| Io ho Paura |
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| di Bruna
Taravello |
| Sconvolgimenti climatici, esaurimento delle riserve petrolifere ed energetiche, flussi migratori incontrollati ed in continua espansione. Poi: accentramento delle ricchezze nelle mani di un numero sempre più esiguo di popoli, armi di distruzione di massa a disposizione di paesi politicamente instabili ed economicamente ricattabili. E ancora: crisi alimentare dovuta al progressivo depauperamento delle coltivazioni tradizionali per far posto ad intensive coltivazioni di cereali e frumento destinati all’esportazione: a fronte di pochi eletti che aumentano il proprio consumo di carne, intere popolazioni sono flagellate da carestie di cui i nostri media non parlano o trattano marginalmente. Carestie che, oltre a sterminare milioni di persone, convinceranno altrettanti a fuggire dai paesi di origine. Le pessime condizioni economiche di molti stati fanno sì che gli integralismi religiosi trovino sempre nuovi e più disperati seguaci: il modello occidentale o si sogna o si distrugge, così il terrorismo incombe praticamente su ogni parte del mondo come la microcriminalità, che sempre più spesso sfocia nella cronaca nera per i tragici epiloghi di rapine e violenze. Una volta illustrato questo quadro esemplificativo e non esaustivo delle minacce che ogni giorno ci vengono ricordate, profetizzate o sbattute in faccia, sembra che parlare di insicurezza “percepita” e non reale, sia poco più di una battuta. Tutte le polemiche di questi giorni sulla destra che ha cavalcato (come già fece Sarkozy in Francia) la paura sembrano sterili se riflettiamo su quale polveriera siamo seduti. Ma già Orwell in 1984 rifletteva sulla paura come potente strumento di persuasione politica, e su questo sentimento ha fatto leva anche G.Bush nell’ultima corsa presidenziale. Eppure non di questi fatti si è nutrita la campagna elettorale in Italia né il dibattito che ne sta seguendo: la gente ritiene di vivere in una società insicura perché teme più lo zingaro della fame in Africa, pensa di essere esposta al concreto rischio di una rapina in casa piuttosto che ad un attentato terroristico. Ma gli uni sono figli degli
altri, e cercando di esorcizzare il timore di qualcosa che in realtà non si riesce
neanche bene a definire ci si chiude in casa, si blindano porte e finestre, si
incolpa di tutto chi ci appare marginale. Nessuna società ha mai investito così
tanto nella sicurezza come la nostra: gli organismi di controllo, monitoraggio
e prevenzione del crimine sembrano sempre più sofisticati, però noi ci sentiamo
sempre più indifesi di fronte al crimine, e proprio di fronte al “piccolo crimine”,
quello che spesso ci appare politicamente più sfruttato e socialmente meno combattuto,
contro il quale si invocano misure severe e pugno di ferro. Contemporaneamente
i governi silenziosamente tagliano i fondi destinati alla sicurezza sociale o
non li adeguano alle nuove esigenze; mentre nuovi decreti si pubblicizzano su
ogni canale si tace sul fatto che le carceri sono strapiene e stanno, in ogni
paese occidentale, scoppiando. Questa pare anzi essere la misura della nostra
schizofrenia sociale: prigioni che diventano sempre più ingombranti e strategiche,
trasformati in monoliti che sopperiscono alla mancanza di altri ammortizzatori
sociali tagliati drasticamente dall’ansia da bilancio in attivo. In Gran Bretagna
le carceri sono state anche privatizzate ( i “clienti” sono passati da Questo
per noi può essere un fenomeno piuttosto recente ma negli
States già ai tempi di Reagan si assistette a quella che per molti non era che
la che la naturale conseguenza di un sistema basato sul consumo, e sull’essere
qualcuno solo in quanto consumatore. Di più: si può dire che la società necessità
di persone che, rifiutandosi di sgobbare tutta la vita per portare a casa solo
il necessario per vivere, e sentendo come tutti la sollecitazione del messaggio ad avere in modo illimitato,
si trasformano in potenziali emarginati da temere e allontanare. In questo modo
diventano simboli (e per molti un monito) a stringere i denti sopportando ritmi
di vita stressanti ed insensati pur di non finire nello stesso modo. In psicanalisi
la paura di qualcosa di esterno a noi è la proiezione di una nostra ambivalenza:
il timore del povero, del rom è la nostra paura di non
avere abbastanza, di perdere prestigio diventando cosi a nostra volta dei rifiutati.
Come tanti Vittorio Alfieri ci ribelliamo contro limitazioni
della libertà e sistemi oppressivi senza vedere che dentro di noi ci sono i nostri
più grandi vincoli; così la paura della
malvagità esterna che in realtà è dentro di noi, ci rende disposti a tutto pur
di non perdere il poco, o tanto, che abbiamo. I quotidiani e ancora di più la
televisione enfatizzano questa ricerca di sicurezza: temendo di perdere audience
se non strillando di emergenze, drammi, sangue e terrore diventano complici, a
volte inconsapevoli, a volte no, di chi vuole alimentare la nostra sindrome.
Barbara
Spinelli – Il villaggio della paura- La Stampa 28/4/08 |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 18 maggio 2008 |