La parola “simbolo”
deriva dal latino symbolum, termine con il quale si
designava la “tessera hospitalitatis”, cioè l’anello,
od altro contrassegno, che soleva rompersi in due pezzi, i quali venivano
conservati, e servivano a comprovare l’ospitalità data e ricevuta.
I giudici
del tribunale di Atene ricevevano invece un symbolum, ovvero un contrassegno che serviva loro
per poter poi chiedere la corresponsione dovuta.
Il simbolo rappresenta quindi da sempre un segno distintivo,
un legame, un’appartenenza.
Se attraverso i simboli vengono veicolati significati, i simboli politici sono strumenti
fondamentali, dal punto di vista propagandistico, poiché in grado di trasmettere
in modo semplice ed immediato, tutto un universo di valori, che rappresentano
i principi – base di un partito o di un movimento politico. Messa tra parentesi
la vecchia falce e martello e tenuta in qualche modo a bada la calda fiamma tricolore, gli italiani nelle ultime
consultazioni elettorali hanno decretato il successo di un partito come la Lega,
che della simbologia politica ha chiaramente fatto la sua forza.
In
un Paese dove gli immigrati rappresentano un pericolo, i neo – nazisti picchiano
duro, i comunisti sono dispersi, il lavoro è precario ed altrettanto precaria
la stabilità economica, come non farsi conquistare dal simbolico rituale leghista,
che richiama alla mente la terra e la comunità locale, le radici sicure a
cui tutti abbiamo bisogno di restare aggrappati?
Il populismo comunitario
– localistico della Lega prende a prestito immagini, miti e rituali dalla mitologia
celtica e pre – romana, come nel caso della celebrazione
che ogni anno i fazzoletti verdi tengono in onore del Dio Po; rituali facilmente
ridicolizzabili, ma simbolo di un bisogno di appartenenza e
di condivisione da non sottovalutare.
Del resto la scelta di appoggiare una
parte politica è sempre passata attraverso l’accettazione della sua simbologia: se lo scudo crociato richiamava le radici cristiane,
lo spirito delle crociate e la lotta dei comuni contro l’Impero, la spiga di grano
e la falce e martello evocavano il lavoro nelle fabbriche e nelle campagne; oggi
gli elmi con le corna e gli spadoni dei guerrieri celtici trasmettono una sensazione
di sicurezza, promettendo una “lotta dura senza paura” contro qualsiasi invasione
(o presunta tale) di qualsivoglia immigrato straniero.
Adorno
sottolineava che il ricorso a miti e a stereotipi serve
a ridurre il senso di inquietudine di fronte all’incertezza del reale: come i
riti religiosi, così i riti sapientemente organizzati dai politici di turno fanno
leva sul bisogno di ripetitività insito nell’animo umano e sul bisogno di costruire
narrazioni simboliche che descrivano la realtà prendendone le distanze e “controllandola”.
Oggi
le adunanze leghiste, piuttosto che gli show berlusconiani sono veri e propri
“racconti strutturati simbolicamente”, che ben si inseriscono in una realtà incerta
ed altalenante come quella della politica italiana.
Analizzando
le simbologie “premiate” dagli italiani, appare ben netta una profonda trasformazione
della nostra società: i partiti oggi non parlano al lavoratore, al cittadino consapevole,
all’elettore informato, bensì allo spettatore passivo del talk-show e dei reality
(che spesso confondono reality e realtà). Il leader politico di turno si presenta
in forma smagliante, propone un look da imitare, incarna l’uomo che ha successo
nella vita, con le donne, e sul lavoro. Un perfetto show-man, invidiabile ed invidiato.
I nuovi simboli appaiono sempre di più vuoti, privi di significati profondi, costruiti
appositamente per comprare voti.
E l’Italietta di
oggi, affranta e delusa, si lascia adescare e persuadere da queste manifestazioni,
un po’ preoccupanti, di populismo mediatico.
La neodestra italiana ha saputo
inserirsi in una nicchia scavata dall’ansia e dall’incertezza diffusa, proponendo
modelli rassicuranti, speranze in un futuro possibile, in una realtà dove liberalizzazione,
flessibilità e competitività la fanno da padrone.
La
grande sfida della Lega è stata quella di far resuscitare un sentimento comunitario
all’interno di una struttura di potere, puntando su valori condivisi e sulla fiducia
riposta nel capo – padrone. Tutti elementi che, secondo Bauman, hanno contribuito
ad attenuare l’insicurezza dell’uomo moderno, privato del “cerchio caldo” della
comunità contadina e “rassicurato” dalla presenza di una comunità amica, che richiede
lealtà incondizionata, ma che promette considerazione, comprensione, appoggio.
Promesse che spesso lo stesso nucleo familiare
(che sta attraversando una fase di trasformazione e ridefinendo i suoi contorni)
non riesce a mantenere.
Di fronte alla necessità di essere sempre e comunque
competitivi e vincenti, la proposta di “mutuo soccorso”, che tanto ricorda quella
messa in atto dalle corporazioni al tempo dei Comuni, sembra poter essere davvero
allettante. Non a caso, proprio a quell’epoca storica guardano con nostalgia i
vecchi e i nuovi leghisti, che sognano un’Italia liberata, divisa e sicura.
Il
rischio tuttavia è quello di svegliarsi di soprassalto, accorgersi che l’Europa
è lontana e che abbiamo forse arrestato un processo di evoluzione per seguire
una rassicurante “ideologia del guscio”, che Schiavone descrive come l’arma vincente
della neodestra italiana, in opposizione al “collasso delle idee e dei simboli”
della sinistra.
Il guscio duro e protettivo della “casta”, che
ripara e rende forti; il guscio che separa ed allontana, e che impedisce di osservare
la realtà, di
poter dire la nostra, di partecipare.
Fonti:
www.etimo.it
www.repubblica.it
www.leganord.org