| Metropoli in Giallo |
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| di Elena
Refraschini |
| Tradizionalmente, si fa risalire l’origine della “detective novel” (per usare un termine più corretto rispetto al più comune “giallo”, utilizzabile soltanto nei confini italiani) al 1841, quando Edgar Allan Poe scrive “I delitti della Rue Morgue”, battezzando un genere destinato ad avere strepitosa (e, a volte, silenziosa) fortuna nel mondo. Ma che cosa fa di un libro, un “giallo”? Non basta che ci sia un delitto: la Bibbia non ne è certo priva, eppure non la leggeremmo mai come un libro giallo. Non basta che ci siano degli investigatori: ci sono anche nell’opera di Voltaire. Il fattore discriminante è la presenza di un pubblico di lettori ampio e l’esistenza di un sistema editoriale in grado di soddisfarne le esigenze; questo perché il genere “giallo” nasce proprio come genere “popolare”. E quando questi fattori si verificano? Con la prima rivoluzione industriale, che causa molti altri cambiamenti vitali per il genere da noi analizzato: vengono istituiti i primi corpi professionali dediti alla cattura di criminali (Napoleone crea la Surété parigina nel 1811, il cui primo dirigente è Vidoq, delle cui memorie si serviranno molti scrittori di gialli ma anche il grande Victor Hugo per la figura di Jean Valjean), ma soprattutto, nasce la protagonista assoluta di quest’epoca: la città industriale. E’ proprio la città a fare da sfondo e a volte persino da personaggio a questo genere letterario che ha avuto origine nei feuilletons, cioè in quei romanzi sensazionalistici pubblicati a puntate sui quotidiani francesi della prima metà dell’Ottocento. Negli Stati Uniti, dove forse il genere verrà accolto con maggiore entusiasmo, c’erano invece i “dime novels” (letteralmente: romanzi da dieci centesimi). Nel relativamente giovane paese, l’editoria era stata uno dei settori a crescere più velocemente con la rivoluzione industriale: la popolazione era generalmente alfabeta e c’era inoltre un gran bisogno di leggere, e il mercato si preparò presto a soddisfarlo. I “dime novels” furono una delle trovate geniali dell’industria editoriale: fascicoli facili ed economici da rilegare, capaci di avere una diffusione capillare, indipendenti da riviste o quotidiani. I temi e personaggi inizialmente proposti erano quelli resi celebri e familiari da Cooper: le storie del West, la frontiera, il contrasto manicheo tra “pathfinder” buono (in origine, colui che aiutava i coloni ad attraversare le sconosciute foreste americane) e l’Indiano cattivo. L’attenzione non era sulla caratterizzazione dei personaggi, quanto sulla spettacolarità delle azioni: schemi e strutture si ripetono nelle varie storie, che rendono omaggio ai già leggendari Davy Crockett, Buffalo Bill, Nick Carter. L’elemento risolutore delle vicende era il classico eroe che dal nulla era venuto e nel nulla se ne sarebbe tornato, come un deus ex machina. Ma ben presto la vena western si sarebbe esaurita: nel 1890 viene dichiarata chiusa la frontiera, “no more land”. E dove si situano le vicende ora? Nella grande metropoli industriale, naturalmente; che a ben pensarci, ripresenta le stesse strutture della storia western: un crimine turba l’ordine sociale, il detective indossa l’abito del “pathfinder” che riesce a districarsi nella giungla metropolitana, cerca di punire i cattivi, magari salvando una fanciulla minacciata. Il genere forse più interessante che si sviluppa in America nell’ambito della narrativa poliziesca è l’hard boiled: un variante più cruda, più legata al realismo delle grandi città dove il crimine non è un solo uomo ma infetta tutti dai piccoli commercianti ai grandi politici. Il contesto è quello degli anni Trenta, anni in cui si cerca di riprendersi da tanti colpi alle ginocchia, dalla prima guerra mondiale alla immensa crisi del ’29: la gente (non soltanto i poveri, ma anche quelli che prima erano ricchi o appartenevano alla middle-class hanno visto andare in fumo intere fortune in pochi secondi) può soltanto tentare di sopravvivere giorno per giorno, così come fa il nuovo detective stipendiato a “25 dollari al giorno più le spese”. Due dei romanzi più celebri del genere sono “Il falco maltese” di Dashiell Hammett (reso al cinema numerose volte) e “Il grande sonno” di Raymond Chandler. E’ significativo che entrambi sono ambientati nelle due città simbolo della frontiera e della sua fine: San Francisco e Los Angeles, entrambe in California. La
prima, costretta in piccolo lembo di terra a svilupparsi verticalmente; la seconda,
aiutata da vaste pianure, a svilupparsi smisuratamente in orizzontale. La prima,
bacino di tutte le immigrazioni, di tutte le speranze infrante: inglesi, olandesi,
cinesi, giapponesi, italiani, greci, ebrei. La seconda, sviluppata per soddisfare
una middle-class bianca e benestante che vuole andare in pensione in un luogo
ricco di spazi aperti e di verde. In Hammett, San Francisco è sempre notturna,
e la sua fisionomia non è molto tratteggiata: egli preferisce situare le sue scene
in interni, come piccoli palcoscenici dai quali gli attori possono sviluppare
i loro drammi. Chandler dipinge invece una Los Angeles della perdizione, della
corruzione, del marciume, negando quel mito che già allora era forse della città
sempre soleggiata, dove tutti sono felici come nei film hollywoodiani.
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© LiberaMENTE MAGAZINE 15 giugno 2008 |