| La Società
Insicura |
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| di
Giulio Paolicchi |
| Fra i mille
commentari sui risultati elettorali sembra vi sia una certa concordanza, pur con
i diversi accenti dati dalle disparate provenienze, sul fatto che il largo successo
della destra (e la sconfitta della sinistra e del centro) sia
dovuto ad una migliore interpretazione del “sentimento popolare”: in altre
parole esiste, per centro e sinistra, una profonda crisi di rappresentanza in
virtù della quale esse interpretano (ossia, traducono in termini di proposta politica)
il sentimento del loro elettorato tradizionale molto meno efficacemente di quanto
non succeda a destra. Questa osservazione di carattere generale, naturalmente,
non dovunque è coniugata allo stesso modo: in Toscana, tanto per dire, la rappresentatività
si sviluppa lungo direttrici assai diverse che non in Trentino, o in Lombardia.
Sembra però che la “sicurezza” sia una preoccupazione distribuita piuttosto uniformemente
sul territorio nazionale. Chi
invece attribuisce l’insuccesso di centro e sinistra ad un minore radicamento
territoriale, parla di un nonsense giacché una significativa presenza sul territorio è assicurata
solo se esiste una buona comprensione dei fenomeni sociali di riferimento; ma
questo non significa affatto che la “pancia” di una società dica sempre il vero
e l’Italia lo dimostra senza dubbio proprio in tema di sicurezza: la mole di dati
statistici desunti dai fatti di cronaca (drastico calo degli omicidi dal 2000
al 2007, minor numero di omicidi di tutta l’Europa, relativamente pochi casi di
violenza carnale e specialmente ad opera di stranieri ecc. ecc.) dimostra ampiamente
che pur esistendo un “problema sicurezza” (peraltro come in ogni società “avanzata”)
da non sottovalutare affatto, non si può parlare di unavera
e propria “emergenza” (per intenderci, come i rifiuti in Campania). Probabilmente
una società è tanto più impaurita quanto più si scopre impoverita e sente venir
meno i requisiti minima di “stabilità” dati dalle fonti di sostentamento
e dal sostegno delle strutture pubbliche di tutela: mi pare questa, a conti fatti,
la chiave di lettura più semplice ed efficace; sicché l’insicurezza è, più che
altro, una percezione (“esse est percipi” chiosava Berkeley),
“derivata” o “accentuata” più dalle condizioni generali di vita dei cittadini
che non dal numero effettivo dei fatti criminosi o dal rischio/pericolo reale:
è in questo preciso senso che la “pancia” di una società difficilmente resta fedele
alla realtà effettuale ma dato che il confronto con essa è ineludibile,
dovrebbe essere condotto almeno su un piano di rigore analitico senza farsi trascinare
dal “la gente pensa che”. La destra ha colto molto sapientemente e perfettamente l’umore popolare corrente, evitando accuratamente di segnalare, come avrebbe imposto una trattazione seria del problema della sicurezza, che vi sono almeno tre intere regioni italiane che vivono una democrazia più che dimezzata sotto la cappa asfissiante della criminalità organizzata (mafia, camorra, ‘ndrangheta e consimili) e soprattutto senza risalire alla radice del problema: alle necessità di vigilanza territoriale, di una giurisdizione rapida e efficace e di una politica di rafforzamento delle prerogative degli enti pubblici locali, da decenni lasciati a combattere coi loro problemi in perfetta solitudine e con una povertà di mezzi insostenibile. Il centro e la sinistra, invece, hanno pendolato senza costrutto -probabilmente anche in virtù di un pauroso ritardo storico nell’analisi della società dovuto dal venir meno delle tradizionali categorie concettuali di riferimento come l’organizzazione classista e i modi di produzione fin qui noti- fra una sbiadita demagogia solidaristica e la corsa al rialzo sulla “sicurezza fai da te” delle ronde, in un pauroso vuoto di analisi sul disagio che pervade il paese (percepito o reale che sia): nessuno ha affrontato, con serietà e rigore, il problema della ormai “precaria irregolarità” delle traiettorie esistenziali di milioni di italiani, nessuno ha provato a chiedersi quale relazione ci sia, nella misera esistenza dell’operaio di una qualsiasi periferia metropolitana degradata, fra il suo stipendio di mille euro con affitto, moglie e figli a carico ed il numero di immigrati che sono piovuti nel suo quartiere. A qualcuno è sembrata un’idea geniale intercalare le liste del centro con imprenditori di varia estrazione e probabilmente l’intenzione era anche rispettabile ma è impossibile, fatalmente, rappresentare chiunque con il medesimo grado di fedeltà: sia chi ha ogni opportunità, sia chi non ne ha alcuna. (1) Richard Rorty,
Achieving our country: leftist thought in twentieth century |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 18 maggio 2008 |