“In principio era il verbo”. In
principio, è SEMPRE il verbo, la parola, il linguaggio: depositario e veicolo,
fattore promozionale, della cultura ma, al tempo stesso, anche produttore di cultura.
La cultura si riflette interamente nel linguaggio -nel senso che lo genera- ed
esso, a sua volta, la determina: una relazione reciproca e di tipo circolare che
è il vero segno distintivo dell’uomo rispetto a tutti gli altri esseri viventi,
con buona pace di chi ha pensato di capire qualcosa di più sul comportamento umano
osservando i ratti da laboratorio o le scimmie. Ove si diano comunicazioni e scambi
linguistici si danno scambi e creazioni culturali giacché la cultura esprime il
complesso (1) delle produzioni linguistiche, religiose, artistico/creative, normative
e matrimoniali/familiari, (2) dei bisogni e delle esperienze materiali e spirituali
(3) delle caratteristiche ambientali (4) delle relazioni fra questi ultimi due
fattori, che fonda ed organizza, in altre parole, che dà un senso, alla vita quotidiana
(usi, costumi, abitudini) di un gruppo sociale. La cultura è così, innanzitutto,
insieme di significati profondi ed intimamente coerenti e, al contempo, attribuzione
degli stessi attraverso la comunicazione.
Date
queste premesse -dalle maggiori scuole di antropologia- che finalmente restituivano
dignità a tutte le culture, da quelle “maori" a
quelle occidentali, per qualche decennio si è dunque pensato che l’etnocentrismo
(cioè la tendenza a vedere e giudicare le altre culture attraverso gli “occhiali”
della nostra) fosse definitivamente tramontato e che con esso fosse venuto meno anche il conseguente “assolutismo” culturale
che per secoli ha alimentato conflitti di ogni genere: fino al giorno in cui,
in verità dopo avere sorvolato su un numero sempre crescente di piccoli episodi
giudicati senza importanza, ci siamo accorti -come in un brusco risveglio- che
quanto più il mondo si “globalizzava”, (ossia, quanto
più le comunicazioni avevano “la possibilità di viaggiare indipendentemente da
chi le emana” (1), quanto maggiore era “l’emancipazione del flusso di informazioni
dal movimento dei corpi” (2), quanto più numerosi -infine- diventavano i mezzi
di trasporto superpotenti e superveloci che recapitavano in ogni paese “persone
la cui estraneità costituiva un’informazione distinta ed in conflitto” (3) con
la conoscenza disponibile all’interno) sempre meno gli esseri umani sembravano
disposti ad aprirsi alla comprensione e tantomeno all’accoglienza
dell’altro.
Possibile mai, viene
dunque da chiedersi, che gli uomini e le donne di oggi dinanzi alla totale libertà
offerta da un mondo (teoricamente) senza più confini e (teoricamente) tanto “inclusivo”,
non trovino di meglio che volgere la testa all’indietro, verso gli insormontabili
muri che un tempo suddividevano senza scampo l’umanità? Possibile che l’unica
risposta all’interdipendenza globale sia l’idealizzazione di una specie di nuova
Arcadia in formato reclusorio dalla quale deve essere tenuto fuori ogni “estraneo”?
Alcuni addetti ai lavori (fra i quali Ilvo Diamanti, per esempio, con un paio
di articoli comparsi nei giorni immediatamente successivi alle ultime elezioni
politiche su “La Repubblica”) attribuiscono questa tendenza, ormai più che accertata
perfino nelle sue versioni più retrive, alla scomparsa delle comunità, cioè alla
polverizzazione del vero tessuto connettivo delle società, che lascerebbe i cittadini
soli e senza coesione, ridotti a banali nodi delle reti di comunicazione impersonale
(a questo sono infatti ridotte le società) che sezionano
il globo e questo sarebbe il motivo anche del diffuso senso di insicurezza generalmente
percepito di cui abbiamo già scritto. Perché una cosa è la comunità ed un’altra
è la società: la prima si fonda su un comune e spontaneo sentire (infatti
è generalmente piuttosto piccola), la seconda (che riunisce più comunità) sorge
attraverso un processo di consenso ossia una negoziazione -più o meno tortuosa-
intorno ai valori da condividere, la prima è immediata, la seconda decisamente
mediata. D’altra parte la vita degli esseri umani è un punto instabile che si
sposta continuamente nello spazio “civile” compreso fra la massima libertà (senza
sicurezza) e la massima insicurezza (senza libertà): così la comunità “tradizionale”
offriva più sicurezza che libertà rispetto alla nostra società contemporanea che,
al contrario, garantisce maggiore libertà ma un po’ meno certezze (sicurezze).
Sicché,
se le cose stanno in questi termini, come io credo, è facile comprendere perché
da qualche anno a questa parte, nonostante il moltiplicarsi degli studi sul tema
e delle campagne anti-xenofobe, parlare di dialogo interculturale sia così difficile
ed impopolare; è probabile, anzi, che la massiccia opera di promozione dell’accoglienza
dipenda proprio dalle dimostrazioni sempre più frequenti ed evidenti della crescente
ostilità verso “l’altro”. La parola d’ordine che abbiamo sentito più spesso in
questi ultimi anni a proposito di confronto interculturale, è stata “integrazione”
e non è certo un caso che sia stata scelta proprio quella fra le tante disponibili:
giacché esprime il punto di vista del “soggetto integrante” ossia del portatore
del complesso di valori socialmente dominanti ai quali il “soggetto da integrare”
si dovrà omologare. In altre parole, l’integrazione è un processo di rinuncia
identitaria proprio sul piano più profondo, quello culturale
ed in quanto tale, solitamente, non può essere né pacifica né facile né breve
e alla fine si è capito che usare un altro termine (ovvero cambiare la prospettiva)
avrebbe facilitato almeno l’approccio; dunque l’ultima conquista terminologica
e concettuale è il “dialogo interculturale”, che promette esiti quanto mai incerti
ma, almeno, attribuisce ai soggetti in gioco pari dignità. Va da sé che anche
quest’idea troverà, anzi, ha già trovato, ad ogni tentativo di traduzione pratica,
millanta difficoltà e sospetti: c’è chi parla di eccesso di relativismo indicando
il rischio di polverizzazione di culture comunitarie consolidate, chi parla di
una “società arlecchino”, un patchwork di tanti pezzi
di pensiero giustapposti che non troveranno mai una sintesi condivisa ma solo
caos e così via.
In
questo senso sono arcinoti esempi ormai divenuti classici, fra i quali l’uso islamico
dello “yashmak” (il velo che copre il viso delle donne in obbedienza
alla legge dello “hijab” -il nascondimento- applicata
alla “purdah” -il divieto fatto ai maschi di vedere
corpo e/o volto femminili- (4)) da parte delle donne
musulmane che vivono nei paesi occidentali e che contrasterebbe in maniera inconciliabile
con il principio giuridico della riconoscibilità diretta e immediata della persona (in Italia
ci sono decine di leggi che sanciscono l’obbligo dei cittadini di permettere l’accertamento
della propria identità vietando veli, copricapi, caschi e quanto possa impedirlo). Tuttavia vi sono
casi ancora più spinosi, che come un coltello incidono direttamente nel nostro
corredo morale (prodotto e contenitore eminentemente culturale): potremo mai “relativizzare”
eventi come l’assassinio di Hina Saleem, commesso dal padre ed altri familiari,
solo perché la ragazza aveva scelto (semplifichiamo) di vivere “all’occidentale”?
Sarebbe mai ammissibile, pur in un paese come il nostro la cui legislazione ha
contemplato aberranti figure giuridiche quali “il delitto d’onore” come attenuante
e lo stupro come “reato contro la morale”, sopprimere una persona per una
abiura culturale? Se il tema è il “dialogo interculturale” occorre sapere
anche quali temi possono ragionevolmente essere oggetto di dialogo senza suscitare
chiusure insuperabili.
Questioni
delicatissime e difficilissime, dunque, quelle relative alla “diversità”, che
tuttavia non possono essere eluse o disconosciute o denegate, per il seguente
motivo: se è vero come è vero che ogni processo traguarda di per sé un punto di
arrivo, una “ricaduta”, insomma, che prelude ad una “risoluzione”, suppongo che
il dialogo interculturale dovrebbe avere come esito ultimo non già l’integrazione
culturale bensì la “inclusione” (è un salto qualitativo di tipo concettuale che
è già stato affrontato e sancito, pur se nel campo dei “bisogni personali” materiali,
trattando la questione della disabilità nelle scuole (5)), cioè la possibilità di un ambiente sociale che sia in grado
di rispondere, in quanto “inclusi” ovvero “non preclusi”, a bisogni e stimoli
culturali, se non di ogni tipo, anche molto diversi da quelli che lo hanno fondato.
Certo, possono essere solo belle parole (dicevo che in principio è il verbo ma
quando il discorso diventa di complicata riduzione pratica, il verbo finisce per
resistere pervicacemente, non ce la fa a diventare un “fatto”) però in molte città,
anche piccole, prendo un caso qualsiasi, le macellerie musulmane non sono più
un particolare emergente ma una presenza normale e così io penso che potrebbe
essere per molti altri casi solo che il dialogo, difficile o conflittuale quanto
si vuole, non venga mai interrotto.
Trovo
che il concetto di “inclusione” abbia rappresentato un modo geniale di inquadrare
il problema dell’affrontamento della diversità ma sta
alla fine di un percorso che non può essere in alcun modo evitato, appunto il
“dialogo interculturale”, e del quale non è opportuno né utile nascondersi le
mille scoraggianti scabrosità e presunte incompatibilità: pretendere che ognuno
“veda” il vicino di casa pakistano o maghrebino come
uguale in quanto essere umano è molto suggestivo ma mi pare un pessimo esercizio
di retorica “missionario-cristiana” socialmente del tutto infecondo, utilizzare
invece la categoria della diversità per quel che è (ossia una semplice “interpretazione”
personale però con corposi effetti reali) senza evitare il confronto, mi sembra
molto più realistico ed è assai probabile che iniziando da questa consapevolezza
minima si possa andare un po’ più lontano. Più semplicemente, voglio dire che
se, pur riconoscendo (anche con qualche prurigine, perché no?) la profonda differenza
che c’è in termini culturali fra noi e il lavavetri slavo al semaforo sotto casa,
riuscissimo anche a capire che la nostra vita dopo l’ordinanza comunale “anti-lavavetri”
non è cambiata di una virgola, saremmo sulla buona strada.
(1)
Zygmunt Baumann, Voglia di comunità,
Laterza Bari, 2007
(2) ibidem
(3)
ibidem
(4) Wikipedia, voci citate
(5) Mirella
Zanobini, Maria Carmen Usai, Psicologia della disabilità
e della riabilitazione: i soggetti, le relazioni, i contesti in prospettiva evolutiva,
Franco Angeli Milano, 2005