Sono andata a vedere
“La guerra di Charlie Wilson” senza sapere cosa aspettarmi e che
tipo di film fosse effettivamente.
Mi ha sbalordito, è davvero
fatto bene.
La pellicola tratta
la storia vera del deputato texano Charlie Wilson, stesa nella
sceneggiatura di Aaron Sorkin, serrata ed incisiva, che mette in luce un personaggio
già trattato anche a livello letterario nel libro di George Crile Charlie Wilson's War, ma non
per questo di estesa fama.
Il regista è Mike Nichols, premio Oscar nel ‘67 per “Il laureato”; ha esposto
il concetto guida del suo pensiero senza schierarsi, né esaltando
né disprezzando alcuna fazione politica e militare, mantenendo
le distanze attraverso un rapporto oggettivo sia con i personaggi
che con le situazioni belliche, senza dimenticare di mostrare
il punto di vista dei diversi soggetti.
Nei 97min sullo schermo
ci viene presentato Charlie W.(Tom Hanks)
nella sua totalità: inizialmente vediamo il suo lato frivolo e
mondano, ma con lo scorrere dei minuti scopriamo che non c’è solo
quello: è infatti anche un uomo molto professionale, abile nei
rapporti sia umani che di lavoro.
Al fianco di Hanks
troviamo per la prima volta Julia Roberts nei panni di una donna
con influente potere economico, una delle più ricche del Texas,
occasionale amante del protagonista, cristiana, anticomunista
e sostenitrice della libera professione di fede.
Sarà proprio lei a spingerlo e ad appoggiarlo nell’impresa di
aiutare i Mujaheddin contro le armate
russe durante la guerra Sovietica in Afghanistan, essendo questi
incapaci di reagire e vittime delle atrocità della guerra (che
colpiscono soprattutto, come in ogni conflitto, donne e bambini).
La collaborazione Roberts
- Nichols dà buoni risultati, rendendo
brillante la recitazione e l’interpretazione dell’attrice (ricordiamo,
sotto questo punto di vista, anche “Closer”)
e nonostante al tempo delle riprese fosse
già al quarto mese di gravidanza, mantiene sempre un fascino invidiabile
anche in costume da bagno. Una delle ultime grandi dive, rimane
certamente un’icona intramontabile del cinema americano.
Il nostro deputato si recherà di persona in Afghanistan per un
incontro diplomatico e un po’ per caso si troverà a capire e vedere
in prima persona la situazione: sarà questa esperienza a renderlo
risoluto nella propria decisione.
Coinvolgerà un agente della CIA fuori dagli schemi, Gustav Avrakotos,
interpretato da un formidabile
P. Seymour Hoffman, candidato all’Oscar
come “Miglior attore non protagonista”.
Charlie riuscirà nell’impresa
di far ritirare i russi dall’Afghanistan, ma è davvero interessante
come arriva al risultato:
Afghani, Pakistani ed Egiziani si alleeranno
segretamente, mentre Charlie convincerà gli Stati Uniti ad usare
i fondi del Pentagono per sostenere la
causa Afghana fino
ad arrivare ad un miliardo annuo di spese.
I tratti più interessanti
sono il finale e la riflessione conclusiva, che ci fanno ragionare
sull’atteggiamento americano verso il mondo, visto da uno stesso
americano: un esame di coscienza dall’interno, di chi ha agito
in una guerra e poi si chiede quali saranno le conseguenze e gli
effetti secondari.
Qualcuno si aspetterà più ironia, ma a parer
mio troppa satira avrebbe reso comico il film, che di per sé risulta
già brillante e in grado di mantenere l’attenzione dello spettatore
anche su temi e numeri non facili da affrontare, seguire e concepire.
Se fosse stata inserita
più ironia avrebbe perso il suo scopo ultimo: far riflettere lo
spettatore in modo oggettivo, non tanto su chi ha o
meno ragione in un conflitto armato, ma sulle conseguenze
devastanti che ogni azione porta, specie se si tratta di un’azione
di guerra.