Quarto da Legare |
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| di Bruna
Taravello |
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Mentre Freud a Vienna
apriva il suo studio privato sperimentando l'ipnosi nella psicoterapia, e preparava
una prima stesura della sua Interpretazione dei sogni, in Italia l'unico passo
avanti era l'istituzione dell'ufficiale sanitario, per la prima volta
attivo sul territorio e nella prevenzione delle malattie, anche se pur sempre
collegato ad una sorta di controllo politico
della popolazione. Ma i matti continuavano ad essere detenuti e non pazienti e
l'esigenza di una legge sui manicomi apparve non più rinviabile quando furono
resi noti i dati sui ricoveri: 10.000 nel 1874, oltre 40.000 nei primi anni del
secolo, conseguenza della guerra e dell'industrializzazione urbana. Furono quindi
emanate, dopo anni di discussione, la Legge n. 36 nel 1904 ed il definitivo
Regolamento nel 1909: accogliendo, anche se solo in parte, le richieste della
Società Freniatrica e ponendo le basi per quella che
sarà tutta la successiva disciplina in materia di alienazione mentale. E' dunque evidente
come l'approccio fosse sicuramente non di tipo sanitario, né tanto meno preventivo;
l'istituzione psichiatrica di quei tempi, insomma, è difficilmente difendibile
con il senno di poi, considerando che negli stessi anni in cui nel nostro paese
si emanavano norme giudiziarie e non sanitarie per gestire la malattia
mentale, nel resto d'Europa i disturbi nervosi erano correttamente classificati
e trovavano soddisfacenti strutture di assistenza in tutto simili a quelle dedicate
alle patologie somatiche. In Gran Bretagna già
dagli anni '40 si parla di comunità terapeutiche dove il malato possa essere considerato
nella sua interezza come persona, quindi titolare di diritti in ogni caso ineludibili.
In Italia soltanto nel '68, sull'onda della contestazione,
vennero pesantemente messi sotto accusa i manicomi e quanto di repressivo
essi rappresentavano; si ottenne l'equiparazione degli ospedali psichiatrici a
quelli generali, si istituirono i Centri di Igiene mentale, e si dispose la comunicazione
all'Autorità Giudiziaria solo per i ricoveri obbligatori. Ma fu solo con la legge
180 - Basaglia di cui abbiamo parlato all'inizio che
le norme del 1904 (!) e i regolamenti del 1909 furono aboliti, fu decretata la
chiusura dell'ospedale psichiatrico in quanto tale e fu riconosciuto il territorio
come sede dell'intervento terapeutico e riabilitativo del paziente. Fu inoltre
disposto che i servizi psichiatrici fossero ristrutturati
in strutture residenziali come case protette, comunità alloggio,
case-famiglia e così via. Franco Basaglia, sulla cui vita si è recentemente vista in tivù una
fiction garbata e attenta, ebbe dunque il merito di intuire che i tempi per un
radicale cambiamento nella
cura della malattia mentale erano maturi, si espose in prima persona e ne pagò
pesanti conseguenze. Ma fu soprattutto un uomo del suo tempo, sposando teorie
che non avrebbero, in seguito, potuto reggere: ma lui non riuscì a vedere la piena
realizzazione della riforma da lui progettata, poiché morì nel 1980, ed i suoi
avversari ebbero gioco facile nell'attribuire a lui una valenza ideologica che
forse, in seguito, lo stesso psichiatra avrebbe potuto circoscrivere
più compiutamente. Delle sue teorie, e
della loro dirompente forza innovativa, si dovrebbe ora ragionare meglio e più
serenamente. Sintetizzando molto, fu criticato soprattutto per la sua adesione all'antipsichiatria
di stampo anglosassone, che vedeva nell'oppressione, principalmente in quella
della famiglia, il meccanismo che faceva scattare le reazione poi giudicate irrazionali
e psicotiche dagli altri, i cosiddetti normali. Adottando invece una visione relativista,
scrisse Basaglia, si può considerare
il pazzo un individuo dotato di uno sguardo non conforme sul mondo e slegato dai
pregiudizi e dai lacci che la società vuole imporci. E' chiaro a chiunque
abbia avuto a che fare in qualche maniera con il mondo della patologia mentale
che i limiti principali hanno appunto a che vedere con le definizioni; è stato
detto che, se in medicina somatica non si parla di malattia in generale ma si
specifica quale patologia, e si predispone il ricovero o la cura a seconda della
gravità, così nella malattia mentale si dovrebbe applicare lo stesso criterio.
La psicopatologia clinica si estrinseca tanto nell'aspetto somatico quanto in
quello psichico e richiederebbe sia da parte dello psichiatra, sia dello psicoterapeuta,
una conoscenza ed un approccio tanto psicologico che naturalistico. Il cinema di queste
difficoltà si è occupato, con alcuni piccoli ma deliziosi film, utili per riflettere
sorridendo; tra tutti vorrei citare " Si può fare" di Giulio Manfredonia
con Claudio Bisio (vedi LM del 16.11.2008) che tratta proprio dell'applicazione
della legge 180; poi Elling,
di Petter Naess, film norvegese
del 2002 che parla del reinserimento, all'interno di una casa-protetta, di due
pazienti psichiatrici, Kjell sesso-dipendente ed Elling
nevrotico. Dovranno dimostrare al governo, agli assistenti sociali e insomma a
tutti di essere in grado di badare a sé stessi...Infine
il documentario, "Un'ora sola ti vorrei" dove la regista, Alina
Marazzi, racconta la storia della sua mamma, morta suicida quando lei aveva sette
anni, e che in quei pochi anni non fece che entrare ed uscire da istituti psichiatrici.
Diciamo che qui si sorride poco, ma l'impatto è notevole, come notevoli sono le
emozioni che ci scatena, mentre osserviamo al buio scorrere le immagini originali
anni '60 di una famiglia che poteva essere felice.
Riforma psichiatrica e legge 180-a cura di V.G. Jorizzo C. Gnerre La rivoluzione nell'uomo
Fede&Cultura 2008 Franco Basaglia L'utopia della
realtà www.Legge180.it www,Trieste2010.net
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© LiberaMENTE MAGAZINE 7 marzo 2010 |