Feltrinelli Editore, novembre
2007.
Un Natale diverso,
passato ad ammirare i palazzi di una via deserta.
Non una via qualunque, ma la Via Aurea, ovvero Via Garibaldi,
a Genova.
Maurizio Maggiani consacra così il suo
Santo Natale, dedicando la giornata di festa ad un altro, l’ennesimo
pellegrinaggio attraverso il cuore pulsante, le vie, i quartieri
che compongono l’astratto mosaico di una città ideale.
Questa città della mente, che prende forma prima di tutto nei
sogni e nelle fantasie dello scrittore, è una Genova folle, una
Genova vecchia e moderna, nuova ed eterna, vuota e ricolma di
luce e colori, di odori e sapori diversi ed antichi, una Genova
accarezzata dal vento e scompigliata dalla tramontana, mai doma.
Maggiani descrive in questo piccolo
capolavoro un viaggio vissuto giorno per giorno, una festa continua,
dove trova posto la gente comune, dove si ritrovano i visi e i
lavori di tutti i giorni, le cellule di un’epidermide cittadina
che muta con il tempo e con
le stagioni.
Genova assume così le differenti sembianze
della modernità, senza però arrendersi alle sue leggi, restando
salda nelle sue convinzioni e nelle sue semplici tradizioni:
“Superba e civile,
Repubblica e città, Genova ha venduto nel tempo molto di quello
che ha avuto , per cercare di salvare la pelle, ma non la sua liberale
signorilità (…) La città di Genova non appartiene alla contemporaneità,
ma resiste opponendole il suo Consiglio degli Anziani della Repubblica;
e quelli i microchip li danno da giocare ai nipoti.
”Qui la vigilia di Natale si può ancora passare in chiesa, per
stringere le mani con un segno di pace ai vicini della crosa,
o cantare la messa la domenica mattina, prima di tornare a casa
a friggere acciughe che sanno di mare e battere l’ aglio e il basilico fresco.
Maggiani ci porta nelle sue pagine attraverso
i mille carrugi, sulle colline, nei
paesini di una soave Riviera, sulle banchine del porto, riuscendo
a dipingere piccoli quadri, fermando gli istanti e gli odori,
lasciando intuire l’affascinante complessità di una città sospesa
e allungata tra i monti e l’azzurro.
Il libro ha l’andamento leggero
di una poesia, di un allegro sonetto in quartine solari, o di un’elegia malinconica, in endecasillabi lenti, mentre l’autore si perde
tra le parole, come tra le vie della città, e gode di “quella
meravigliosa perdizione che è la vertigine dell’appartenenza”.
Perché Genova ti appartiene
solo se hai la pazienza di attendere, di camminare senza meta
attraverso i suoi anfratti. Solo così ti può sfiorare la sua bellezza.
“Che ne so io della bellezza? So solo che ne ho bisogno come del
pane (…) La sostanza di tutto, la ragione soggiacente
al fatto che ora sia qui, sia tornato per restare e resterò nella
città di Genova, è pura e squisita necessità di bellezza.
”Un libro può essere un luogo in cui abitare, come una città.
Questo libro ha spazi infiniti, orizzonti diversi, accoglie lettori
vagabondi e li conforta, senza costrizioni, lasciandoli liberi
di girovagare, fantasticando.
Perché una città, come un libro,
possono vivere e trovare un senso, anche nei sogni di chi prova
a viverli immaginandoli.