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Mio Fratello è Figlio Unico
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di Nicola Pegazzano
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Grande
film, grandi interpreti: Scamarcio, Germano,
persino la Finocchiaro sembra da Oscar, da
tanto è brava. La
storia si svolge fra il 1962 e gli anni denominati “di piombo”, i primi
anni 70 che tanto scossero il nostro paese.
Fra Latina e Roma, la storia di due fratelli e una sorella, tenuta però
sempre in disparte. Questa è una storia intima, quasi privata, un racconto
che è tenerezze, amarezze, dolcezze e ancora: il bello del volersi bene.
Un narrarsi, un voler esprimere sentimenti, passioni politiche, un dire
qualcosa di importante, di fondamentale: io ti voglio bene. Puoi essere
rosso o nero, puoi appartenere alle Brigate Rosse o al partito dei camerati
(lo storico MSI), ma sei sempre mio fratello, sangue del mio sangue,
sei parte di me. La
storia, che inizia con i fratelli ancora giovani, si dipana e si sviluppa
attraverso anni di tranquillo “struscio” e pacate pacche sui sederi
delle ragazze con cui fare un ballo una volta ogni tanto. Sembra “Sapore
di mare”, ma poi ti rendi conto che l’argomento è impegnativo,
non devi solo ridere, puoi anche commuoverti, puoi urlare il tuo sdegno
per un’epoca volutamente violenta, oppure parlare con chi ti è vicino
e chiedersi: ma davvero è stato così? Latina è da sempre culla di gente
“nera”, che si contrappone a una parte piccola di gente “rossa”. Si
rivedono scene che pensavi sparite, rivedi il ‘68 a Roma, a Valle Giulia,
insomma: una violenza inaudita. E ripensi a tutto ciò che è successo,
all’epoca vissuta, al passato che poi non è, se torna fuori grazie a
libri e a film di un’epoca fa. 40 anni sono niente, eppure sono anni
importanti, questi ultimi 40. Anni dove ti chiedi se hai vissuto, o
solo sopravvissuto, sempre con la paura che prima o poi qualcosa succeda,
ed è qualcosa che non ha un nome specifico, perché non E’
un film che insegna a chi non ha vissuto, un film con una colonna sonora
d’epoca, un film certo “storico”: certi anni sembrano spariti, ma in
realtà sono lì, dietro l’angolo, e possono ricomparire. Gli
anni 60, mitici, belli, pieni di gioia e di allegria,
ma anni duri, bui, oscuri e soprattutto invisibili. Sono passati
come il vento, andati via come niente, ed eccoci nel 1970, anno base
di un’epoca del terrore, descritta benissimo dal giovane regista. Il
film finisce bene, ma non racconto nulla. Bene in una tragedia, un dramma.
Ma è un finale positivo, e per un film impegnato come questo, beh: vuol
dire che un futuro esiste, per tutti.
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© LiberaMENTE MAGAZINE 04 Novembre 2007 |