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Quando gli Elefanti Volano
di Antonio Casillo

Riuscire a comunicare con “l’altro”, con lo “straniero”, presuppone prima di tutto il condividerne e  comprenderne il linguaggio, quell’insieme di codici comunicativi che fanno parte, non solo della lingua parlata e scritta, ma soprattutto di quel bagaglio culturale di cui il linguaggio è soltanto una delle espressioni più evidenti. E’ questo uno dei maggiori limiti della comunicazione interculturale, spesso ostacolata proprio dall’incomprensione dei codici linguistici e di comportamento. Il significato cognitivo delle parole da solo non basta, sia perché in culture diverse le stesse espressioni idiomatiche spesso racchiudono differenze rilevanti, sia perché la comunicazione non si avvale soltanto di parole ma di tutta una serie di atteggiamenti ed espressioni corporee che, se non comprese, creano inevitabilmente una barriera tra i soggetti che tentano di comunicare e danno adito a tutta una serie di stereotipi di facile utilizzo ma poco efficaci se davvero si vuole comprendere “l’altro”.

Questo limite è emerso con estrema chiarezza in un interessante tesi di laurea che, alcuni anni fa (anno accademico 1989-1990) , fece l’allora laureando  Marco Razzi, attualmente ricercatore dell’Università di Genova. La domanda che si pose Razzi era la seguente: i test che misurano l’intelligenza sono davvero così attendibili? D’altronde il dubbio fu già avvertito negli Stati Uniti quando i test di intelligenza somministrati nelle scuole riportavano sempre un punteggio inferiore dei ragazzi di colore rispetto ai loro coetanei bianchi. Ma era davvero l’intelligenza che questi test misuravano? O invece, come dimostra Razzi nella sua ricerca, quella che veniva misurata era soltanto l’affinità culturale tra chi preparava i test e chi rispondeva?

Immaginate per un momento di essere dei ricercatori e dover preparare e somministrare un test di intelligenza a dei bambini in una scuola elementare. Il test prevede delle domande molto semplici e apparentemente di univoca comprensione, una di queste domande è la seguente: “indicate un animale che vola”. Come giudichereste l’unico bambino che risponde “l’elefante”? Probabilmente questa risposta vi potrà apparire non coerente ma ecco che dopo una settimana rifate lo stesso test nella stessa scuola, agli stessi bambini, ma dopo la proiezione del film Dumbo. Sareste sorpresi in questo caso se molti altri bambini rispondessero l’elefante? Nel primo caso un unico bambino aveva visto il film dell’elefantino che vola e non ne aveva condiviso l’esperienza “culturale” né con gli altri compagni di classe, né con voi, nel secondo caso l’esperienza culturale è stata condivisa da tutti ed è diventata patrimonio comune, linguaggio comune. E’ un esempio banale – del resto realmente accaduto – ma esplicativo di come giudizi affrettati possano essere la causa di conclusioni altrettanto affrettate e fuorvianti. E’ un po’ quello che succede anche nella comunicazione interculturale, noi e lo straniero, chi non ha visto Dumbo e chi l’ha visto, chi giudica secondo una propria coerenza culturale e chi risponde con un’altra altrettanto corretta coerenza culturale. Ma la comunicazione parla lingue diverse, si interrompe. Un altro esempio lo possiamo trarre ancora dal mondo scolastico. Nella nostra cultura occidentale e individualistica, ad esempio, viene dato molto valore alla capacità dello studente di intervenire durante le lezioni in classe. Interrompere un professore con continue domande, alzare ripetutamente la mano viene visto, secondo i parametri di molti docenti italiani, come un segnale di vivacità intellettuale. Gli studenti “timidi” che ascoltano sempre in silenzio le lezioni senza intervenire vengono spesso giudicati “introversi” per non dire “asociali”. Ma ora facciamo un piccolo viaggio e andiamo in una scuola della Corea del Sud. Qui agli studenti viene insegnato l’esatto opposto: l’insegnante non deve mai venire interrotto e persino alzare la mano per porre domande viene scoraggiato. Nella cultura di molti paesi orientali l’individualismo egocentrico del bambino viene non incoraggiato ma addirittura punito. Ma se un bambino coreano si trovasse di colpo una scuola italiana? Lui continuerebbe con coerenza a comportarsi secondo il proprio linguaggio culturale ottenendo, probabilmente, voti scolastici inferiori a quelli dei suoi compagni.  

Comunicare significa mettere in comune esperienze diverse, culture diverse, e questo è possibile solamente se chi ascolta si mette nei panni dell’altro e prova a tradurre ciò che sente senza pregiudizi o stereotipi. E’ un compito non sempre semplice ma a cui sono chiamati in particolar modo gli insegnanti e tutti gli operatori che in qualche modo hanno a che fare con richieste del pubblico. L’incoerenza delle domande potrà allora acquisire nuova intelligibilità e gesti o comportamenti che potevano sembrare almeno “bizzarri” essere visti sotto una luce diversa. Non sempre chi ci racconta che gli elefanti volano ci prende in giro, spesso dice semplicemente la verità.


© LiberaMENTE MAGAZINE 1 giugno 2008