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Il Mondo che Vorrei...
di Bruna Taravello

Megalopoli affumicate dallo smog, gente che corre con le scarpe da jogging ai piedi e quelle eleganti nel sacchetto, sguardi preoccupati che non si distendono neanche per un istante. Umanità brulicante e gonfia di umori, odori, vapori. Palazzi di vetro e cemento squadrati fuori ed affascinanti dentro, con ampie vetrate aperte su panorami inimmaginabili, forse dipinti. Periferie via via sempre più desolate, casette modeste, piccoli giardini, bambini che giocano in strade fangose che portano ad altre, più umili, costruzioni in lamiera; scarti di un progresso che non arriverà, rifiuti che non hanno mai avuto miglior destino.

Nella metropoli del futuro affezionarsi alla casa, al luogo, è pura utopia, lusso da intellettuali: la residenza si cambia ogni due, tre anni, gli spostamenti sono sempre e solo motivati dal lavoro - nuovo, più redditizio, o semplicemente dal suo venir meno – ma questo non è una scusa per essere distratti, stanchi o demotivati. Chi può ancora permettersi dei brevi periodi di stacco, corre ad imbarcarsi su di un aereo che lo porterà, in un tempo più o meno lungo, in un altro  non luogo dove sentirsi come a casa, ossia sperso. Alternativa ecologica: rinchiudersi in un altro grande casermone composto da mini loft deserti per almeno nove mesi all’anno, dove sentire il rumore del mare, il canto degli uccellini, il suono della pioggia nel bosco, e rimanere insonne due notti su tre, infastidito da una natura sospettosamente garrula.

L’ozio è bandito persino dai discorsi: “ La vita non si ferma “ dichiarano aggressive campagne pubblicitarie a favore di medicinali sintomatici che fanno migliorare lo stretto necessario per uscire di casa, chiudere la porta e pentirsi amaramente per averlo fatto, incapaci di affrontare nuovamente il tragitto necessario per riguadagnare il quartiere, la casa , il divano.
Unico momento concesso, istituzionalizzato per la trasgressione, è il venerdì sera: prima di trascinarsi nell’inospitale quartiere dormitorio che attende, è socialmente concessa la sosta per l’aperitivo che può anche trasformarsi in vera sbornia. Il giorno dopo, barcollanti e con la testa ancora annebbiata, fantasmi con famiglia, o con il solo carrello, si aggireranno in un ipermercato dalla luce accecante; qui potranno spendere la paga settimanale per oggetti inutili che non saranno neanche scartati, e cibi adulterati pescati  a caso tra cartelli fluorescenti e offerte della settimana.

Esagerazioni? Forse. Forse per noi, “fortunati” abitanti di città che appaiono caotiche ma sono ancora recuperabili, volendolo. Da noi ci si ubriaca anche il sabato e magari anche in settimana, le mode sono dettate dalle metropoli ma poi sono le città di medie dimensioni a mantenerle. Le periferie però sono ormai tutte uguali, distese di centri commerciali e mega parcheggi dove imbottigliarsi nelle ore libere: quelle che dovremmo dedicare alla rigenerazione del corpo, e dello spirito. Di notte brulicano di altri, e meno leciti, traffici: ma la pochezza culturale di chi cerca qui lo svago è la stessa, di giorno come di notte.
Progetti alternativi a questo modello di sviluppo urbano ne sono stati presentati e discussi molti ma il nemico vero è il capitalismo consumistico: fine ultimo e motore del nostro vivere e quindi anche del dove vivere. Se ogni scelta, valutata solo in termini di costo o risparmio potenziale, deve a questo essere funzionale, diventa impossibile avere una politica del territorio, della città, che abbia al centro il benessere reale, quello che viene dallo stare in un luogo confortevole che faccia sentire protetti. Gli uomini politici sono sottoposti al ricatto dei poteri forti, che oggi sono quelli economici e finanziari, e non possono rischiare di perderne l’appoggio. L’elettore, poi, in veste di cittadino inquinante non accetta il rigore, non per sé stesso: ognuno di noi conosce persone che, degne sotto qualsiasi altro punto di vista, alla ventilata possibilità di vedersi privati del diritto ad usare la propria adorata vettura come e quanto vogliono, perdono il lume della ragione: negando ogni pericolo di inquinamento, anzi negandone il concetto stesso, si vedono vittime di un crimine contro l’umanità per il quale sono disposte ad appellarsi alla Convenzione di Ginevra.

Metropoli, città di grandi dimensioni, medie aree urbane: accomunate dallo stesso caos, dalla mancanza di progettualità, dall’edilizia speculativa. Un unico grande disordine che mette in mostra la nostra incapacità di vederlo, un mondo diverso.  Persino di sognarlo.

Ci rimangono comunque, da buoni cittadini paganti, tutta una serie di piaceri con i quali accompagnare l’arrivo dell’estate. I solerti amministratori locali sembrano avere, per questo, una predilezione particolare, e più l’area urbana è ampia maggiore è l’offerta “per chi rimane” (come se ignorassero che rimaniamo tutti: chi può permettersi una transumanza di tre mesi, ormai? Al massimo si sta via un paio di settimane). Vediamo: i concerti negli stadi; i cinema all’aperto, in luoghi più o meno comodi e piacevoli; i viaggi notturni alla scoperta di angoli inconsueti della città e infine un di sana comicità teatrale: così a naso, un cartellone unico per tutta l’Italia: per farci sentire uniti, abitanti di un unico grande paesino.

 

Fonti:
T. Hodgkinson “L’ozio come stile di vita” BUR 2004
www.greenreport.it
www.cesar -eur.it


© LiberaMENTE MAGAZINE 15 giugno 2008