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Incroci Paralleli
di Elena Refraschini

Si è appena concluso il ciclo di incontri chiamato “Grandi parole dall’antichità ai giorni nostri” ospitato al Teatro Stabile di Genova, il cui titolo quest’anno era “Ebrei e Arabi: incroci paralleli”. L’ideatore dell’iniziativa è stato Carlo Repetti, oggi anche Direttore del teatro: portare sul palco, per questa tredicesima edizione, il patrimonio spirituale, filosofico e letterario di due culture che oggi sono costrette a vivere in un rapporto tragicamente conflittuale.

L’obiettivo, come espresso dal curatore e importante critico Aldo Viganò, è stato quello di fornire nuovi e originali impulsi al dialogo che deve esistere ed essere alimentato.

I titoli dei cinque incontri sono stati:

1) Uomo e donna (11 febbraio)
2) Esodo e Egira (18 febbraio)
3) Angeli e demoni (25 febbraio)
4) Guerra e pace (10 marzo)
5) L’identità e l’altro (18 marzo)

Ognuna di queste serate prevedeva un’introduzione generale fatta da un esperto di formazione culturale araba e uno di ebraica, scelti in base alla disponibilità e all’adesione allo spirito del progetto. In seguito, venivano letti da attori professionisti testi provenienti da entrambe le tradizioni culturali, sia antichi che contemporanei, laici e religiosi; i testi, dato l’argomento molto delicato oltre che vasto, sono stati scelti (conseguentemente al tema) servendosi dell’aiuto di alcuni consulenti e grazie alle conoscenze nella casa editrice Einaudi. I due introduttori, poi, spiegavano e commentavano ogni “blocco” di testi.

Ho avuto l’opportunità di assistere alla serata dal titolo “Guerra e pace”, introdotta da Gad Lerner e Franco Cardini.

Aldo Viganò, Gad Lerner, Franco Cardini

Oltre a vedere quanto gli effetti della guerra siano percepiti come devastanti in entrambe le culture, è stato interessare notare quanto un aspetto della stessa venga esaltata sia nella Bibbia che nel Corano; il primo testo letto (dall’attore Ugo Maria Morosi) è stato il Deuteronomio, capitolo 20. Nella Bibbia ebraica questo è il passo delle “mizvoth”, delle buone azioni, delle obbligazioni dettate da Mosè al popolo ebraico dopo aver, per la seconda volta, comunicato i Dieci Comandamenti. Alcune Bibbie moderne chiamano il passo “Guerra Santa”, perché c’è il riferimento alla guerra che è necessario combattere contro i maschi adulti “infedeli”; cade così lo stereotipo pesato nove secoli che vede il Dio cristiano come sempre misericordioso perché si è “umanizzato”.

Il secondo testo letto è di un politico ebreo vissuto tra il 993 e il 1053, Shemu’èl ha-Naghìd, che mette in evidenza quanto la guerra sembri sempre attraente all’inizio, paragonandola ad una “bella ragazza”, ma di quanto poi diventi come “una vecchia ripugnante, i cui corteggiatori tutti piangono di dolore”. Il terzo testo, forse uno dei più toccanti grazie alla brillante interpretazione di Morosi, è di un poeta ebraico contemporaneo, Amir Ghilbòa, che evidenzia il senso di impotenza di fronte ai traumi che un conflitto lascia, il senso di vuoto, di disperazione silenziosa (“E mio fratello taceva”). Un altro testo molto toccante è stato quello di Abraham B. Yehoshua, “All’inizio dell’estate del 1970”: ancora una riflessione sullo sconcerto, sul vuoto, sull’impotenza dell’individuo di fronte alla tragedia.

Il Teatro Stabile di Genova

Anche nei testi arabi si avverte lo stesso senso di tragedia, come nel dialogo scritto dal drammaturgo siriano Sa’dallah Wannus tratto da “Memorie Siriane” e letto per noi da entrambi gli attori, Morosi e Anna Bonaiuto; si avverte in questo anche un accenno di combattività, esemplarmente riassunto nelle parole della donna, Al-Fàri’a: “Nelle nostre condizioni, rassegnarsi vuol dire morire, e noi non vogliamo morire”.

Si è cercato, insomma, di far trasparire dai testi che nonostante la drammaticità che ci viene mostrata nella cronaca di tutti i giorni, queste due culture hanno molti punti in comune: di certo l’obiettivo non può essere né è quello di influenzare le vicende politiche, ma è di vitale importanza distruggere certi muri fondati su luoghi comuni per fare sì che il dialogo possa davvero avvenire in modo puro ed incontaminato.

E forse il successo dell’iniziativa è specchio della buona volontà che c’è in questo senso, sia da parte di esperti del settore che di semplici spettatori: sia Gad Lerner che il curatore Aldo Vigano, con i quali ho avuto l'oppurtunità di parlare telefonicamente, si sono detti estremamente soddisfatti dell’affluenza di pubblico, talmente sostenuta che ha riempito tutti i posti disponibili; Vigano stesso ha ammesso che aveva concepito quest’iniziativa come “intrattenimento di nicchia”, che difficilmente (non per il livello di interesse, quando per la difficoltà della materia trattata) avrebbe attirato un largo pubblico: è stato invece molto sorpreso alla vista, persino, di molti liceali che, nelle sue parole, non hanno disturbato la visione con gli invadenti display luminosi dei telefoni cellulari – direi che anche questo è indicativo dell’interesse suscitato dal tema e dagli incontri.


© LiberaMENTE MAGAZINE 23 marzo 2008