relazione, però, non fu indolore. Il rancore profondo verso l’ex maestro-amante sconvolse la sua mente. Cominciò a soffrire di ossessioni, sintomo di una grave depressione con manie di persecuzione e arrivò anche a distruggere le sue stesse opere. Al peggiorare del suo stato di salute, nel 1913, venne internata in un ospedale psichiatrico per decisione della madre e del fratello. Rimase rinchiusa per trent’anni, fino alla sua morte nel 1943. “Talvolta un pensiero mi annebbia l’Io: sono pazzi gli altri, o sono pazzo io?” (Albert Einstein) Fonti: STORIA DELLA PITTURA, DAL RINASCIMENTO A OGGI, Astrattismo e pittura
figurativa (dal 1945), Konemann, 1995
|
|
© LiberaMENTE MAGAZINE 7 marzo 2010 |