torna al sommario
Non è un Paese per Vecchi
di Chiara Bianchi

Titolo: Non è un Paese per Vecchi
Regia: Ethan e Joel Coen
Cast:
Javier Bardem, Josh Blaylock, Rodger Boyce, Josh Brolin, Garret Dillahunt, Beth Grant, Woody Harrelson, Tommy Lee Jones, Josh Meyer, Kelly Macdonald, Barry Corbin
Nazione:
Stati Uniti
Anno:
2007

Non lo è decisamente, un paese per vecchi, questa America, questo Texas polveroso in cui è possibile incappare in uno Javier Bardem munito di fucile ad aria compressa che uccide senza battere ciglio - e non solo metaforicamente, il volto di Bardem è privo della benché minima espressione, paradossale per l’attore che in Mare dentro recitava praticamente attraverso l‘espressività del volto - chiunque abbia la sfortuna di pararsi sul suo cammino e di rallentarlo nel perseguimento dei suoi obiettivi.

La vita umana è ridotta ad un banale testa o croce, tale è per lui il suo valore. Nullo.
Lo sa bene Tommy Lee Jones, sceriffo della contea prossimo alla pensione, che non ha più la forza e la presenza di spirito di battersi contro qualcosa che gli è così dissimile, qualcosa che non capisce perché non ha una reale spiegazione logica, perché si tratta di un “fantasma” come lo definisce bene il suo collega, che non fa parte del male categorizzato in decenni di carriera, che è qualcosa di negativo, certo, ma pur sempre spiegabile e conosciuto.
Ritorno in grande stile per Josh Brolin (figlio di James, marito di Barbra Streisand) che dà corpo e voce (e sangue) a questo cavaliere solitario, saldatore reduce del Vietnam, uomo tutto d’un pezzo con una mente di primo ordine e un’attitudine a cacciarsi in un terribile pasticcio anche a causa della sua non proprio esemplare integrità…un uomo comune insomma.

I tre personaggi si rincorrono, ognuno nel suo ruolo di preda, predatore e giustiziere, invischiati in questo sporco affare di droga, in questa carambola complicata che non può che avere un epilogo tragico e senza catarsi.
Non c’è salvezza nel cinema dei Coen, solo morte e disillusione per chi resta.
Tutto questo complicato sistema, perfetto nel suo svolgimento dal punto di vista della scrittura filmica, non ha il benché minimo accenno di colonna sonora e lasca alla natura il compito di fare da tappeto sonoro, reale ed efficacissimo.

Ed è la natura che scandisce il ritmo nella prima parte del film, è la polvere che accompagna Josh Brolin nella scoperta del carico di droga e del gruppo di messicani trucidati, è il sibilo del vento che fa da accento drammatico ai suoi movimenti lenti, alla sua mente che macchina ipotesi e possibilità, che ragiona sul da farsi che sceglie quella che, lo sa in partenza, sarà comunque la via sbagliata e che lo porterà a fuggire, a nascondersi, ad essere braccato.
La tensione non si placa mai, il gioco del gatto col topo lascia col fiato sospeso fino alla inevitabile e magistrale, dal punto di vista della scelta registica, conclusione.

Sottolineo nuovamente l’importanza dei suoni in un film senza colonna sonora; si tratta di suoni reali, appena amplificati per accrescerne la valenza drammatica e l’importanza narrativa, gli speroni che stridono sul parquet sono peggio del grido sordo di chi sta per essere soffocato, una porta che cigola o un interruttore che si spegne valgono molto di più dell’apparizione dell’assassino perché ne determinano la venuta, preparano il terreno per la drammaticità delle scene che conseguono; spesso l’efferatezza dei delitti viene celata allo sguardo e sappiamo già a quale inevitabile conclusione porterà il rumore metallico dell’aria compressa che fa saltare una serratura. E cominciamo a rabbrividire.
Rari i dialoghi, lunghi i tempi di attesa e i giri di vite del destino beffardo, un unico lungo monologo finale affidato all’interpretazione calibrata e sofferta di Tommy Lee Jones; apparentemente si tratta di parole dalla morale semplice e banale, di facile valenza catartica che aprono le porte alla speranza: non è così. L’ormai ex sceriffo sembra aver gettato la spugna, la sua vita volge al termine, questo è il suo sunset boulevard, eppure esistono due o tre cose in cui decide di credere sempre, si tratta di quei valori “da vecchi” tanto per parafrasare nuovamente il titolo, che sembra non servano più ma di cui lui si ostina ad essere custode, per quello che valgono, per il suo sangue, per suo padre, più guardando al passato e alla sua eredità che al futuro e alle sue possibilità.

Non c’è giustizia, nessuna salvezza né senso, l’assurda logica della follia sostituisce etica e pietà; l’assassino Bardem, libero da ogni vincolo sociale, etico e morale, si pulisce le scarpe dopo l’ultimo delitto, chiede una camicia in prestito sul luogo dell’ennesimo incidente mortale, e si allontana come un fantasma. Solo.


© LiberaMENTE MAGAZINE 18 maggio 2008