LiberaMENTE MAGAZINE

Quarto da Legare

di Bruna Taravello

C'era la vecchina che passeggiava sempre abbracciata alla sua bambola. Il "maresciallo" che pretendeva di dirigere il traffico delle auto che transitavano intorno alla struttura. E Claudio, che ti andava a comprare le sigarette per tenersene qualcuna e avere anche un po' di mancia. Poi c'era Maria, che poteva andarsene ma tornava sempre, perché stava bene solo lì.

Erano gli ospiti dell'ex Ospedale psichiatrico di Quarto, parcheggiati dopo l'entrata in vigore della legge 180 in attesa di norme attuative, decreti legislativi e disposizioni transitorie.
Maria, Claudio, il maresciallo, la vecchina con la bambola erano il simbolo, con i loro pensieri, azioni e gesti spesso inconsapevoli, di quanto questa legge stava cambiando nell'approccio al disagio mentale; muti testimoni dei suoi meriti e demeriti.
Approvata nel maggio del 1978, in seguito ricompresa nella legge dello stesso anno istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, la cosiddetta legge Basaglia ha sempre trovato fieri avversari - che la davano per morta ancora prima della sua attuazione- ed entusiasti sostenitori.
Ma se diamo uno sguardo al passato, e cerchiamo di capire le ragioni e le origini della sua attuazione, possiamo lasciare da parte le dispute ideologiche e fare il punto su di una situazione ancora oggi in divenire.

Le prime leggi manicomiali in Italia si ebbero subito dopo l'unificazione, nel 1865, e si limitavano ad assegnarne la competenza finanziaria alle Province. Un membro del comitato di gestione era medico, ma aveva solo un ruolo consultivo, riservando ogni potere decisionale al Ministero dell'Interno. In pratica, il manicomio era un luogo  utile a proteggere i "sani" dalla minaccia potenziale rappresentata dai "matti" e non era necessariamente pubblico, anzi, le opere di beneficenza private erano in grande maggioranza. Solo una trentina di anni dopo, attraverso l'istituzione della "Direzione generale della Sanità Pubblica" si iniziò a dare autonomia all'amministrazione sanitaria, sempre sotto il controllo del Ministero dell'Interno.

Mentre Freud a Vienna apriva il suo studio privato sperimentando l'ipnosi nella psicoterapia, e preparava una prima stesura della sua Interpretazione dei sogni, in Italia l'unico passo avanti era l'istituzione dell'ufficiale sanitario,  per la prima volta attivo sul territorio e nella prevenzione delle malattie, anche se pur sempre collegato ad una sorta di  controllo politico della popolazione. Ma i matti continuavano ad essere detenuti e non pazienti e l'esigenza di una legge sui manicomi apparve non più rinviabile quando furono resi noti i dati sui ricoveri: 10.000 nel 1874, oltre 40.000 nei primi anni del secolo, conseguenza della guerra e dell'industrializzazione urbana. Furono quindi emanate, dopo anni di discussione, la Legge n. 36  nel 1904 ed il definitivo Regolamento nel 1909: accogliendo, anche se solo in parte, le richieste della Società Freniatrica e ponendo le basi per quella che sarà tutta la successiva disciplina in materia di alienazione mentale.
L'obiettivo principale era sempre quello della custodia dell'alienato, ma il direttore dell'istituto aveva la possibilità di disporne l'uscita, in caso di miglioramento, o il ricovero definitivo, dopo un periodo di soli 15 giorni prorogabili fino a 30.  Fu poi istituito l'obbligo di segnalazione  del ricovero coatto nel casellario giudiziale del malato, norma che venne confermata ancora nel 1952, quando pure tale segnalazione venne esclusa per reati di modesta entità.

E' dunque evidente come l'approccio fosse sicuramente non di tipo sanitario, né tanto meno preventivo; l'istituzione psichiatrica di quei tempi, insomma, è difficilmente difendibile con il senno di poi, considerando che negli stessi anni in cui nel nostro paese si emanavano norme giudiziarie  e non sanitarie per gestire la malattia mentale, nel resto d'Europa i disturbi nervosi erano correttamente classificati e trovavano soddisfacenti strutture di assistenza in tutto simili a quelle dedicate alle patologie somatiche.

In Gran Bretagna già dagli anni '40 si parla di comunità terapeutiche dove il malato possa essere considerato nella sua interezza come persona, quindi titolare di diritti in ogni caso ineludibili. In Italia soltanto nel  '68, sull'onda della contestazione,  vennero pesantemente messi sotto accusa i manicomi e quanto di repressivo essi rappresentavano; si ottenne l'equiparazione degli ospedali psichiatrici a quelli generali, si istituirono i Centri di Igiene mentale, e si dispose la comunicazione all'Autorità Giudiziaria solo per i ricoveri obbligatori. Ma fu solo con la legge 180 - Basaglia di cui abbiamo parlato all'inizio che le norme del 1904 (!) e i regolamenti del 1909 furono aboliti, fu decretata la chiusura dell'ospedale psichiatrico in quanto tale e fu riconosciuto il territorio come sede dell'intervento terapeutico e riabilitativo del paziente. Fu inoltre disposto che i servizi psichiatrici  fossero ristrutturati  in strutture  residenziali come case protette, comunità alloggio, case-famiglia e così via.

Franco Basaglia, sulla cui vita si è recentemente vista in tivù una fiction garbata e attenta, ebbe dunque il merito di intuire che i tempi per un radicale cambiamento  nella cura della malattia mentale erano maturi, si espose in prima persona e ne pagò pesanti conseguenze. Ma fu soprattutto un uomo del suo tempo, sposando teorie che non avrebbero, in seguito, potuto reggere: ma lui non riuscì a vedere la piena realizzazione della riforma da lui progettata, poiché morì nel 1980, ed i suoi avversari ebbero gioco facile nell'attribuire a lui una valenza ideologica che forse, in seguito, lo stesso psichiatra avrebbe  potuto circoscrivere più compiutamente.

Delle sue teorie, e della loro dirompente forza innovativa, si dovrebbe ora ragionare meglio e più serenamente. Sintetizzando molto, fu criticato soprattutto per  la sua adesione all'antipsichiatria di stampo anglosassone, che vedeva nell'oppressione, principalmente in quella della famiglia, il meccanismo che faceva scattare le reazione poi giudicate irrazionali e psicotiche dagli altri, i cosiddetti normali. Adottando invece una visione relativista, scrisse Basaglia,  si può considerare il pazzo un individuo dotato di uno sguardo non conforme sul mondo e slegato dai pregiudizi e dai lacci che la società vuole imporci.
Il merito fu certo quello di porre il malato al centro della cura, il demerito fu una visione probabilmente irrealistica del ruolo che la società doveva svolgere nella cura della malattia mentale.

E' chiaro a chiunque abbia avuto a che fare in qualche maniera con il mondo della patologia mentale che i limiti principali hanno appunto a che vedere con le definizioni; è stato detto che, se in medicina somatica non si parla di malattia in generale ma si specifica quale patologia, e si predispone il ricovero o la cura a seconda della gravità, così nella malattia mentale si dovrebbe applicare lo stesso criterio. La psicopatologia clinica si estrinseca tanto nell'aspetto somatico quanto in quello psichico e richiederebbe sia da parte dello psichiatra, sia dello psicoterapeuta, una conoscenza ed un approccio tanto psicologico che naturalistico.
Entrare e uscire da una struttura, in ogni caso, non è certo a costo zero. Maria, che citavo in apertura, si ammalava ogni volta che veniva accompagnata nella casa famiglia, e non a caso è morta poco dopo la chiusura dell'ospedale. Antonio Slavich, che ne fu direttore dal  1978 al 1993 e che fu collega di Basaglia a Gorizia, intuì le difficoltà che poneva una radicale applicazione della 180, e facendosi parecchi nemici nel suo stesso ambiente ammonì i colleghi sul rischio di chiudere le strutture pubbliche per poi vederne gli ospiti trasferiti su altre, private e più costose ma sostanzialmente identiche.

Il cinema di queste difficoltà si è occupato, con alcuni piccoli ma deliziosi film, utili per riflettere sorridendo; tra tutti vorrei citare " Si può fare" di   Giulio Manfredonia con Claudio Bisio (vedi LM del 16.11.2008) che tratta proprio dell'applicazione della legge 180;  poi Elling, di Petter Naess, film norvegese del 2002 che parla del reinserimento, all'interno di una casa-protetta, di due pazienti psichiatrici, Kjell sesso-dipendente ed Elling nevrotico. Dovranno dimostrare al governo, agli assistenti sociali e insomma a tutti di essere in grado di badare a sé stessi...Infine il documentario, "Un'ora sola ti vorrei" dove la regista, Alina Marazzi, racconta la storia della sua mamma, morta suicida quando lei aveva sette anni, e che in quei pochi anni non fece che entrare ed uscire da istituti psichiatrici. Diciamo che qui si sorride poco, ma l'impatto è notevole, come notevoli sono le emozioni che ci scatena, mentre osserviamo al buio scorrere le immagini originali anni '60 di una famiglia che poteva essere felice.

Ecco, la famiglia: da principale responsabile a principale vittima di queste, come di altre, norme. La famiglia al cui interno si annidano potenti contraddizioni pronte ad esplodere ma sulla quale scaricare sempre gli oneri finali delle trasformazioni.
Anche Claudio, anche il maresciallo, anche Maria forse ne avevano una; ma adesso era lì, nei giardini dell'ospedale e fra i muri delle corsie che la ritrovavano.

Fonti:

Riforma psichiatrica e legge 180-a cura di V.G. Jorizzo

C. Gnerre La rivoluzione nell'uomo Fede&Cultura 2008

Franco Basaglia L'utopia della realtà

www.Legge180.it

www,Trieste2010.net

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© LiberaMENTE MAGAZINE 7 marzo 2010