Le Miniere Cinesi |
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| di
Elena Refraschini |
| La Cina è il più grande
produttore e consumatore di carbone al mondo. Oltre il 70% dell’energia del gigante
asiatico deriva da esso (vedi: Quello delle miniere è
un business lucrativo, se si pensa che gli uomini più ricchi del Paese sono proprio i loro proprietari. Inutile dirlo, con i soldi
arriva il potere: corrompere gli ufficiali di Partito per far riaprire miniere
dichiarate illegali è pratica comune. Così come quella di pagare i lavoratori
sopravvissuti ad un incidente perché non parlino con le autorità: questo è certamente
più economico rispetto al risarcimento dovuto alle famiglie delle vittime, o l’obbligo
alla chiusura per non aver rispettato le norme di sicurezza. Il governo cinese, tuttavia,
non è insensibile alle critiche da parte dei Paesi occidentali e delle Organizzazioni
internazionali come Greenpeace: la Riforma dell’Industria mineraria, varata appunto
per correggerne i tanti difetti, ha avuto diversi obiettivi. Per abbassare la
quantità di incidenti e migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse minerarie,
è stato reso illegale l’utilizzo di una stessa miniera da parte di diverse compagnie.
Inoltre, il governo ha imposto la chiusura delle miniere che estraggono meno di
300.000 tonnellate di carbone all’anno. Gli effetti della riforma sono visibili
nella regione preferita da questo tipo di industria, con più inquinamento e più
incidenti sul lavoro: lo Shanxi. Essa dovrebbe rimanere con quattro gruppi industriali
che producono più di 100 milioni di tonnellate l’anno, tre gruppi da più di 50
milioni di tonnellate, e 83 compagnie che fanno dai 3 ai 10 milioni di tonnellate
di carbone. I risultati sono più visibili,
tuttavia, nel numero degli incidenti avvenuti nella regione. Tra gennaio e settembre
2009 si sono registrate 159 morti in 45 incidenti, un calo del 28% rispetto allo
stesso periodo nel 2008. Pechino cerca, però, di
dare un chiaro segnale alla comunità internazionale: il controllo si sta facendo
più stretto, le punizioni più severe. Nel 2007 è stato dato l’ergastolo al proprietario
di una miniera nello Shanxi, Wang Jianjun, per non aver denunciato un incidente
che aveva causato la morte di 21 suoi lavoratori e per aver ritardato di due giorni
le operazioni di soccorso. Nel 2006 il governo aveva fatto chiudere la sua miniera,
ma Wang aveva riaperto illegalmente i lavori nel Febbraio del 2007 senza
alcun permesso e, naturalmente, senza rispettare alcuna norma di sicurezza. Fu
un’esplosione di gas a provocare 21 vittime. I sopravvissuti erano stati pagati
per non parlare, le famiglie trasferite in un’altra provincia, con il supporto
delle autorità locali. La pena assegnata a Wang è la più grave mai inflitta a
qualcuno dell’ambiente minerario-estrattivo. L’estrazione mineraria
(e la seguente combustione del carbone per ottenere energia) è causa non soltanto
di migliaia di incidenti sul lavoro all’anno, ma anche di malattie croniche e
malformazioni alla nascita: mentre 400.000 persone all’anno muoiono prematuramente
in Cina per malattie legate all’inquinamento dell’aria, nel 2007 nasce il 40%
in più di neonati con malformazioni causate dall’aria nociva rispetto al 2000
(dati dichiarati dal Ministero per la pianificazione familiare). Per rendersi conto dell’effetto
di quest’industria sull’atmosfera, basta guardare la pellicola “Pozzo cieco” di
Li Yang o le spettrali fotografie di Lu Guang. Roba da far impallidire
persino il “nostro” Dickens. È ironico il fatto che
la Cina sia il più grande produttore di gas nobili, utili per applicazioni militari
(specie missilistiche) ma anche per molta “tecnologia verde”. I Paesi occidentali
potrebbero aiutare il gigante asiatico fornendo prestiti e condividendo tecnologia
avanzata, ma la situazione rimarrà la stessa finché i grandi gruppi cinesi legati
al carbone, all’energia e all’acciaio preferiranno utilizzare le tecnologie antiquate,
poco sicure ed inquinanti (ma necessariamente molto più economiche) procurate
dai fornitori locali.
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© LiberaMENTE MAGAZINE 1 novembre 2009 |