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Il Cacciatore di Aquiloni
di Elena Refraschini

Il 28 marzo è finalmente uscito anche nelle sale italiane il film “Il cacciatore di aquiloni”, per la regia di Marc Forster (lo stesso di “Neverland” e “Monster’s Ball”) e prodotto dalla Dreamworks.
Tratto dal bestseller di Khaled Hosseini, il film narra la storia di Amir, afgano emigrato in California costretto da una rotta e lontana voce telefonica a ritornare nel suo Paese natale e ripercorrere la sua storia, per ripararla nel punto in cui si era definitivamente spezzata.  

Ed è per questo che il film si può a pieno titolo inserire nel tema di questo numero di LiberaMente: perché non racconta soltanto la vita di un ragazzo e non ha certo la pretesa di raccontare la storia dell’Afghanistan – è invece una storia di Redenzione; la storia di una frattura, di un “punto di non ritorno”, che costringe la vita a deviare dal suo naturale corso e prendere strade tormentate da sensi di colpa, complessi di inferiorità, meschinità, vigliaccherie.
Il tema è centrale, visto che è proprio con esso che il romanzo si apre: siamo nel Dicembre 2001, e la voce narrante, Amir, scrive: “Sono diventato la persona che sono oggi all’età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975”.
Che cosa successe quel giorno, quale fu il trauma che innescherà la trama centrale del libro?
E’ il giorno della tradizionale gara degli aquiloni a Kabul: i bambini annoiati hanno tre mesi di vacanze invernali, hanno già visto tutti i film americani proiettati nei teatri, le televisioni non esistono, di radio ce ne sono pochissime – nei mesi che potrebbero essere tormentati dalla noia, la competizione aerea assume la portata di una eroica olimpiade dei cieli che ha come protagonisti gli innocenti bambini di Kabul e le loro “armi” variopinte svolazzanti nell’aria. Vince la gara chi “taglia” tutti gli altri aquiloni, e chi riesce a catturare l’ultimo che cade a terra (chiamato, appunto, il “cacciatore di aquiloni”).
Ma per Amir è molto più che una semplice gara: è l’occasione per dimostrare a suo padre, uno degli uomini più in vista e più ammirati di Kabul nonché detentore del record (o almeno, così lui dice) del maggior numero di aquiloni “tagliati” nella competizione, di essere un bambino coraggioso e meritevole del suo affetto e delle sue attenzioni. Hassan è al suo fianco nella gara: Hassan il servo, Hassan l’hazara, Hassan compagno di giochi e di marachelle, Hassan che gli ruba l’affetto e l’ammirazione del padre.
Gli aquiloni cadono, ad uno ad uno: Amir e Hassan, “i sultani di Kabul”, vincono la gara; e non soltanto la vincono: Hassan riesce a catturare l’ultimo aquilone caduto.
Amir corre a cercarlo per i tortuosi sentieri di una città che sembra un labirinto, e là, in uno spazio appartato e senza via d’uscita, lo vede: braccato da dei bulletti di etnia pashtun (la stessa di Amir, quella considerata “pura” dai nazionalisti, contrapposta a quella degli hazara); Amir lo vede, ma bloccato dalla paura non muove un muscolo in suo aiuto. Hassan viene violentato, mentre Amir si copre gli occhi ma rimane immobile.
Non è chiaro se Hassan vede il suo amico rimanere lì: sta di fatto che nessuno dei due parlerà mai dell’episodio, ma questo naturalmente non ne elimina l’impatto – il rapporto tra i due cambierà per sempre, e Amir tollera sempre meno la presenza di Hassan e suo padre Ali in casa. Con uno spietato sotterfugio, farà credere al padre che Hassan è un ladro e costringerà Ali (che aveva capito come le cose fossero andate in realtà e non poteva più sopportare il clima che si era creato nella casa dove lavorava e viveva da quarant’anni) a prendere la decisione di andare via insieme al figlio, spezzando il cuore del padre di Amir con cui era cresciuto.

Per buona parte del libro e del film, Amir è un personaggio difficile da accettare: falso e codardo, meschino. Ma è proprio per le sue debolezze che dovremmo accettarlo: egli è consapevole dei suoi errori, benché quel trauma sembri muoverlo come un burattino senz’anima. Dopotutto, nessuno è perfetto: Amir ha commesso i suoi errori, ma quella telefonata ricevuta da San Francisco 25 anni dopo farà partire il meccanismo della redenzione; questo è ben sintetizzato nelle significative parole di Rahim Khan, grande amico del padre di Amir, che ora sta morendo in Pakistan: “Esiste un modo per tornare ad essere buoni”. Rahim Khan sapeva, e per tutti questi anni ha taciuto; ma ora sta offrendo ad Amir la possibilità di allontanarsi per davvero dal passato, in modo sano, esorcizzando i propri fantasmi: perché non è scappando in un altro continente che essi scompaiono. Amir è ormai adulto, è sposato, il padre è morto…ma i fantasmi tornano a bussare alla sua porta.
Inizia così il viaggio a ritroso di Amir, un viaggio che lo porta a riscoprire il suo Paese dopo anni di occupazione straniera, prima da parte dei sovietici (motivo per cui era emigrato, da adolescente, col padre) e poi dei talebani: agghiacciante lo scenario, potenti pennellate color sangue ci offrono un vivido ritratto della Kabul derubata della sua linfa vitale; persino gli aquiloni sono stati proibiti.

Evitando di svelare colpi di scena importanti della trama, è sufficiente aggiungere che è proprio in questo viaggio che Amir troverà la possibilità di redimersi, di “tornare ad essere buono”, di riparare quella crepa prodottasi 25 anni prima e finalmente essere libero di nuovo, smettere di scappare…e tornare a far volare gli aquiloni.

 

Fonti:

- “Il cacciatore di aquiloni”, di Khaled Hosseini, PIEMME, 2004.
- “I cieli di Kabul” (Interviste a Khaled Hosseini), DATANEWS Editrice, 2007.

 

leggi la recensione del libro

Elena Refraschini


© LiberaMENTE MAGAZINE 6 aprile 2008