torna all'indice
Ricordi di un Vicolo Cieco
di Chiara Bianchi

Titolo: Ricordi di un vicolo cieco
Autore: Banana Yoshimoto
Edizione: Feltrinelli 2006

La prima volta che mi sono avvicinata al mondo di Banana Yoshimoto avevo circa 14 anni, mi godevo una vacanza ligure e, poiché normalmente al mare non riesco a leggere per via della spossatezza che il clima mi provoca, non ho portato libri con me e mi sono improvvisamente trovata con una voglia incredibile di leggere senza la materia prima per poterlo fare; così, nella biblioteca pubblica della località in cui mi trovavo, ho scelto questo libro sottile dalla copertina bianca, con 27 piccole donnine in fila come minuscoli soldatini di piombo…e l’ho detestato, non riuscivo ad entrare in contatto col mondo che tratteggiava, con le descrizioni, con le tempistiche, con la riflessiva lentezza, con gli spazi.
Per molto tempo non ho letto più nulla della stessa autrice, tale è stato l‘impatto.

Dopo parecchi anni, su consiglio di un’amica, ho deciso di leggere Tzugumi; l’effetto è stato molto diverso e ha innescato una reazione a catena inarrestabile che non solo mi ha portato a riprendere - e ad amare moltissimo – Kitchen,  ma anche a divorare gran parte della produzione letteraria della prolifica autrice giapponese: ultimo della mia serie personale, il recente Ricordi di un vicolo cieco, apparso in Giappone nel 2003 e in Italia nel 2006 edito da Feltrinelli.

Tutta questa lunga e apparentemente inutile premessa è invece indispensabile per esemplificare una cosa estremamente importante che riguarda nello specifico Banana Yoshimoto ma in generale può essere estesa alla fruizione di un’opera d’arte orientale da parte di un occidentale (e forse viceversa): è necessario del tempo, un’elasticità mentale particolare per poter entrare in contatto con una sensibilità tanto diversa e che può essere però fonte di arricchimento e crescita interiore; bisogna saper cogliere con attenzione ed estrema pazienza il gusto per il dettaglio e la descrizione del paesaggio che è parte integrante della narrazione della Yoshimoto che ne fa un personaggio a tutti gli effetti, un vero e proprio protagonista. Il luogo è importantissimo, è impregnato di sensazioni presenti e passate, di ricordi, di magia, di emozioni che possono anche essere molto importanti se non addirittura risolutive se l’occhio che le percepisce, l’orecchio che le ascolta è recettivo a sufficienza (quello del personaggio che li attraversa ma anche quello del lettore che ne legge) e si lascia condurre e attraversare senza paura e soprattutto senza fretta.

La descrizione di un pasto completo non è meno importante di un dialogo serrato fra due personaggi, la semplicità con cui l’autrice procede al ghiotto elenco delle portate è la stessa con la quale analizza uno stato d’animo o rivela un retroscena drammatico, e ciò non appiattisce il tutto, anzi, lo livella e lo rende alla portata di chiunque; leggerezza non significa certo superficialità: la semplicità di esposizione non fa che rendere il messaggio ancora più efficace e diretto.

La raccolta si compone di cinque brevi racconti che hanno in comune la ricerca della felicità e la possibilità che venga ripristinato un equilibrio interiore in seguito ad eventi tragici; ne La casa dei fantasmi, Setchan e Iwakura, dopo anni di amicizia, si scoprono innamorati e condividono un’esperienza soprannaturale, in Mammaa! una giovane editor, dopo aver subìto un accidentale avvelenamento, rielabora l’abbandono da parte della madre e rivaluta l’amore delle persone che la circondano; ne La luce che c’è dentro le persone, una scrittrice traccia con struggente affetto il ritratto di un amico d’infanzia perduto, tanto speciale quanto sfortunato; in La felicità di Tomo-Chan la protagonista, grazie alla sua purezza e semplicità, continua a gioire della vita e dell’amore nonostante abbia subìto una grave violenza; ed infine, in Ricordi di un vicolo cieco, il racconto che dà il titolo all’opera - il più toccante e ben riuscito anche secondo l’autrice stessa che nella postfazione dichiara “(…)è, fra quanto ho scritto finora, quello che amo di più. Solo per aver potuto scrivere questo racconto, ringrazio di essere diventata scrittrice“ - la giovane Mimi trova in Nishiyama, barista affascinante e misterioso, segnato da un’esperienza di prigionia nell’infanzia, la forza di andare avanti e di respirare nuovo ossigeno dopo l’abbandono codardo del fidanzato che le spezza il cuore.

Sono cinque piccole pietre preziose che scaldano il cuore e che aprono la mente su riflessioni importanti riguardanti i rapporti interpersonali, gli atteggiamenti di vita, la forza di lottare sempre anche nella quotidianità, anche per le piccole cose, dove la parola d’ordine è “assaporare” e cercare di trasformare il dolore in occasione per farsi attraversare da nuova consapevolezza e per tarare la propria sensibilità sulle cose davvero importanti.
In questo senso i romanzi di Banana Yoshimoto e ancora di più le raccolte di racconti come questa, folgoranti nella loro brevità, sono flash di saggezza e balsami potentissimi che leniscono, curano e cullano con parole semplici ma fondamentali.


© LiberaMENTE MAGAZINE 4 maggio 2008