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La Promessa dell'Assassino
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di Simone Maldino
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Genere: Thriller, Drammatico Ancora una volta la distribuzione di casa nostra va a modificare il senso stesso di un titolo. La pellicola di Cronenberg è, infatti, giunta da noi come La Promessa dell'Assassino, che snatura completamente il significato dell'originale, Eastern Promises. Ma si tratta di imperfezioni, cui siamo fin troppo abituati… Nella Londra dei giorni nostri una ragazza russa, di 14 anni, muore in ospedale dando alla luce una bambina. Anna (Naomi Watts) l'infermiera di origini russe che l'ha messa al mondo, decide di cercare i parenti della giovane. Si troverà immischiata nel giro della mafia russa, visto che la madre della piccola altro non era che una baby prostituta “appartenente” a quel mondo. A capo della fazione londinese vi è Seymon (Armin Mueller-Stahl) in apparenza gestore di un ristorante, ma in verità potente “padrino” a capo di numerosi traffici illeciti. Suo figlio Kirill (Vincent Cassel) è un ubriacone violento e immaturo, che ha alle sue dipendenze l'amico siberiano Nikolai (Viggo Mortensen), autista e becchino dell'organizzazione. Tra intrighi e tradimenti, omicidi e violenza, si dipana una storia di grande impatto emotivo. Violento, oscuro,
indagatore dell'anima, il nuovo capolavoro di Cronenberg è uno
splendido, raffinato apologo sul mondo crudele, che vede persone
imprigionate all'interno di un ruolo non voluto, seguito ideale
del precedente “History of Violence” (2005), non a caso interpretato
dallo stesso Viggo Mortensen. I personaggi sono
tutti ottimamente caratterizzati, a cominciare da Nikolai, cui
Mortensen regala anima e corpo in maniera strepitosa. A quasi
50 anni Viggo mostra una forma fisica impeccabile, con un corpo
nervoso e muscoloso, reso ancor più massiccio da enormi tatuaggi,
marchio di riconoscimento della mafia russa. E non è un caso se
la scena più “chiacchierata” del film, in cui combatte completamente
nudo contro due sicari pronti ad ucciderlo, si farà senz'altro
ricordare nella storia del cinema. Potente, sanguinaria, perfetta
nel movimento dei corpi, che qui riescono ad avere una
forza non solo fisica, ma anche psicologica di altissimo
livello. Se Mortensen quindi regala un'interpretazione magnifica,
per cui un Oscar non sarebbe per nulla
inappropriato, anche gli altri interpreti non sono da meno. Vincent
Cassel delinea una figura instabile, malata e folle, carica di
un'immaturità espressa con sguardi e scatti d'ira magnifici, e
comunque capace di provar pietà. Il tedesco Armin Mueller-Stahl,
nella sua apparente tranquillità, regala un cinismo estremo al
suo personaggio, sintomo anche qui di una grande abilità recitativa.
La Watts, il cui compito era a dir la verità ben più semplice,
si fa comunque apprezzare. A livello di sceneggiatura, interessante il colpo di scena verso la fine del film, che rivoluziona tutto quello che lo spettatore aveva fin lì creduto, mentre un po' banale il finale pseudoaffettivo, unica concessione ai canoni dell’”happy ending”. Lo stesso finale, in parte irrisolto (ma che non dovrebbe lasciare adito a seguiti, in quanto comunque il cerchio si chiude), è tuttavia carico di gran fascino. Niente appare finto, non si può neanche lontanamente paragonare a nessuno dei classici film d'azione made in Hollywood, giacché la violenza qui è viva, reale, pulsa da ogni fotogramma, come trasformasse la realtà in immagine, in un'ossessiva e convulsiva ricerca di esistenza. Un prodotto morale nella sua pur completa immoralità,
dove tuttavia gli sprazzi di umanità sono ancor più grandiosi,
giacché nati dal dolore e dalla tristezza, da personaggi insospettabili. |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 27 gennaio 2008 |