Sembrerebbe
naturale pensare che un uragano, con la sua forza devastatrice, si abbatta e passi
attraverso una città livellandone gran parte dei contrasti economici, sociali
e razziali. E’ razionale, invece, constatare che così non è, prendendo come esempio
l’uragano Katrina abbattutosi sulla zona del Golfo del Messico nell’agosto 2005.
Una
delle città più colpite, che divenne poi simbolo dell’intero disastro, è New Orleans,
capitale della Louisiana.
La città, in origine parte di una colonia francese,
era uno dei più grandi centri portuali dei neonati Stati Uniti, luogo di scambio
della più grande varietà di merci, tra cui una delle più lucrative: gli schiavi.
Questi, che venivano poi smistati nelle zone rurali del
Sud, spesso e volentieri si affrancavano, arrivando a possedere proprio a New
Orleans alcune piccole imprese. Si spiega così l’odierna composizione demografica
della città, che presenta una percentuale del 67,25% di popolazione afroamericana
(dati del 2000), così cruciale per la cultura della città.
Soltanto
nella terza settimana di Agosto i meteorologi
si accorgono di una grande corrente d’aria e acqua che si muove
lentamente dalla costa Occidentale dell’Africa, attraversando l’Atlantico e invigorendosi
con le acque calde delle Bahamas. Il 24 agosto, il National Hurricane
Center la dichiara tempesta tropicale, assegnandole il prossimo nome disponibile
nella lista: Katrina. Il 25 agosto diventa uragano e durante la sera colpisce
il Sud della Florida. Mentre è sulla terraferma l’uragano si indebolisce, ma appena
torna sulle acque del Golfo del Messico diventa ancora più forte.
Intanto,
il 27 Agosto il sindaco di New Orleans Ray Nagin
e il governatore della Louisiana Kathleen Blanco tengono una conferenza stampa consigliando a tutti
i residenti di evacuare, senza rendere il suggerimento un obbligo. Durante la
sera Max Mayfield, del National Hurricane
Center, chiama il sindaco informandolo dell’eccezionale serietà della situazione
(è soltanto la seconda volta che chiama un politico per questo motivo); il giorno
seguente, Nagin rende l’evacuazione obbligatoria. C’è
soltanto un piccolo problema: gli oltre centomila residenti poveri della città
non hanno accesso ai mezzi di trasporto; il piano d’emergenza della città prevede
che venga organizzata una rete di pullman che effettui
l’evacuazione. Ma questa rete non viene mai attivata, e dalle 20.000 alle 25.000 persone sono
costrette a rimanere nella propria abitazione.
Nonostante sia stato classificato
come uragano di categoria 5 (la maggiore possibile, nonché
l’uragano più forte mai abbattutosi sul suolo americano), quando Katrina colpisce
New Orleans alle 6.10 di mattina del 29 Agosto è di categoria 3; verso mezzogiorno
il peggio è già passato, la tempesta si sposta sul Mississippi.
Ma se la forza
dell’uragano è stata anche minore del previsto, cosa ha creato il disastro?
New
Orleans è situata qualche metro sotto il livello del mare: si sono rotti gli argini
in più di venti punti in diversi canali sparsi per la città, allagando oltre l’80%
della sua superficie.
Dopo il gravissimo uragano Betsy del 1965, il Congresso passò l’atto per il controllo
degli allagamenti, il quale prevedeva con mandato federale che venissero progettati e costruiti degli strumenti di protezione
dagli allagamenti, esclusivamente da parte del “US Army Corps of Engeneers”,
in tutta l’area metropolitana di New Orleans; si calcolò che il progetto avrebbe
necessitato di tredici anni per essere portato a compimento. Nel 2005, quando
arrivò Katrina, è stato calcolato che si era dal 60 al 90 % del processo di costruzione, il quale sarebbe stato ultimato
nel 2015; cinquant’anni dopo aver ottenuto l’autorizzazione!
Viene designato
un luogo come rifugio d’emergenza, il Superdome (un grande stadio), a causa della
sua capacità di resistere a venti di oltre 230 km/h e ad acque di 10 metri di livello. In poco
tempo la struttura è sovraffollata, la gente si accalca anche fuori dalle sue porte, mancano i medicinali e qualsiasi basilare
norma igienica, anche per colpa del caldo soffocante che colpisce la regione durante
l’estate (e che sarà una maledizione se si considera il facile e rapido deterioramento
del poco cibo disponibile in quelle condizioni).
Nei giorni seguenti, i cadaveri
galleggiano sull’acqua o giacciono per terra sfamando topi, e ancora non sono
stati organizzati mezzi dalla FEMA (l’agenzia federale per la gestione delle emergenze)
per raccoglierli; in tutto questo caos, però, alcuni altolocati dell’elite cittadina
sono riusciti ad evacuare grazie ad elicotteri predisposti ad
hoc, oltre ad ottenere la sorveglianza della polizia sulle loro proprietà rimaste
incustodite. La natura colpisce tutti ugualmente, ma c’è chi riesce a salvarsi
e chi no.
Già durante l’uragano Betsy erano girate voci che affermavano che gli argini erano
stati bombardati apposta per allagare il quartiere popolare del Lower Ninth Ward
e per salvare zone residenziali più costose come Lakefront;
non si è mai investigato sul fatto, e non è mai stato né smentito né confermato.
Anche
nel 2005, il Lower Ninth Ward
e St. Bernard Parish sono
stati i quartieri più duramente colpiti, lasciando diecimila persone nel rischio
di annegamento; e successivamente, se sono sopravvissuti, lasciandole senza casa
e soltanto con il ricordo della loro vita precedente.
Un
rapporto del 2006 stima che siano quasi millecinquecento le vittime dell’uragano
Katrina; ci sono state sei morti confermate al Superdome
(4 naturali, una overdose, un suicidio) e quattro al Convention Center (adibito
a luogo di rifugio dopo il sovraffollamento del Superdome).
Dopo la tempesta,
venticinquemila persone si sono ritrovate in strada; i più vulnerabili: anziani
e malati. Nessuna medicina disponibile, ospedali ancora non operanti. Corrono
tutti al Superdome e al Convention Center, dove sperano di poter
ricevere qualche cura. Ma persino i medici non sanno come aiutare la popolazione,
senza i minimi strumenti di base; ci si affiderà agli aiuti della FEMA o ad iniziative
individuali. E’ nota la polemica sugli aiuti giunti in ritardo, come se non bastasse
la rottura degli argini che non sarebbe dovuta avvenire. E’ noto che moltissime
persone vivevano ancora nelle roulotte della FEMA, un
anno dopo il disastro.
E nell’ultimo anno è infuriata la polemica sulla ricostruzione.
Quando
il governo ha votato per decidere il denaro da spendere per i soccorsi, è stato
stabilito che la metà di questi fondi sarebbero dovuti andare a programmi a favore
di residenti non abbienti.
Ma il Mississippi (uno degli Stati più devastati
dall’uragano), per esempio, il cui governatore Haley Barbour è un ex membro del
Comitato Nazionale Repubblicano, è l’unico stato ad aver chiesto e ottenuto l’esonero
da quella norma a favore dei cittadini poveri: ha speso 1,7 miliardi di fondi
federali in programmi che hanno beneficiato principalmente grandi business e individui
altolocati; soltanto 167 milioni, cioè meno del 10%, sono stati spesi per i cittadini
poveri, i quali in Mississippi sono molto spesso afroamericani (dati del
New York Times).
Intanto,
a New Orleans si combatte perché non venga distrutta
l’importante tradizione afroamericana che ha fatto della città la sua roccaforte,
e per cui essa è tanto famosa. La maggior parte dei piani di ricostruzione prevedevano
quartieri residenziali costosi, costringendo chi non può permetterselo a vivere
in ghetti ancora più esterni alla città; grazie ad iniziative private e pubbliche,
ci si sta battendo perché anche i cittadini meno abbienti possano avere un alloggio
degno di tale nome, evitando, grazie ad una pianificazione diversa della città,
la ghettizzazione, e il correlato alto tasso di criminalità (che a New Orleans
è dieci volte la media nazionale, rendendola città molto più
pericolosa di Los Angeles o New York).