torna all'indice
Integrazione o Esclusione?
di Giulio Paolicchi

“In principio era il verbo”. In principio, è SEMPRE il verbo, la parola, il linguaggio: depositario e veicolo, fattore promozionale, della cultura ma, al tempo stesso, anche produttore di cultura. La cultura si riflette interamente nel linguaggio -nel senso che lo genera- ed esso, a sua volta, la determina: una relazione reciproca e di tipo circolare che è il vero segno distintivo dell’uomo rispetto a tutti gli altri esseri viventi, con buona pace di chi ha pensato di capire qualcosa di più sul comportamento umano osservando i ratti da laboratorio o le scimmie. Ove si diano comunicazioni e scambi linguistici si danno scambi e creazioni culturali giacché la cultura esprime il complesso (1) delle produzioni linguistiche, religiose, artistico/creative, normative e matrimoniali/familiari, (2) dei bisogni e delle esperienze materiali e spirituali (3) delle caratteristiche ambientali (4) delle relazioni fra questi ultimi due fattori, che fonda ed organizza, in altre parole, che dà un senso, alla vita quotidiana (usi, costumi, abitudini) di un gruppo sociale. La cultura è così, innanzitutto, insieme di significati profondi ed intimamente coerenti e, al contempo, attribuzione degli stessi attraverso la comunicazione.

Date queste premesse -dalle maggiori scuole di antropologia- che finalmente restituivano dignità a tutte le culture, da quelle “maori" a quelle occidentali, per qualche decennio si è dunque pensato che l’etnocentrismo (cioè la tendenza a vedere e giudicare le altre culture attraverso gli “occhiali” della nostra) fosse definitivamente tramontato e che con esso fosse venuto meno anche il conseguente “assolutismo” culturale che per secoli ha alimentato conflitti di ogni genere: fino al giorno in cui, in verità dopo avere sorvolato su un numero sempre crescente di piccoli episodi giudicati senza importanza, ci siamo accorti -come in un brusco risveglio- che quanto più il mondo si “globalizzava”, (ossia, quanto più le comunicazioni avevano “la possibilità di viaggiare indipendentemente da chi le emana” (1), quanto maggiore era “l’emancipazione del flusso di informazioni dal movimento dei corpi” (2), quanto più numerosi -infine- diventavano i mezzi di trasporto superpotenti e superveloci che recapitavano in ogni paese “persone la cui estraneità costituiva un’informazione distinta ed in conflitto” (3) con la conoscenza disponibile all’interno) sempre meno gli esseri umani sembravano disposti ad aprirsi alla comprensione e tantomeno all’accoglienza dell’altro.

Possibile mai, viene dunque da chiedersi, che gli uomini e le donne di oggi dinanzi alla totale libertà offerta da un mondo (teoricamente) senza più confini e (teoricamente) tanto “inclusivo”, non trovino di meglio che volgere la testa all’indietro, verso gli insormontabili muri che un tempo suddividevano senza scampo l’umanità? Possibile che l’unica risposta all’interdipendenza globale sia l’idealizzazione di una specie di nuova Arcadia in formato reclusorio dalla quale deve essere tenuto fuori ogni “estraneo”? Alcuni addetti ai lavori (fra i quali Ilvo Diamanti, per esempio, con un paio di articoli comparsi nei giorni immediatamente successivi alle ultime elezioni politiche su “La Repubblica”) attribuiscono questa tendenza, ormai più che accertata perfino nelle sue versioni più retrive, alla scomparsa delle comunità, cioè alla polverizzazione del vero tessuto connettivo delle società, che lascerebbe i cittadini soli e senza coesione, ridotti a banali nodi delle reti di comunicazione impersonale (a questo sono infatti ridotte le società) che sezionano il globo e questo sarebbe il motivo anche del diffuso senso di insicurezza generalmente percepito di cui abbiamo già scritto. Perché una cosa è la comunità ed un’altra è la società: la prima si fonda su un comune e spontaneo sentire (infatti è generalmente piuttosto piccola), la seconda (che riunisce più comunità) sorge attraverso un processo di consenso ossia una negoziazione -più o meno tortuosa- intorno ai valori da condividere, la prima è immediata, la seconda decisamente mediata. D’altra parte la vita degli esseri umani è un punto instabile che si sposta continuamente nello spazio “civile” compreso fra la massima libertà (senza sicurezza) e la massima insicurezza (senza libertà): così la comunità “tradizionale” offriva più sicurezza che libertà rispetto alla nostra società contemporanea che, al contrario, garantisce maggiore libertà ma un po’ meno certezze (sicurezze).

Sicché, se le cose stanno in questi termini, come io credo, è facile comprendere perché da qualche anno a questa parte, nonostante il moltiplicarsi degli studi sul tema e delle campagne anti-xenofobe, parlare di dialogo interculturale sia così difficile ed impopolare; è probabile, anzi, che la massiccia opera di promozione dell’accoglienza dipenda proprio dalle dimostrazioni sempre più frequenti ed evidenti della crescente ostilità verso “l’altro”. La parola d’ordine che abbiamo sentito più spesso in questi ultimi anni a proposito di confronto interculturale, è stata “integrazione” e non è certo un caso che sia stata scelta proprio quella fra le tante disponibili: giacché esprime il punto di vista del “soggetto integrante” ossia del portatore del complesso di valori socialmente dominanti ai quali il “soggetto da integrare” si dovrà omologare. In altre parole, l’integrazione è un processo di rinuncia identitaria proprio sul piano più profondo, quello culturale ed in quanto tale, solitamente, non può essere né pacifica né facile né breve e alla fine si è capito che usare un altro termine (ovvero cambiare la prospettiva) avrebbe facilitato almeno l’approccio; dunque l’ultima conquista terminologica e concettuale è il “dialogo interculturale”, che promette esiti quanto mai incerti ma, almeno, attribuisce ai soggetti in gioco pari dignità. Va da sé che anche quest’idea troverà, anzi, ha già trovato, ad ogni tentativo di traduzione pratica, millanta difficoltà e sospetti: c’è chi parla di eccesso di relativismo indicando il rischio di polverizzazione di culture comunitarie consolidate, chi parla di una “società arlecchino”, un patchwork di tanti pezzi di pensiero giustapposti che non troveranno mai una sintesi condivisa ma solo caos e così via.

In questo senso sono arcinoti esempi ormai divenuti classici, fra i quali l’uso islamico dello “yashmak” (il velo che copre il viso delle donne in obbedienza alla legge dello “hijab” -il nascondimento- applicata alla “purdah” -il divieto fatto ai maschi di vedere corpo e/o volto femminili- (4)) da parte delle donne musulmane che vivono nei paesi occidentali e che contrasterebbe in maniera inconciliabile con il principio giuridico della riconoscibilità diretta e immediata della persona (in Italia ci sono decine di leggi che sanciscono l’obbligo dei cittadini di permettere l’accertamento della propria identità vietando veli, copricapi, caschi e quanto possa impedirlo). Tuttavia vi sono casi ancora più spinosi, che come un coltello incidono direttamente nel nostro corredo morale (prodotto e contenitore eminentemente culturale): potremo mai “relativizzare” eventi come l’assassinio di Hina Saleem, commesso dal padre ed altri familiari, solo perché la ragazza aveva scelto (semplifichiamo) di vivere “all’occidentale”? Sarebbe mai ammissibile, pur in un paese come il nostro la cui legislazione ha contemplato aberranti figure giuridiche quali “il delitto d’onore” come attenuante e lo stupro come “reato contro la morale”, sopprimere una persona per una abiura culturale? Se il tema è il “dialogo interculturale” occorre sapere anche quali temi possono ragionevolmente essere oggetto di dialogo senza suscitare chiusure insuperabili.

Questioni delicatissime e difficilissime, dunque, quelle relative alla “diversità”, che tuttavia non possono essere eluse o disconosciute o denegate, per il seguente motivo: se è vero come è vero che ogni processo traguarda di per sé un punto di arrivo, una “ricaduta”, insomma, che prelude ad una “risoluzione”, suppongo che il dialogo interculturale dovrebbe avere come esito ultimo non già l’integrazione culturale bensì la “inclusione” (è un salto qualitativo di tipo concettuale che è già stato affrontato e sancito, pur se nel campo dei “bisogni personali” materiali, trattando la questione della disabilità nelle scuole (5)), cioè la possibilità di un ambiente sociale che sia in grado di rispondere, in quanto “inclusi” ovvero “non preclusi”, a bisogni e stimoli culturali, se non di ogni tipo, anche molto diversi da quelli che lo hanno fondato. Certo, possono essere solo belle parole (dicevo che in principio è il verbo ma quando il discorso diventa di complicata riduzione pratica, il verbo finisce per resistere pervicacemente, non ce la fa a diventare un “fatto”) però in molte città, anche piccole, prendo un caso qualsiasi, le macellerie musulmane non sono più un particolare emergente ma una presenza normale e così io penso che potrebbe essere per molti altri casi solo che il dialogo, difficile o conflittuale quanto si vuole, non venga mai interrotto.

Trovo che il concetto di “inclusione” abbia rappresentato un modo geniale di inquadrare il problema dell’affrontamento della diversità ma sta alla fine di un percorso che non può essere in alcun modo evitato, appunto il “dialogo interculturale”, e del quale non è opportuno né utile nascondersi le mille scoraggianti scabrosità e presunte incompatibilità: pretendere che ognuno “veda” il vicino di casa pakistano o maghrebino come uguale in quanto essere umano è molto suggestivo ma mi pare un pessimo esercizio di retorica “missionario-cristiana” socialmente del tutto infecondo, utilizzare invece la categoria della diversità per quel che è (ossia una semplice “interpretazione” personale però con corposi effetti reali) senza evitare il confronto, mi sembra molto più realistico ed è assai probabile che iniziando da questa consapevolezza minima si possa andare un po’ più lontano. Più semplicemente, voglio dire che se, pur riconoscendo (anche con qualche prurigine, perché no?) la profonda differenza che c’è in termini culturali fra noi e il lavavetri slavo al semaforo sotto casa, riuscissimo anche a capire che la nostra vita dopo l’ordinanza comunale “anti-lavavetri” non è cambiata di una virgola, saremmo sulla buona strada.

 

(1) Zygmunt Baumann, Voglia di comunità, Laterza Bari, 2007
(2) ibidem
(3) ibidem
(4) Wikipedia, voci citate
(5) Mirella Zanobini, Maria Carmen Usai, Psicologia della disabilità e della riabilitazione: i soggetti, le relazioni, i contesti in prospettiva evolutiva, Franco Angeli Milano, 2005


© LiberaMENTE MAGAZINE 1 giugno 2008