Il finto e vuoto: che passione! |
![]() |
| di
Elena Refraschini |
| A chi vive in Cina, come me, risulta chiaro quanto
i cinesi ammirino noi europei o, più in generale, gli occidentali. L’amore e l’ammirazione
sono palesi in molti aspetti della vita quotidiana, dove la parola magica “western”
(occidentale) permette guadagni più facili e veloci. Il grado di apertura di una città cinese si misura anche attraverso il numero di ristoranti e hotel “in stile occidentale” (almeno, secondo il loro punto di vista), e affiggere un’insegna che dica “western food” o “western style” significa inevitabilmente andare alla ricerca di un certo tipo di clientela, straniera ma soprattutto cinese, che secondo i gestori è più “sofisticata” e sicuramente con il portafoglio un po’ più gonfio. Anche il mercato immobiliare è contagiato dalla nuova “febbre per lo straniero”: le case per i più ricchi, che spesso hanno prezzi esorbitanti non solo secondo le tasche cinesi, sono in stile occidentale (o sedicente tale) ed evitano accuratamente qualsiasi elemento che possa essere rapportato alla cultura cinese tradizionale, anche in termini di design e arredamento. Questa nuova e prorompente apertura
è comprensibile se si pensa ai decenni di ermetico isolamento
maoista, dove il capitalismo era il male supremo e ai bambini si insegnava a conservare
un po’ di cibo “per i poveri figli del capitalismo”, i quali secondo la propaganda
morivano di fame sulle strade europee e americane. In una società in cui anche
il consumo più elementare era deciso da ufficiali di partito, da come vestirsi
a cosa mangiare, a dove vivere e con chi, era inevitabile che l’apertura voluta
da Deng Xiaoping negli anni ’80 avrebbe avuto lo stesso effetto di una diga che
cede alla pressione delle acque: Uno degli esempi più inquietanti in cui mi sono imbattuta è stato il programma “One City, Nine Towns” voluto dal sindaco di Shanghai Ju Huang nel 2000 per ospitare mezzo milione di persone. Si avvisa il lettore: fuori dall’ottica cinese, tutto questo potrebbe sembrare assurdo. Eppure ha una sua logica, per quanto a noi europei, così orgogliosi della nostra storia e della nostra cultura, faccia a dir poco storcere il naso. Vi racconto di cosa si tratta. Shanghai ha circa venti milioni di abitanti, e l’Expo ha contribuito ad aumentare la pressione immobiliare a cui è sottoposta la città: si calcola che per fronteggiare il sovraffollamento sia necessario costruire residenze per ospitare 400.000 (sì, quattrocentomila) nuovi abitanti all’anno. La densità abitativa e già alle stelle, e si teme che nemmeno i servizi di base (acqua, gas, fognature…) possano sopportarne un ulteriore aumento. Com’è normale, allora, si strappano lembi sempre più grandi di campagna intorno alla città per costruirci quartieri residenziali “satellite”. La particolarità di questo progetto, tuttavia, è che ha previsto la costruzione di nove cittadine satellite, ognuna in un particolare stile europeo; a detta loro, come omaggio alle varie nazioni europee ed anche un po’ per ricalcare i quartieri (veri) di Shanghai costruiti dalle potenze francesi, inglesi e americane tra Ottocento e Novecento; in realtà, per attirare la massa di lavoratori benestanti in cerca di una dimora tranquilla lontana dal CBD (Central business district); un po’ come si è fatto negli Stati Uniti, dove i sobborghi con villette a schiera, giardinetto e ringhiera bianca sono simbolo degli anni Cinquanta e Sessanta. Il prezzo medio in queste nove cittadine residenziali si aggira intorno ai 4.000 euro al metro quadro, e sono perciò oltre le possibilità economiche della maggior parte della popolazione; per questa massa di redditi medio-bassi, tuttavia, sono stati previsti vari centri di ricreazione e shopping “che esaltino le culture dei vari Paesi”. La cittadina di Gaoqiao è stata soprannominata “Holland Town”, e dalla foto qui sotto potete ben capire perché.
Il risultato è, quindi, che questi strani edifici quanto mai “fuori luogo” rimangono vuoti e si deteriorano in fretta, complice in questo caso la bassa qualità dei materiali e metodi di costruzione. Non è strano, quindi, che gli unici avventori siano le immancabili coppie di sposini, che vi giungono per immortalare il grande giorno immersi in un ambiente tranquillo e sofisticatamente europeo.
Ma
Holland Town è solo una delle
nove cittadine. Spostiamoci allora a Songjiang, battezzata
anche Thames Town, città sul Tamigi. Nata
nel 2006, è stata pensata come un agglomerato di bassi
edifici e complessi recintati per ospitare circa 10.000 persone, con anche un
Tamigi artificiale, una piazza centrale, cabine telefoniche rosse (che hanno poco
significato per un cinese medio che non ha viaggiato molto) e strade come Oxford
Street, High Street…e anche “Strada dell’Idiota” (Berk Street, forse un crudele scherzo di qualche architetto
inglese). E cosa vi possiamo trovare, se non edifici
in stato d’abbandono ed una alquanto improbabile guardia anglo-cinese…che in realtà
fa da guardia al nulla? Piccola curiosità: le strade di questa ridente cittadina
inglese sono punteggiate da sculture raffiguranti importanti personaggi inglesi,
da Lady Diana a Churchill, passando naturalmente per…Harry Potter.
Oltre
a queste due cittadine, ce n’è una ispirata alla Svezia
(con edifici a basso impatto ambientale e che ospita la fabbrica della Volvo),
una alla Germania (progettata dal figlio dell’architetto nazista Albert Speer,
che ospita la fabbrica della Volkswagen), una alla Spagna, una ispirata ai sobborghi
americani degli anni ’50, un’altra all’Australia, e una, naturalmente,
dedicata all’Italia, di nome Pujiang ( Secondo
l’architetto Harry den Hartog (che ha pubblicato un libro dedicato a queste nuove
città intorno a Shanghai e a come siano alla ricerca di una propria identità intorno
ad una megalopoli sempre in espansione), queste città sono state un fallimento
per una serie di motivi: sono lontane dai centri commerciali e finanziari della
città oltre che mal collegate dai mezzi pubblici, e soprattutto i prezzi sono
risultati proibitivi per i privati cittadini in cerca di una residenza tranquilla;
tutto è andato in pasto alle fauci degli speculatori, e il ritiro dei finanziatori
ha causato la cancellazione del programma nel 2006 (avrebbe dovuto essere completato nel 2020). Queste costruzioni sono esempi tipici di non-luogo, perché non hanno storia né identità, e sono principalmente dedicate al transito o al commercio. La
società Gregotti Associati, che ha sviluppato la zona italiana di Pujiang
(che copre un’area di
Tianjin,
la città dove vivo, va molto orgogliosa delle sue Concessioni straniere, retaggio
di un passato glorioso come crocevia di imponenti commerci
con l’Europa. Queste sono nate come zone sotto controllo dei governi europei tra
il 1895 e il 1900: c’è la concessione giapponese, tedesca, russa, austriaca, belga
e italiana. Quella italiana è una delle più pittoresche e meglio conservate, che
offre stupendi panorami sul fiume Hai He nettamente in contrasto con i grattacieli ultramoderni
che crescono sull’altra sponda. Quando il Partito Comunista è salito al potere,
tuttavia, i commercianti stranieri che vi risiedevano sono stati immediatamente
bollati come “capitalisti”, e le loro proprietà sono state perciò confiscate e
ridistribuite. Una decina di anni fa, comprendendo il potenziale turistico dell’area,
si è deciso di ristrutturarla completamente. Ci avevano visto bene, prevedendo
il boom che avrebbe subito Tianjin. Cercando di valorizzare
l’importanza storica e culturale di quest’area, si sono ricostruite e messe a
lucido le facciate in legno e mattone e i tetti in cotto.
Da
circa un anno Fonti
per le fotografie: CNN GO
|
|
© LiberaMENTE MAGAZINE 25 luglio 2010 HTML
Comment Box is loading comments... |