LiberaMENTE MAGAZINE

Le Miniere Cinesi

di Elena Refraschini

La Cina è il più grande produttore e consumatore di carbone al mondo. Oltre il 70% dell’energia del gigante asiatico deriva da esso (vedi: Silvia Carena, “Italia, Cina”, LiberaMente Magazine n°59).
Si calcola che in Cina questa risorsa venga utilizzata sin dal 476 a.C.: eppure, ancora  4.490 milioni di tonnellate di carbone rimangono da scavare fino a 2000 metri di profondità.

Quello delle miniere è un business lucrativo, se si pensa che gli uomini più ricchi del Paese sono proprio i loro proprietari. Inutile dirlo, con i soldi arriva il potere: corrompere gli ufficiali di Partito per far riaprire miniere dichiarate illegali è pratica comune. Così come quella di pagare i lavoratori sopravvissuti ad un incidente perché non parlino con le autorità: questo è certamente più economico rispetto al risarcimento dovuto alle famiglie delle vittime, o l’obbligo alla chiusura per non aver rispettato le norme di sicurezza.
Lavorare in una miniera di carbone cinese è probabilmente oggi uno dei lavori più pericolosi al mondo: si calcola che vi muoiano 13 persone al giorno, e il numero reale potrebbe in realtà essere molto più alto visto che molti incidenti vengono coperti. Nel 2008 ci sono state 3.125 vittime:  pensare che si tratta soltanto di una piccola frazione di quel grande esercito di manodopera a basso costo formato da centinaia di migliaia di persone che ogni anno si sposta dalle campagne alle città in cerca di un migliore tenore di vita.

Il governo cinese, tuttavia, non è insensibile alle critiche da parte dei Paesi occidentali e delle Organizzazioni internazionali come Greenpeace: la Riforma dell’Industria mineraria, varata appunto per correggerne i tanti difetti, ha avuto diversi obiettivi. Per abbassare la quantità di incidenti e migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse minerarie, è stato reso illegale l’utilizzo di una stessa miniera da parte di diverse compagnie. Inoltre, il governo ha imposto la chiusura delle miniere che estraggono meno di 300.000 tonnellate di carbone all’anno. Gli effetti della riforma sono visibili nella regione preferita da questo tipo di industria, con più inquinamento e più incidenti sul lavoro: lo Shanxi. Essa dovrebbe rimanere con quattro gruppi industriali che producono più di 100 milioni di tonnellate l’anno, tre gruppi da più di 50 milioni di tonnellate, e 83 compagnie che fanno dai 3 ai 10 milioni di tonnellate di carbone.

I risultati sono più visibili, tuttavia, nel numero degli incidenti avvenuti nella regione. Tra gennaio e settembre 2009 si sono registrate 159 morti in 45 incidenti, un calo del 28% rispetto allo stesso periodo nel 2008.
Nel 2008 sono state chiuse 1.054 miniere illegali: secondo statistiche governative, l’80% delle 16.000 miniere cinesi è illegale. Questo fatto è attribuibile principalmente alla facile corruzione degli ufficiali adibiti al controllo, grazie alla grande quantità di denaro mossa da questo tipo di industria; il vasto territorio, inoltre, è difficile da controllare in modo capillare: recentemente, è stata scoperta una miniera illegale che era camuffata da porcile.

Pechino cerca, però, di dare un chiaro segnale alla comunità internazionale: il controllo si sta facendo più stretto, le punizioni più severe. Nel 2007 è stato dato l’ergastolo al proprietario di una miniera nello Shanxi, Wang Jianjun, per non aver denunciato un incidente che aveva causato la morte di 21 suoi lavoratori e per aver ritardato di due giorni le operazioni di soccorso. Nel 2006 il governo aveva fatto chiudere la sua miniera, ma Wang aveva riaperto illegalmente i lavori nel Febbraio del 2007 senza alcun permesso e, naturalmente, senza rispettare alcuna norma di sicurezza. Fu un’esplosione di gas a provocare 21 vittime. I sopravvissuti erano stati pagati per non parlare, le famiglie trasferite in un’altra provincia, con il supporto delle autorità locali. La pena assegnata a Wang è la più grave mai inflitta a qualcuno dell’ambiente minerario-estrattivo.

L’estrazione mineraria (e la seguente combustione del carbone per ottenere energia) è causa non soltanto di migliaia di incidenti sul lavoro all’anno, ma anche di malattie croniche e malformazioni alla nascita: mentre 400.000 persone all’anno muoiono prematuramente in Cina per malattie legate all’inquinamento dell’aria, nel 2007 nasce il 40% in più di neonati con malformazioni causate dall’aria nociva rispetto al 2000 (dati dichiarati dal Ministero per la pianificazione familiare).

Per rendersi conto dell’effetto di quest’industria sull’atmosfera, basta guardare la pellicola “Pozzo cieco” di Li Yang o le spettrali fotografie di Lu Guang. Roba da far impallidire persino il “nostro” Dickens.
Il New York Times riporta che una nuvola di sostanze tossiche ha raggiunto Seoul dalla Cina nell’aprile 2006, conseguentemente attraversando il Pacifico e toccando la costa statunitense: era visibile persino dallo spazio. Ricercatori degli Stati costieri di California, Oregon e Washington hanno notato che una patina grigia composta da una miscela di prodotti derivati dalla combustione del carbone sporcava i filtri e copriva i rilevatori in alta quota. Gli effetti di questa nuvola tossica, tuttavia, non sono stati avvertiti nelle città a livello del mare come San Francisco e Los Angeles.
L’anidride solforosa, uno dei prodotti della combustione del carbone,  è causa delle piogge acide che bagnano oggi il 30% della Cina: nel 2004, ne sono state rilasciate dall’industria legata al carbone più di 22 milioni di tonnellate, più del doppio della quota degli Stati Uniti.
Delle 10 città più inquinate della Cina, quattro sono nella provincia dello Shanxi, la più ricca di miniere di carbone; una è Datong, dove in inverno le persone sono costrette a guidare con i fari accesi anche durante il giorno, a causa della fuliggine e degli scarti industriali che inquinano l’aria. È il prezzo del nuovo benessere, baby; finché le famiglie della zona possono ora permettersi un frigorifero e un ventilatore…

È ironico il fatto che la Cina sia il più grande produttore di gas nobili, utili per applicazioni militari (specie missilistiche) ma anche per molta “tecnologia verde”. I Paesi occidentali potrebbero aiutare il gigante asiatico fornendo prestiti e condividendo tecnologia avanzata, ma la situazione rimarrà la stessa finché i grandi gruppi cinesi legati al carbone, all’energia e all’acciaio preferiranno utilizzare le tecnologie antiquate, poco sicure ed inquinanti (ma necessariamente molto più economiche) procurate dai fornitori locali.

Fonti:

- New York Times
- The Guardian
- Xinhua agency
- ANSA


© LiberaMENTE MAGAZINE 1 novembre 2009