torna all'indice
Notizie d'Estate
di Giulio Paolicchi

Ma in estate non succede mai niente!!! A parte i fatti di Genova del 2001, a parte l’approvazione delle leggi più vergognose del governo Berlusconi quarto release, a parte i documenti di programmazione economico finanziaria (DPEF) da qualche anno a questa parte, a parte la privatizzazione dell’azienda del gas di Pisa (ma sì, perché non metterci pure questa?), a parte la strage di Bologna del 1980, a parte le mille e mille storie d’amore nate o finite d’agosto (vedi filmografia dei fratelli Vanzina), a parte i cosiddetti governi “balneari” dei “mitici anni ‘60”, a parte i mondiali di calcio e le olimpiadi -ogni quattro anni-, a parte il sequestro di Fabrizio De André e Dori Ghezzi, a parte lo sbarco in Normandia (il D-Day del 6 giugno 1944, vabbé ora non stiamo qua a pignolare che l’estate inizia il 21 giugno!), a parte la nascita di Jorge Amado o di W. Frederick Hegel o di Immanuel Kant, a parte... ecc. ecc. ecc.

 

“(...)

Il periodo più favorevole alla pesca della carpa è il bimestre luglio-agosto perchè le carpe amano il caldo, amano sciamare a piccoli gruppi nell’acqua tiepida grufolando nella melma, protette dal rassicurante viluppo della torba estiva densa di odori pungenti.

 

(...)

La zona di cui parliamo è la parte orientale della palude bonificata di M.: campagna piatta, arsa e con pochi alberi -in inverno coltivata a cavolo e in estate a mais- le cui poche strade, disposte a maglie di rete, sterrate e piene di buche, costeggiano i canali che pochi chilometri dopo raggiungono il lago.

Più di cinquanta anni fa era una immensa chiazza di melma e acquitrinii in mezzo alla quale brillava il lago, infestato dalle erbe selvatiche; poi fu deciso di farne terra agricola e milioni di metri cubi di terra seppellirono la palude trasformandola in quello che è ora; i campi sono scuri e umidi ma fertilissimi e generosi.

Un emiciclo di colline basse rosicchiate dalle ruspe, come mele abbandonate dopo i primi morsi, chiude la bonifica a nord-ovest disegnando un anfiteatro spoglio e rossastro chiazzato da gruppi di olivi contorti.

 

(...)

Alete dedicava interamente il mese di giugno alla pastura: scelto, senza lasciare niente al caso, il punto della sponda dinanzi al quale era previsto il maggior passaggio di carpe, era indispensabile renderlo ricco di cibo. Dopo la stagione del freddo le carpe riprendono le loro lente escursioni in cerca di mangiare ed era bene far trovare loro più angoli ove questo abbondasse.

 

(...)

Il trentesimo giorno di giugno, Alete salì in camera intorno alle nove di sera. Dalla finestra penetrava il coro uggioso delle cicale nascoste nelle fronde dei melograni. Non pioveva da più di un mese e la calura aveva assediato la campagna con parecchio anticipo strangolando le bave di vento marino che erano l’unico sollievo dell’estate; l’aria immobile marciva da settimane fra le mura, patina sottile che copriva la pelle facendola umidiccia e appiccicosa.

 

(...)

Le canne da pesca allineate al muro, i galleggianti penzolanti dalle lenze che all’indomani -da un’ora dopo l’alba- si sarebbero confusi nelle striature d’erba in attesa della preda, addobbavano quella scena di cadenza ciclica che si ripeteva ogni anno il trentesimo giorno di giugno, vigilia dell’apertura di pesca alle carpe, e ogni anno, senza errori pietà, accendeva la lunga memoria di tutti i tentativi precedenti iniziati quando Alete compiva sei anni: una nitida, lunga memoria di sconfortanti insuccessi.

Quando il gallo cantò per la prima volta, Alete già camminava svelto lungo il canale per raggiungere il ponte dell’idrovora, i piedi si inseguivano sicuri nel buio; la mattina era ancora densa come la notte e i suoi odori. Qualche uccello di palude volava per brevi tratti, da un ciuffo di cannelle all’altro.

Dispose ogni cosa sull’argine e con il coltello appuntì un capo di un piccolo bastone ricavando sull’altro una forcina, per appoggiare la canna. I gesti erano lentissimi, la somma di azioni elementari e brevissime concatenate da pause estenuanti. Allungò la canna da pesca dall’ultima sezione, la più fine e flessibile, estraendo in successione tutte le altre e bloccò il galleggiante sulla lenza. La cadenza sicura del rituale non tradiva incertezze, Alete muoveva le membra e gli occhi come seguisse un tracciato invisibile.

 

(...)

Alete teneva lo sguardo fisso sul galleggiante, il mondo circostante si era aggrinzito, ridotto e infine riassunto e concentrato su quella piccola asta rossa fine come un filo d’erba, eretta su un emisfero bianco posato sull’acqua nera. Tirava la canna in secco con regolarità ed esaminava sul palmo della mano il chicco di granturco: per capire se sulla scorza, come plasticata, si fosse avventato il morso di una carpa. Deluso, constatava il perfetto stato dell’esca.

Mentre un campanile lontano suonava l’ora, cerchi concentrici fuggirono dal galleggiante e si dissolsero in un raggio di pochi centimetri, parvero nascere dalle deboli vibrazioni delle campane che arrivavano sul canale; Alete strinse le mani sulla canna, il galleggiante scomparve improvvisamente, a perpendicolo, con uno strappo secco che provocò cerchi ancora più ampi e netti e se ne coglieva appena la debole immagine frastagliata sotto il pelo dell’acqua, che la cima della canna rispose inarcandosi per un tempo brevissimo in una frustata repentina poi si ritorse completamente verso il canale e ad ogni strattone della preda si abbassava come il becco di un uccello che si abbevera.

La resistenza non era eccezionale e Alete capì che si trattava al più di un pesce gatto, grosso, ma pesce gatto; il filo guidato dall’estremo tentativo del pesce, disegnava sulla superficie ampie curve rotonde alternate da brevi e scattanti tentativi di fuga in direzione delle cannelle.

Quando affiorò il dorso scuro dell’animale, lucido e ripugnante, vicino alla sponda, confuso nella spuma marrone, Alete immerse il retino nell’acqua, lo catturò e lo gettò sull’erba. Dopo averlo liberato dall’amo, deluso e disgustato dai quattro baffi neri -come vermi- che penzolavano dagli angoli della bocca, lo scagliò in una fossa con dispregio: era un pesce gatto, famelico e volgare.

 

(...)

Come sempre dopo il giorno dell’apertura alla pesca delle carpe, lo accompagnava il faccione del nonno, che lo aveva iniziato a quell’arte, era lui che, prima della stagione di pesca, lo tratteneva per ore nel campo descrivendogli catture memorabili, dilungandosi in suggestive ricostruzioni mimate dei fatti. Alete aveva appena imparato a reggersi sulle proprie gambe quando sentì parlare per la prima volta di ami e lenze cosicchè la sua vita era trascorsa in consonanza perfetta a quella dei canali e scandita dalle stagioni dei ciprinidi e dal calendario venatorio.

Doveva esservi tuttavia qualcosa che non voleva combaciare nel superiore combinarsi di pensieri e atti giacchè ogni estate, senza eccezioni, finiva senza prede di rilievo, nel migliore dei casi, con qualche persico sole o pesce gatto. Egli conosceva i canali e la campagna come nessun altro nei dintorni eppure non aveva mai catturato una carpa.

 

(...)

Guardò il campo per cercare il nonno che camminava lentamente lungo i filari e toccava i grappoli di uva ancora acerba e strofinava i chicchi coi polpastrelli allargando la bocca soddisfatto perchè promettevano un vino corposo Quest’anno sarà una buona annata per il vino... bella gradazione. E in ottobre, se questo bel sole resiste, ancora si pescheranno le carpe con il granturco. poi la luce del giorno lo trapassò come vetro, lo cancellò disperdendone l’immagine nella materia della quale era composta, come le bolle che scoppiavano nel secchio, una dopo l’altra, a intervalli regolari; il cuore di Alete vibrò di una pulsazione ignota: in poco tempo allungò la canna e regolò l’altezza del galleggiante, attaccò l’esca all’amo e gettò la lenza nel secchio, sicuro della cattura.

Il corpo si era irrigidito nell’attesa della preda che non tardò: il sughero affondò qualche millimetro sotto il pelo dell’acqua, vi rimase per un attimo e principiò la sua corsa forsennata dileguandosi nella chiazza di luce abbacinante. Alete dette uno strattone secco e diagonale alla canna che si inarcò. Il pesce trainava la lenza con decisione, veloce verso il fondo: la bobina del mulinello girava al contrario assecondando la furia della carpa.

Perché si trattava di una carpa, certo! lo diceva la forza con la quale guadagnava metri e metri di filo e passarono parecchi minuti prima che il pesce mostrasse segni di spossatezza. Sicché Alete incominciò a recuperare con pazienza, centimetro dopo centimetro, tutta la lenza ingoiata dal secchio finchè... apparve la gobba della carpa coperta di scaglie dorate, che si dibatteva e saltava sollevando spruzzi di luce; l’arco furioso del corpo si distendeva e drizzava le spine del dorso come stecche di ventaglio, le squame brillanti cangiavano per effetto di rifrazioni incontrollabili: era allo stremo, alternava attimi di totale immobilità a scodate violente nell’estremo tentativo di recuperare il fondo, scoprendo il ventre bianco e sodo.

Alete sollevò la canna e depose la carpa, che si gonfiava e si restringeva nei rantoli muti dell’asfissia, sulla ghiaia del cortile.

L’acqua del secchio era lo specchio immobile di prima, i movimenti del pesce sempre più rari e deboli, le pinne della coda sbattevano stanche sui sassi: il ventre era profondo e la gobba alta scendeva fino alla bocca piccola dalle labbra carnose e prominenti. Alete la soppesò con ambedue le mani -doveva essere più di due chili- e la appese per una branchia al gancio infisso nel muro del fienile, rimasto inutilizzato dopo la morte del nonno, appendice superflua e dimenticata.

 

(...)

Dai canali avvolti nella notte provenivano folate di stalla e di ovile. Il corpo tozzo della carpa appesa al muro del fienile risaltava, colto dal barlume della luna, risaltava il profilo gibboso e ampio e dorato che, squama su squama, componeva la curva dorsale poi il tratto caudale, che piegava all’insù con dolcezza colorato di un giallastro poco nobile e via via si impreziosiva di riflessi lucenti -uno strato di polvere d’oro sul quale la luce piroettava suggerendo figure inusitate che ballavano convulsamente- e disegnava, dopo una impennata imponente, l’ampia cresta di spine, lunghe e appuntite.

 

(...)

Alete aprì gli occhi all’improvviso per sorprendere il nonno e costringerlo a rimanere invece trovò la notte di luna quieta, orfana del vecchio e delle sue parole roche. Dai canali si era levata una bava di vento che aveva spazzato via l’odore delle pecore. La campagna immobile sotto una luce discreta, era come un gigante disteso che si riposa delle spossanti fatiche del giorno.

Allora cercò la carpa con gli occhi e ne scorse il corpo ancora bagnato appeso al gancio -il respiro del vecchio era scomparso, come mai esistito-, la staccò dall’uncino soppesandola, una forma di saluto e una domanda di perdono.

La portò a braccia stese fino al secchio e inclinò lentamente le mani per farvela scivolare: le squame, in attrito con la pelle, frenavano l’inerzia del corpo flaccido perdendo frammenti di stelle trasparenti, poi la testa si immerse nell’acqua e il contatto bastò perché il pesce esplodesse in un fremito di forza che torse bruscamente i muscoli: la coda si irrigidì e la pinna spinosa della gobba si drizzò come una mitragliera da guerra, con un poderoso colpo di reni si immerse spruzzando il bordo del secchio di bianca spuma notturna.

Dite che queste non sono “notizie”? Solo perché sono estive?


© LiberaMENTE MAGAZINE 27 luglio 2008