| Notizie d'Estate |
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| di Giulio
Paolicchi |
| Ma
in estate non succede mai niente!!! A parte i fatti di
Genova del “(...) Il periodo più favorevole alla pesca della carpa è il bimestre luglio-agosto perchè le carpe amano il caldo, amano sciamare a piccoli gruppi nell’acqua tiepida grufolando nella melma, protette dal rassicurante viluppo della torba estiva densa di odori pungenti. (...) La
zona di cui parliamo è la parte orientale della palude bonificata di M.: campagna
piatta, arsa e con pochi alberi -in inverno coltivata a cavolo e in estate a mais-
le cui poche strade, disposte a maglie di rete, sterrate e piene di buche, costeggiano
i canali che pochi chilometri dopo raggiungono il lago. Più
di cinquanta anni fa era una immensa chiazza di melma e acquitrinii
in mezzo alla quale brillava il lago, infestato dalle erbe selvatiche; poi fu
deciso di farne terra agricola e milioni di metri cubi di terra seppellirono la
palude trasformandola in quello che è ora; i campi sono scuri e umidi ma fertilissimi
e generosi. Un emiciclo di colline basse rosicchiate dalle ruspe, come mele abbandonate dopo i primi morsi, chiude la bonifica a nord-ovest disegnando un anfiteatro spoglio e rossastro chiazzato da gruppi di olivi contorti. (...) Alete dedicava interamente il mese di giugno alla pastura: scelto, senza lasciare niente al caso, il punto della sponda dinanzi al quale era previsto il maggior passaggio di carpe, era indispensabile renderlo ricco di cibo. Dopo la stagione del freddo le carpe riprendono le loro lente escursioni in cerca di mangiare ed era bene far trovare loro più angoli ove questo abbondasse. (...) Il trentesimo giorno di giugno, Alete salì in camera intorno alle nove di sera. Dalla finestra penetrava il coro uggioso delle cicale nascoste nelle fronde dei melograni. Non pioveva da più di un mese e la calura aveva assediato la campagna con parecchio anticipo strangolando le bave di vento marino che erano l’unico sollievo dell’estate; l’aria immobile marciva da settimane fra le mura, patina sottile che copriva la pelle facendola umidiccia e appiccicosa. (...) Le
canne da pesca allineate al muro, i galleggianti penzolanti dalle lenze che all’indomani
-da un’ora dopo l’alba- si sarebbero confusi nelle striature d’erba in attesa
della preda, addobbavano quella scena di cadenza ciclica che si ripeteva ogni
anno il trentesimo giorno di giugno, vigilia dell’apertura di pesca alle carpe,
e ogni anno, senza errori nè pietà, accendeva la lunga
memoria di tutti i tentativi precedenti iniziati quando Alete
compiva sei anni: una nitida, lunga memoria di sconfortanti insuccessi. Quando
il gallo cantò per la prima volta, Alete già camminava
svelto lungo il canale per raggiungere il ponte dell’idrovora, i piedi si inseguivano
sicuri nel buio; la mattina era ancora densa come la notte e i suoi odori. Qualche
uccello di palude volava per brevi tratti, da un ciuffo di cannelle all’altro. Dispose
ogni cosa sull’argine e con il coltello appuntì un capo di un piccolo bastone
ricavando sull’altro una forcina, per appoggiare (...) Alete
teneva lo sguardo fisso sul galleggiante, il mondo circostante si era aggrinzito,
ridotto e infine riassunto e concentrato su quella piccola asta rossa fine come
un filo d’erba, eretta su un emisfero bianco posato sull’acqua nera. Tirava la
canna in secco con regolarità ed esaminava sul palmo della mano il chicco di granturco:
per capire se sulla scorza, come plasticata, si fosse avventato il morso di una
carpa. Deluso, constatava il perfetto stato dell’esca. Mentre
un campanile lontano suonava l’ora, cerchi concentrici fuggirono dal galleggiante
e si dissolsero in un raggio di pochi centimetri, parvero nascere dalle deboli
vibrazioni delle campane che arrivavano sul canale; Alete
strinse le mani sulla canna, il galleggiante scomparve improvvisamente, a perpendicolo,
con uno strappo secco che provocò cerchi ancora più ampi e netti e se ne coglieva
appena la debole immagine frastagliata sotto il pelo dell’acqua, che la cima della
canna rispose inarcandosi per un tempo brevissimo in una frustata repentina poi
si ritorse completamente verso il canale e ad ogni strattone della preda si abbassava
come il becco di un uccello che si abbevera. La
resistenza non era eccezionale e Alete capì che si trattava
al più di un pesce gatto, grosso, ma pesce gatto; il
filo guidato dall’estremo tentativo del pesce, disegnava sulla superficie ampie
curve rotonde alternate da brevi e scattanti tentativi di fuga in direzione delle
cannelle. Quando affiorò il dorso scuro dell’animale, lucido e ripugnante, vicino alla sponda, confuso nella spuma marrone, Alete immerse il retino nell’acqua, lo catturò e lo gettò sull’erba. Dopo averlo liberato dall’amo, deluso e disgustato dai quattro baffi neri -come vermi- che penzolavano dagli angoli della bocca, lo scagliò in una fossa con dispregio: era un pesce gatto, famelico e volgare. (...) Come
sempre dopo il giorno dell’apertura alla pesca delle carpe, lo accompagnava il
faccione del nonno, che lo aveva iniziato a quell’arte, era lui che, prima della
stagione di pesca, lo tratteneva per ore nel campo descrivendogli catture memorabili,
dilungandosi in suggestive ricostruzioni mimate dei fatti. Alete
aveva appena imparato a reggersi sulle proprie gambe quando sentì parlare per
la prima volta di ami e lenze cosicchè la sua vita era
trascorsa in consonanza perfetta a quella dei canali e scandita dalle stagioni
dei ciprinidi e dal calendario venatorio. Doveva esservi tuttavia qualcosa che non voleva combaciare nel superiore combinarsi di pensieri e atti giacchè ogni estate, senza eccezioni, finiva senza prede di rilievo, nel migliore dei casi, con qualche persico sole o pesce gatto. Egli conosceva i canali e la campagna come nessun altro nei dintorni eppure non aveva mai catturato una carpa. (...) Guardò
il campo per cercare il nonno che camminava lentamente lungo i filari e toccava
i grappoli di uva ancora acerba e strofinava i chicchi coi polpastrelli allargando
la bocca soddisfatto perchè promettevano
un vino corposo Quest’anno sarà una buona annata per il vino... bella gradazione.
E in ottobre, se questo bel sole resiste, ancora si pescheranno le carpe con il
granturco. poi la luce del giorno lo trapassò come vetro,
lo cancellò disperdendone l’immagine nella materia della quale era composta, come
le bolle che scoppiavano nel secchio, una dopo l’altra, a intervalli regolari;
il cuore di Alete vibrò di una pulsazione ignota: in
poco tempo allungò la canna e regolò l’altezza del galleggiante, attaccò l’esca
all’amo e gettò la lenza nel secchio, sicuro della cattura. Il
corpo si era irrigidito nell’attesa della preda che non tardò: il sughero affondò
qualche millimetro sotto il pelo dell’acqua, vi rimase per un attimo e principiò
la sua corsa forsennata dileguandosi nella chiazza di luce abbacinante. Alete
dette uno strattone secco e diagonale alla canna che si inarcò. Il pesce trainava
la lenza con decisione, veloce verso il fondo: la bobina del mulinello girava
al contrario assecondando la furia della carpa. Perché
si trattava di una carpa, certo! lo diceva la forza con
la quale guadagnava metri e metri di filo e passarono parecchi minuti prima che
il pesce mostrasse segni di spossatezza. Sicché Alete
incominciò a recuperare con pazienza, centimetro dopo centimetro, tutta la lenza
ingoiata dal secchio finchè... apparve la gobba della
carpa coperta di scaglie dorate, che si dibatteva e saltava sollevando spruzzi
di luce; l’arco furioso del corpo si distendeva e drizzava le spine del dorso
come stecche di ventaglio, le squame brillanti cangiavano per effetto di rifrazioni
incontrollabili: era allo stremo, alternava attimi di totale immobilità a scodate violente nell’estremo tentativo di recuperare il
fondo, scoprendo il ventre bianco e sodo. Alete
sollevò la canna e depose la carpa, che si gonfiava e si restringeva nei rantoli
muti dell’asfissia, sulla ghiaia del cortile. L’acqua del secchio era lo specchio immobile di prima, i movimenti del pesce sempre più rari e deboli, le pinne della coda sbattevano stanche sui sassi: il ventre era profondo e la gobba alta scendeva fino alla bocca piccola dalle labbra carnose e prominenti. Alete la soppesò con ambedue le mani -doveva essere più di due chili- e la appese per una branchia al gancio infisso nel muro del fienile, rimasto inutilizzato dopo la morte del nonno, appendice superflua e dimenticata. (...) Dai canali avvolti nella notte provenivano folate di stalla e di ovile. Il corpo tozzo della carpa appesa al muro del fienile risaltava, colto dal barlume della luna, risaltava il profilo gibboso e ampio e dorato che, squama su squama, componeva la curva dorsale poi il tratto caudale, che piegava all’insù con dolcezza colorato di un giallastro poco nobile e via via si impreziosiva di riflessi lucenti -uno strato di polvere d’oro sul quale la luce piroettava suggerendo figure inusitate che ballavano convulsamente- e disegnava, dopo una impennata imponente, l’ampia cresta di spine, lunghe e appuntite. (...) Alete
aprì gli occhi all’improvviso per sorprendere il nonno e costringerlo a rimanere
invece trovò la notte di luna quieta, orfana del vecchio e delle sue parole roche.
Dai canali si era levata una bava di vento che aveva spazzato via l’odore delle
pecore. La campagna immobile sotto una luce discreta, era come un gigante disteso
che si riposa delle spossanti fatiche del giorno. Allora
cercò la carpa con gli occhi e ne scorse il corpo ancora bagnato appeso al gancio
-il respiro del vecchio era scomparso, come mai esistito-,
la staccò dall’uncino soppesandola, una forma di saluto e una domanda di perdono. La
portò a braccia stese fino al secchio e inclinò lentamente le mani per farvela
scivolare: le squame, in attrito con la pelle, frenavano l’inerzia del corpo flaccido
perdendo frammenti di stelle trasparenti, poi la testa si immerse nell’acqua e
il contatto bastò perché il pesce esplodesse in un fremito di forza che torse
bruscamente i muscoli: la coda si irrigidì e la pinna spinosa della gobba si drizzò
come una mitragliera da guerra, con un poderoso colpo di reni si immerse spruzzando
il bordo del secchio di bianca spuma notturna.” Dite
che queste non sono “notizie”? Solo perché sono estive? |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 27 luglio 2008 |